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Kosovo al bivio: un nuovo conflitto o la risoluzione del precedente

L'analisi di Tatjana Dordevic


Nelle ultime settimane, in Kosovo la tensione ha raggiunto il suo culmine. Il risultato è che proprio gli ultimi sviluppi rivelano l’evidente affanno dell’Europa nell’affrontare con efficacia una crisi da cui in qualche modo dipende la stabilità dei Balcani Occidentali e dei confini dell’Unione Europea.

Si è cominciato con le proteste dei cittadini di etnia serba a fine ottobre, quando è entrato in vigore il provvedimento che rende obbligatorio per i serbi-kosovari il passaggio dalle targhe automobilistiche emesse dalla Serbia a quelle nuove emesse da Priština. Circa 10 mila serbi hanno manifestato nella città di Kosovska Mitrovica per affermare la loro appartenenza alla Serbia e il loro rifiuto dell'autorità di Priština. Il tutto ha suscitato l'ira delle autorità kosovare, che chiedono l'utilizzo di targhe ufficiali del paese in luogo di quelle di Belgrado. Molti rappresentanti serbi nelle istituzioni kosovare hanno dato le dimissioni.

Alla fine tra le due parti, e grazie all’intervento di Washington, si è trovato un accordo provvisorio che purtroppo è durato poco. Fino ai giorni scorsi, quando i serbi hanno bloccato le strade principali e i valichi di Jarinje e Brnjak, alla frontiera con la Serbia, per protestare contro l'arresto dell'ex poliziotto serbo Dejan Pantić, accusato per l'assalto agli uffici della commissione elettorale e per alcuni attacchi a funzionari della polizia kosovara.

In questo momento la comunità internazionale teme che lo scontro possa espandersi. È stata anche lanciata una granata contro i poliziotti dell'EULEX, ma nessun agente di polizia è rimasto ferito e non ci sono stati danni materiali. Per questo motivo, il governo di Priština ha infatti inviato centinaia di agenti della polizia speciale per garantire l'ordine pubblico e la sicurezza dei residenti.

Il premier kosovaro Albin Kurti accusa ora Belgrado di voler tornare in guerra, mentre il presidente serbo Aleksandar Vučić dice che queste proteste sono pacifiche, invitando i serbi a non cadere nelle provocazioni. Affermazioni completamente opposte dei due leader, che per l'ennesima volta dimostrano la non volontà di trovare un accordo definitivo.

In passato molti europeisti hanno citato spesso il Kosovo come esempio dei buoni risultati dell’Unione Europea nello sviluppo di una politica estera comunitaria. Il riferimento è al fatto che, a partire dal febbraio 2008, quando Kosovo ha proclamato la sua indipendenza, l’Unione ha assunto il compito di sostituire le Nazioni Unite nella loro missione di stabilizzazione il paese e di rafforzare il diritto nello nuovo Stato. Un compito tanto complesso, quanto difficile da realizzare. Per quanto riguarda la sua indipendenza, nonostante la maggior parte dei paesi membri dell’Unione Europea riconobbe il Kosovo come stato, ben cinque si rifiutarono di farlo: la Spagna, la Grecia, la Romania, la Repubblica Slovacca e Cipro. Sono cinque stati che si trovano ad affrontare le loro spinte secessioniste e che per questo si rifiutano di riconoscere l’indipendenza di Priština, con il timore che possa costituire un precedente per le loro situazioni interne.

Si teme ora che uno scontro diretto tra polizia kosovara e residenti serbi rischierebbe di trasformarsi in una nuova guerra nei Balcani. Una cosa che accadrà molto difficilmente, visto che la vera partita si gioca a Bruxelles, dove si sta lavorando per arrivare a una soluzione. Belgrado vuole ottenere di più nella mediazione franco-tedesca, che sarebbe un passo in avanti enorme rispetto alla normalizzazione dei rapporti prevista da Bruxelles nove anni fa. Esiste un documento di cui non sono stati rivelati i dettagli, però, la sostanza è che la Serbia accetti l'ammissione del Kosovo all'Onu e alle altre organizzazioni internazionali in cambio di una accelerazione del suo percorso verso l'integrazione nella Ue.

D’altra parte, Washington si è rimessa in gioco ed è diventata definitivamente l'indirizzo chiave per la conclusione di queste trattative. Sia Belgrado che Priština in qualche modo guardano alla Casa Bianca e si fidano di essa. Se gli Stati Uniti decideranno di porre finalmente fine a questi negoziati, allora è possibile aspettarsi un accordo definitivo in primavera.

Tatjana Đorđević

Analisi di

14 dicembre 2022

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