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L'accoglienza tra ieri e oggi

di Anna Foa

I delegati alla Conferenza di Evian

I delegati alla Conferenza di Evian

Cosa significava la parola "accoglienza" ieri? E cosa significa oggi?
Un'analisi della storica Anna Foa a partire dalla Conferenza di Evian del 1938, convocata per discutere dei rifugiati ebrei provenienti dalla Germania nazista, in cui tuttavia nessuno dei Paesi partecipanti si propose di accoglierli. 
Riprendiamo quindi le parole della professoressa Foa, che già aveva sviluppato questo tema nel suo intervento per il lancio di GariwoNetwork.

Al centro del mio intervento è il tema dell’accoglienza, vista non solo nell’attualità ma anche e soprattutto nel passato. Se è vero infatti, come dicono gli storici, che gli eventi sono sempre irripetibili, che se anche danno l’impressione di ripetersi lo fanno sempre con modalità differenti e in contesti diversi, è pur vero che a volte ci si trova di fronte ad eventi e contesti storici che ci ricordano molto da vicino il nostro presente e che ci spingono a domandarci se la storia non si stia invece davvero ripetendo.

Respingimenti alle frontiere, barriere innalzate per contenere l’immigrazione, allarmi sull’invasione dei migranti non sono fenomeni nuovi, hanno precedenti e possibili confronti nel passato. La percezione che la Lega diffonde dei rifugiati è simile a quella che si aveva poco più di un secolo fa degli emigranti italiani che giungevano negli Stati Uniti, in gran parte da quello stesso Nord Est che ha fatto oggi da culla all’odio italiano verso i migranti. Basta prendere solo una delle tantissime vignette contro gli emigranti italiani di questi anni, tratta dal The Mascot di New Orleans, 13 aprile 1889: “Miserabili, vagabondi, assassini e altra feccia europea e asiatica. Rifiutati altrove, sono facilmente sbarcati qui”. In primo piano un italiano con un coltello insanguinato ed inciso dalla parola “vendetta”. In sostanza, gli italiani erano piccoli, sporchi e cattivi.

Ma vorrei fare riferimento ad un momento successivo a quello della grande ondata di migrazione nelle Americhe, e in particolare ad un evento che ha moltissimi elementi di somiglianza con quello che sta succedendo oggi e che coinvolge non le percezioni dei media, ma le politiche degli Stati. Si tratta della Conferenza internazionale di Evian del luglio 1938, convocata per risolvere il problema dei profughi ebrei dalla Germania nazista su iniziativa del Presidente americano Roosevelt, con la partecipazione di 32 Paesi: 9 europei, tre del Commonwealth, 20 dell’America Latina. È stato un evento di grande peso sia per chi ne è stato colpito direttamente, in quel caso gli ebrei tedeschi e austriaci che si vedevano preclusa la possibilità di fuggire dal Terzo Reich, sia per il resto del mondo, dal momento che è stato senza dubbio un passo significativo verso la guerra portata da Hitler all’Europa. La conferenza fu convocata ad Evian dopo il rifiuto della Svizzera di accoglierla - per paura di essere spinta a superare la sua politica di neutralità. La Germania nazista era presente solo in qualità di osservatore, un osservatore particolarmente interessato, una specie di convitato di pietra, dal momento che all’epoca i nazisti puntavano ancora sull’emigrazione per liberarsi degli ebrei fino al punto di proporre incentivi ai Paesi disposti ad accoglierli. Era inoltre presente come osservatore il leader sionista Chaim Weizmann. L’Italia non partecipò alla Conferenza di Evian, il suo ministro degli Esteri Ciano disse di “non essere interessato”. “L’Ambasciatore d’America, scriveva nel suo Diario, è venuto a chiederci l’adesione alla costituzione di un Comitato internazionale con lo scopo di favorire l’emigrazione dei profughi politici dalla Germania e dall’Austria. Gli ho risposto che una simile richiesta urtava più che le nostre direttive negli affari internazionali, la nostra morale politica. Philips si è sorpreso della mia risposta. Vedeva nella proposta un aspetto umanitario. Io soltanto uno politico”.

Si trattava per i Paesi partecipanti, e in particolare per quelli più esposti all’immigrazione, di decidere se modificare o meno le loro politiche di accoglienza per accettare i profughi ebrei in fuga dalla Germania e dall’Austria, annessa al Reich con l’Anschluss del marzo dello stesso 1938 con la conseguenza di aumentare di oltre 200000 il numero degli ebrei presenti nel Reich tedesco. Al termine della Conferenza, pur deplorando la situazione degli ebrei vittime della persecuzione nazista, gli Stati partecipanti decisero di non modificare in alcun modo le loro politiche restrittive dell’emigrazione e di non aprirsi all’immigrazione degli ebrei. Gli Stati Uniti, Paese dove tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento si erano riversati abbastanza liberamente milioni di immigrati italiani, irlandesi, ebrei dell’Europa Orientale, avevano introdotto politiche sull’immigrazione molto restrittive, fondate su motivazioni soprattutto economiche, già nel 1924. La crisi seguita al crollo di Wall Street nel 1929 aveva ulteriormente accentuato ovunque la tendenza a chiudere le frontiere. Ad Evian, la Francia rispose di aver già raggiunto il punto di saturazione nell’immigrazione; l’Australia che, dal momento che non aveva problemi di razzismo, non desiderava importarne; il Canada oppose un rifiuto deciso; il Messico restrinse addirittura la quota prevista di immigrati; la Svizzera e la Svezia chiesero alle autorità tedesche di stampare una J (di Jude) sui passaporti degli ebrei, in modo da poterli riconoscere nell’immigrazione. Solo la Danimarca, l’Olanda e, nelle Americhe, la Repubblica Dominicana accettarono una parte dei profughi. Un discorso a parte merita la Palestina, sotto mandato inglese, dove molta parte dell’emigrazione ebraica avrebbe potuto riversarsi. Dopo un fallito tentativo di spartizione, nel 1937, il sempre più marcato avvicinamento alla Germania nazista dei palestinesi e degli arabi, unito ad una ripresa della rivolta araba in Palestina, spinsero l’Inghilterra, per timore di un’alleanza ancora più stretta fra il mondo arabo ed Hitler, al Libro Bianco del maggio 1939, che limitava nella maniera più drastica l’immigrazione ebraica in Palestina. Era la condanna a morte per centinaia di migliaia di ebrei europei.

Il rifiuto delle potenze mise Hitler di fronte alla prova che in Europa e negli Stati Uniti non ci si preoccupava poi tanto del destino degli ebrei. In questo senso, la conferenza fu in qualche modo anche un ballon d’essai da parte del nazismo. Le conseguenze non si fecero attendere. Alla fine di settembre, con la Conferenza di Monaco, le stesse potenze europee che avevano rifiutato di accogliere gli ebrei subirono senza reagire, in nome della “pace”, l’inglobamento nazista della Cecoslovacchia. Nel novembre dello stesso anno ci furono grandi Pogrom in Germania, Austria e Cecoslovacchia, la cosiddetta Notte dei Cristalli - la notte delle violenze, degli omicidi, del massacro degli ebrei e delle deportazioni nei campi di concentramento tedeschi. Da qui, ebbe inizio la strada che verrà poi percorsa dalla Germania: la strada della guerra, anche se non ancora necessariamente la strada della Shoah. Ma gli eventi del 1938 dimostrarono ad Hitler che poteva fare agli ebrei ciò che i turchi avevano fatto agli armeni e che poteva iniziare una guerra di conquista in tutta Europa. Fu così che la politica volta a realizzare l’emigrazione degli ebrei si mutò, nel corso di soli tre anni, in quella volta a cancellarli dalla faccia della terra.

Ora noi ci troviamo - e riprendo qui le parole di Gabriele Nissim - in un momento molto pericoloso: si alzano i muri e l’antisemitismo sta crescendo, accompagnato dal razzismo (che è il suo humus, checché se ne dica, e qui mi rivolgo al mondo ebraico di cui sono parte, che ancora stenta a riconoscere il fatto che l’antisemitismo è anche frutto del razzismo). Si veda, ad esempio, quello che sta succedendo in Ungheria e in Polonia, dove si estende l’ostilità a migranti e a stranieri, accompagnata sovente dalla crescita dell’antisemitismo. La cultura dell’odio, del disprezzo verso il più debole, si sta diffondendo e si rafforza ogni giorno di più.

Solo due anni fa c’è stata una grande commozione ovunque per la foto del corpo del bambino siriano annegato sulla spiaggia, ma non so se oggi ci sarebbe la stessa reazione. Le foto dello sterminio del popolo siriano da parte di Assad sono ovunque e molte di esse sono di bambini. Il rifiuto dell’accoglienza dei migranti ci prospetta un futuro in cui tutti i valori dell’Europa possono essere distrutti, in cui la cultura dell’odio può crescere, in cui i fascismi possono riaffacciarsi nei vari Paesi europei. Esso apre a degli sbocchi politici che abbiamo già visto nella storia. Per questo motivo, anche se essi non si ripresenteranno nello stesso modo, dobbiamo fare attenzione.

Per concludere, si parlava della cultura del bene, della didattica del bene. A me impressiona sempre la parola ‘buonista’: c’è come un rifiuto del bene e della idea stessa del bene, della responsabilità, della giustizia. Tale rifiuto è trasversale: non appartiene solo alla destra, ma appartiene anche a molte parti della sinistra, che non vedono nel bene un movente dell’agire degli uomini per migliorare il mondo. Ebbene, questo c’è già stato - e anche qui torniamo indietro - quando in Italia sono state promulgate le leggi razziali in quell’orribile 1938: chi manteneva la sua amicizia con gli ebrei, chi si rivolgeva loro, chi non si adeguava alla campagna d’odio nei loro confronti veniva allora chiamato ‘pietista’. Oggi mi sembra che la parola ‘pietista’ e la parola ‘buonista’ abbiano la stessa valenza, si assomiglino. Dimentichiamoci per favore questa parola, perché è pesante e pericolosa. Ricordiamoci che il bene deve essere un valore, poiché nel momento in cui il bene non è più considerato un valore, succede quello che la Bibbia ci dice essere accaduto a Sodoma e Gomorra. Ma dove trovare dieci giusti? 

Anna Foa, storica e già docente all'Università La Sapienza di Roma

Analisi di Anna Foa, storica e già docente all'Università La Sapienza di Roma

3 aprile 2018

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