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L'Armenia ha perso la pace, non la guerra

di Simone Zoppellaro

(Alex McBride/Getty Images)

Vorrei scrivere agli armeni, come un amico, alcune parole scomode. Parole non semplici da scrivere o sentire – a maggior ragione dopo una sconfitta, quella di novembre, che ha prodotto migliaia di morti, decine di migliaia di profughi e sfollati, e una catastrofe umanitaria e politica che non ha fine. Non è stata la prima guerra in Karabakh, lo sappiamo, e rischia di non essere l’ultima (secondo molti, ciò è quasi una certezza). Vorrei scrivere come un amico, perché gli amici, nei momenti più difficili, non si limitano a aiutarci e a consolarci, ma anche a farci riflettere – senza risparmiarci critiche.

Quando la BBC chiese al filosofo e matematico Bertrand Russell quale fosse il suo messaggio per le future generazioni, il premio Nobel rispose due cose, in modo semplice e profondo. La prima, guardare solo ai fatti e alla verità che questi recano, senza pensare a quanto desideriamo credere e alle conseguenze. La seconda: “love is wise, hatred is foolish”, non solo a livello individuale, ma anche sociale. Ebbene, ho sempre pensato che questi due pensieri fossero legati, e che non esista amore là dove ci siano silenzi e censure.

Non sono idee astratte le mie, ma maturate avendo di fronte a me per settimane decine di vittime, che ho incontrato e intervistato: occhi che mi sono rimasti incisi nella coscienza come un marchio a fuoco. Si tratta di riflessioni che ho maturato in Karabakh e in Armenia, dove sono stato fra dicembre e febbraio, ma anche discutendo con amici armeni tutti i santi giorni, a partire da quel maledetto 27 settembre.

Partirei proprio dalle parole di un amico, uno dei più noti giornalisti di Yerevan: il problema più grande dell’Armenia di oggi è il suo etnonazionalismo. Un etnonazionalismo in crescita esponenziale, negli ultimi mesi, ma che ha prodotto anche in passato la rimozione della prospettiva dell’altro, delle sue sofferenze. Non parlo certo del dittatore Aliyev, che di sofferenze non ne ha nessuna, e di prospettive non altre che accrescere i suoi capitali e il suo potere dispotico. Parlo delle centinaia di migliaia di profughi azeri fuggiti dal Karabakh e dai sette distretti. Parlo dei crimini compiuti a Khojaly; parlo di Aghdam rasa al suolo, pietra dopo pietra, per sfregio, e affinché quei profughi azeri non potessero mai più ritornare nelle loro case. Parlo dei giovani azeri morti in battaglia, anche nell’ultima guerra, e dei civili uccisi dall’assurda e inutile rappresaglia armena contro Ganja ed altre città.

Perché, a ben guardare, l’Armenia non ha perso la guerra (quella degli anni '90 l'aveva vinta), ma la pace. Ha perso con la politica e la diplomazia, in primis, non con le armi; ed ha perso anche perché la rimozione delle sofferenze degli altri, dei civili azeri cacciati dal Karabakh, l’ha fatta essere cieca circa le possibilità di trovare un compromesso equo, per decenni, che mirasse a un loro ritorno. Certo, si trattava di rimediare al torto storico con il quale i sovietici avevano assegnato il Karabakh, a maggioranza armena, all’Azerbaigian. Ma la realtà, anche allora, era più composita: dire che questa terra è sempre stata solo e unicamente armena significa compiere un’ingiustizia.

Eppure, la cura che alcuni armeni – per fortuna ancora una minoranza – propongono per risolvere i problemi di oggi è: più nazionalismo. Ma più nazionalismo, nel contesto tossico di oggi, significa una cosa sola: fascismo. E in effetti di gruppi neofascisti, in Italia e in mezza Europa, ce ne sono molti che non aspettano altro: raccontare agli armeni che sono un popolo superiore, per storia, etnia e religione, seminare in loro più odio, vittimismo, idee complottistiche e xenofobe e, in ultima analisi, sfruttare un conflitto di cui non si sono mai occupati per decenni per il loro tornaconto politico.

Emblematico il caso della Germania, dove vivo, quando schierati apertamente contro Erdogan e Aliyev, in piena guerra, c’erano tre partiti di opposizione: i Verdi, la Linke e l’AfD. Due partiti capaci di governare in diversi stati federali, i primi, e con ben altra influenza e peso politico – soprattutto il primo – rispetto alla nuova destra dell’AfD, tuttora marginalizzata e fuori da una prospettiva di governo. Ebbene, nel bel mezzo dei bombardamenti a Shushi abbiamo avuto rappresentanti fra i più radicali di questo partito che facevano un macabro spot a loro stessi dalla cattedrale bombardata e ferita. Non si tratta solo di una questione morale, ma anche di Realpolitik: chi ha fatto un invito del genere non aveva la minima idea della realtà politica della Germania di oggi, di come questo invito – coperto dai media tedeschi – fosse un piccolo suicidio diplomatico.

Emblematico è anche uno slogan, concepito peraltro per un’ottima causa, per un fondo governativo armeno di solidarietà: “Siamo i nostri confini”. La prima volta che l’ho letto ho pensato per un attimo che si trattasse di un lapsus, di uno sbaglio. Non lo era: ma come si può vincere o prosperare se non si è in grado di andare oltre i propri limiti e confini? Sembra uno slogan adatto, semmai, per gli oligarchi che hanno speculato e distrutto l’Armenia di oggi, a suon di monopoli che sfruttavano e sfruttano i confini ingiustamente chiusi da Baku e Ankara, disseminando una cultura tossica e rozza (al confronto di quella dei normali cittadini armeni), insieme a soprusi e ruberie. Per fortuna, non solo la storia dell’Armenia, ma anche il presente della diaspora armena nel mondo, ci racconta un panorama assai diverso e composito: quello di donne e uomini che, per secoli, partendo da un forte attaccamento alle loro radici e cultura hanno superato tanti confini, mentali e fisici, dando un contributo decisivo non solo alla cultura armena, ma anche a quella mondiale.

E no, personalmente non mi hanno sorpreso o colpito le lusinghe di tanti gruppuscoli che oggi, sbagliando, sperano di trovare in Armenia il buon vecchio Cile, la buona e vecchia Spagna. Sbagliano, dico, perché nelle tante manifestazioni che ho visto a Yerevan, pro o contro il governo, non ci sono stati morti, e la democrazia armena – senza il supporto di nessuno, tranne che degli armeni stessi – è ancora lì, lontana dal suo capolinea. Quello che mi ha sorpreso, semmai, è stato vedere la solidarietà di tanti yazidi, che nelle migliaia di armeni in fuga dal Karabakh hanno rivissuto le loro sofferenze; mi è piaciuto vedere la solidarietà agli armeni di diverse comunità ebraiche – dall’Italia, alla Russia, agli USA – nonostante le forniture di armi terribili giunte da Israele a Baku; mi è piaciuta, infine, la solidarietà di tanti semplici cittadini che, in Italia e altrove, hanno compensato almeno in piccola parte lo scandaloso silenzio (complice, non certo neutrale) dei nostri governi.

Credo e spero che da qui si debba ripartire. Ma anche da un dialogo con l’altro: non certo con Aliyev o Erdogan, che rappresentano regimi sanguinari, ma con quelle figure – da Akram Aylisli a Arzu Geybullayeva, da Günel Movlüd ad altri – che, pur non negando le sofferenze della propria gente, non negano o sminuiscono quelle degli armeni. Lo ripeto: vincere una guerra, due o cento, non basta, se non si è in grado di vincere la pace. E la pace la si vince con altre armi: quelle della diplomazia internazionale e della riconciliazione. Che sono l’esatto opposto di ogni ripiegamento o nazionalismo.

Scrivo queste parole a pochi chilometri dal confine franco-tedesco, marchiato a lungo da guerre e orrori, da un odio che sembrava ineludibile, ed oggi pacificato e aperto. Chi lo avrebbe immaginato, solo pochi decenni fa? Molti tedeschi e francesi, oggi, ancora se ne stupiscono. E scrivo pensando a un’Armenia, eterna fenice, che ha passato continue occupazioni e tragedie nella sua storia, ma che ha sempre trovato – nella forza delle idee e della cultura, nelle sue aperture – la forza di rinascere.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

28 aprile 2021

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