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L'Europa nel disordine mondiale

di Giovanni Cominelli

Che la storia – intesa come storiografia - sia “maestra di vita” appartiene da sempre alla retorica scolastica. Arriva attraverso i secoli dal De Oratore, opera retorica scritta da Cicerone tra il 55 e il 54 a. C.: “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis” (La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell'antichità). Purtroppo è un falso retorico. 

A più di settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, che provocò circa 70 milioni di morti, in maggioranza civili, e immani distruzioni, tornano a soffiare sul mondo venti e culture di guerra. Non che in questi 70 anni non si siano combattute delle guerre: dalla Corea, al Vietnam, a quelle del Medioriente tra Israele e alcuni Paesi arabi, tra Iraq e Iran, a quelle del Centro-Africa, a quella dell’Afghanistan, fino a Desert Storm e all’invasione dell’Iraq. Quanto alle guerre civili, feroci, basterà ricordare quelle africane o quella jugoslava degli anni ‘90, che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia o a quella siriana, tuttora in corso.
La rappresentazione europea di un mondo pacificato era già largamente illusoria, figlia di un eurocentrismo ripiegato su di sé. Ma in questo 2017 simile proiezione sta dissolvendosi. Il nazionalismo di ritorno ne costituisce una conseguenza e, insieme, una causa. A sua volta esso è il prodotto geopolitico della fine dell’ordine mondiale della “comunità degli Stati”, tenuta in assetto da due superpotenze. 

Caduto nel 1989 il sistema degli Stati comunisti, che faceva capo all’URSS, che ha chiuso i battenti nel 1991, tramontata ben presto l’utopia dell’egemonia liberale di un’unica superpotenza, gli USA, ci troviamo nel vuoto di un disordine mondiale, dove tornano a prevalere le singole potenze e la contrattazione conflittuale tra loro, che non esclude la guerra quale continuazione della politica con altri mezzi. Rispetto al ciclo dell’ordine mondiale aperto da Yalta, questo disordine vede crescere il numero di Stati, che dispongono di armi nucleari e chimico-batteriologiche. Lo scenario europeo deve registrare la questione ucraina, quella della Crimea, le tensioni polacche/lettoni, le tendenze nazionalistiche e illiberali dei Paesi dell’Est, in particolare di Ungheria e Polonia, l’aggressività putiniana verso l’Unione europea. La quale, d’altronde, è attraversata da pulsioni sovranistiche e nazionalistiche, che nascono da e alimentano il nativismo etnico, il mito della purezza etnica e la paura dell’Altro che la inquinerebbe. Immigrazioni massicce e terrorismo arrivano da Paesi in collasso, dalla combinazione di fallimento degli Stati e da fanatismo religioso e investono la quieta Europa. 

Quieta fino a ieri. Di colpo sono tornati ritornano i fantasmi del ‘900. La Turchia, l’Iraq, la Siria, l’Iran sono alle prese e competono nella destatalizzazione dell’area mesopotamica, il cui innesco è stato acceso dalla politica sucida di Bush jr. non tanto con l’invasione dell’Iraq, ma con la successiva gestione. Lo scioglimento immediato di Esercito e Polizia – più di 1 milione di uomini e di famiglie alle loro spalle – ha generato l’ISIS, che è molto di più di un gruppo terroristico quale Al Qaida: è il tentativo di costruire uno Stato nel vuoto politico-istituzionale mesopotamico, ricchissimo di acqua e petrolio. Quanto a Israele, il crescente nazionalismo ebraico sta riaggravando, con la fondazione di nuove colonie in Cisgiordania, la questione palestinese. Sulle sponde africane del Mediterraneo, l’implosione dello Stato libico - provocata dall’improvvida politica americana di appoggio indiscriminato alle cosiddette “primavere arabe” e dall’intervento anglo-francese, volto a mettere le mani sul petrolio libico, in concorrenza con l’Italia – ha aperto le porte all’immigrazione dal Centro-Africa. Lo scacchiere mondiale presenta tre grandi potenze: gli USA, la Russia, la Cina, ciascuno in frizione con ogni altra. Gli USA di Trump hanno accelerato la tendenza, che era già di Obama, del ritiro dal Mediterraneo e dal Medioriente. Stanno abbandonando l’ambizione di un governo mondiale per giocarsi in proprio il loro ruolo nel mondo, in base ai propri interessi nell’America latina e nel Pacifico. La Russia sta diventando la potenza egemone in Medioriente. La Cina punta al controllo delle Isole Spratly, nel corridoio che porta verso le Filippine e l’intera Asia del Pacifico. L’insorgere in questi giorni della questione nord-coereana e le minacce di Trump di chiuderla in fretta, non escludendo l’opzione militare, trasformano l’area in una polveriera, che rischia di esplodere in faccia all’intera Asia sud-orientale e al mondo intero.

Se questo è il quadro, l’Unione europea, quale rappresentanza politica dell’Europa, rischia l’insignificanza. Europa: cioé un’idea di uomo, di civiltà, di rapporto con l’Altro. A quanto pare, la memoria delle tragedie non è un motore sufficiente di mobilitazione delle intelligenze. E, inoltre, i giovani sono naturaliter privi di memoria. È la loro forza, d’altronde. E, tuttavia, l’intelligenza del presente è necessaria e accessibile a tutti. Basta guardar fuori nel mondo per rendersi conto dei rischi del tempo storico presente. La guerra non è solo il passato, può essere anche il futuro. Come ha scritto Samantha Power in un articolo per Project Syndicate del 2002: “Se la storia ha una funzione predittiva, una nuova eruzione di brutalità di massa potrebbe essere imminente”. Camminare come sonnambuli nel disordine mondiale o provare a costruire con l’intelligenza e con il cuore un nuovo ordine, questa l’alternativa, che si profila. La scelta appartiene alle nostre responsabilità.

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

6 aprile 2017

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