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L'esame di coscienza di Israele

Sabra e Shatila trent'anni dopo

Chissà cosa direbbe oggi di Sabra e Shatila Ariel Sharon se un miracolo lo risvegliasse dallo stato vegetativo nel quale è ridotto dal 2006. A causa di quel massacro, del quale ricorre in questi giorni il trentennale, fu costretto dall'allora primo ministro Menachem Begin a lasciare la poltrona di ministro della Difesa. La commissione Kahan lo aveva giudicato colpevole di non aver adottato alcuna misura per impedire la strage di 800 palestinesi da parte dei falangisti e ne aveva raccomandato la rimozione dall'incarico.

Facile immaginare che anche oggi l'anziano ex-generale negherebbe ogni addebito. Lo fece già nel 2002 quando citò in giudizio il settimanale Time, che aveva insinuato che Sharon avrebbe concordato con i falangisti una vendetta nei confronti dei palestinesi dopo l'assassinio del leader cristiano-maronita Bashir Gemayel. Sharon vinse la causa e Time fu costretto a risarcirlo. Il settimanale americano non fu in grado, infatti di dimostrare che quella notizia era contenuta nella sezione secretata del rapporto Kahan. Forse proprio in questa sezione sono contenute alcune risposte su un evento, che a distanza di trent'anni costituisce un peso per la coscienza nazionale israeliana. Lo ha raccontato molto bene nel 2008 Ari Folman col suo pluripremiato film di animazione Valzer con Bashir.

Il film descrive i dilemmi di coscienza di un soldato (il regista stesso) che nel momento della strage era parte del contingente militare israeliano in Libano. Questo soldato vive quell'evento con un senso di colpa, lo stesso che ebbero i 300mila israeliani, che il 25 settembre 1982 scesero in piazza per chiedere e poi ottenere una commissione d'inchiesta. Il film ha ripreso il filo di quella manifestazione 26 anni dopo. Una parte della società israeliana ebbe il coraggio di assumersi delle responsabilità per una strage che pure non aveva visto il coinvolgimento diretto dell'esercito dello stato ebraico. Peccato che in Libano Valzer con Bashir sia stato proibito e proiettato solo clandestinamente e che in quel tragico settembre di trent'anni fa nei paesi arabi nessuno scese in strada per dimostrare solidarietà con i palestinesi. A scendere in strada furono invece gli europei. Non lo avevano fatto per tutte le altre stragi che avevano funestato il Libano durante la guerra civile (95mila morti dal 1975 al 1982) e non lo faranno nel maggio del 1985 quando milizie musulmane attaccheranno i campi profughi di Shatila e Burj-el Barajneh uccidendo 635 palestinesi. In Italia in quei giorni decine furono i dibattiti e le manifestazioni con rappresentanti dell'Olp per manifestare solidarietà al popolo palestinese. Rappresentare la posizione di Israele in quei frangenti era davvero impresa improba. La strage di Sabra e Shatila era diventata per molti la conferma che Israele era il male assoluto e da censurare non era solo il suo governo, ma tutta la popolazione e lo stesso diritto a esistere dello stato ebraico era messo in dubbio.

Un'esistenza, che invece secondo Menachem Begin nel 1982 era messa in pericolo soprattutto dall'Olp e Arafat da lui definito: “un Hitler con la barba”. Quest'evocazione della Shoà si rivelò un clamoroso boomerang quando dopo Sabra e Shatila l'opinione pubblica mondiale vide nei palestinesi dei campi profughi gli “ebrei perseguitati” e negli israeliani i “nazisti”. Un boomerang, del resto, fu tutta l'operazione “Pace in Galilea” dichiaratamente lanciata per difendere i villaggi israeliani del nord dagli attacchi dell'artiglieria palestinese, ma in realtà pensata da Sharon per cambiare il volto del Libano, che, senza l'Olp, finì progressivamente sotto il controllo della Siria di Assad tranne una “zona di sicurezza”, che Israele tenne sotto controllo fino al 2000 non senza pagare un alto prezzo di sangue.
L'Esercito di Difesa d'Israele (Zahal in ebraico) era stato usato da Sharon per una politica imperiale estranea alla sua anima popolare e alla sua storia. L'ex-generale aveva sempre teorizzato la possibilità di provocare con azioni militari cambiamenti politici. Ci provò con il Libano, ci avrebbe voluto provare con la Giordania per trasformarla da monarchia hashemita in stato palestinese, lo fece anche quando sgombrò Gaza senza alcun accordo con l'Autorità Palestinese.

Dopo Sabra e Shatila Sharon non tornò più al ministero della Difesa, ma continuò la sua brillante carriera politica sorretto dalla fiducia di un'alta percentuale di israeliani. Chi pagò il prezzo più alto fu Menachem Begin, che nell'agosto del 1983 si ritirò dalla vita politica non apparendo più in pubblico e chiudendosi in un silenzio depresso, causato dalla scomparsa della moglie e quasi certamente anche dall'esito deludente dell'Operazione pace in Galilea.

Oggi il conflitto con i palestinesi è semicongelato così come congelato è il processo di pace. Il governo di Gerusalemme ha annunciato con largo anticipo la volontà di lanciarsi in una nuova avventura militare, questa volta più complicata, più rischiosa, ma in parte anche più giustificata: l'attacco all'Iran. Nethanyahu sa che un'operazione militare non impedirà al regime degli ayatollah di dotarsi nel tempo di armamenti nucleari. Egli, però, coltiva un sogno “stile Sharon”: far cadere il regime iraniano. Per questo obiettivo sembra disposto a raffreddare i rapporti con gli Usa, provocare la morte di centinaia di civili in Israele e in Iran, e rallentare la crescita economica interna. A 30 anni da Sabra e Shatila e dall'Operazione Pace in Galilea la storia potrebbe concedere una sorta di replica. E gli esiti sarebbero imprevedibili per tutto il Medio Oriente.

Analisi di Gabriele Eschenazi

11 settembre 2012

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