English version | Cerca nel sito:

L'odio. Irreparabile?

di Nadia Neri, psicologa analista

Prendo questo titolo da un libro che ho curato anni fa, di cui voglio riprendere alcuni punti essenziali. La psicoanalisi conferma che l'odio esiste, lo sperimentiamo in tante situazioni estreme, nelle crisi di coppia, nelle madri che odiano il proprio figlio come parte inconscia distruttiva di se stesse, nella misoginia più o meno latente in tanti esseri umani. Nella stessa storia della psicoanalisi sono documentate tante vicende dolorose contrassegnate dall'odio. Ma allarghiamo il discorso. Ci viene in aiuto la letteratura: George Orwell, nel famoso romanzo 1984, immagina - nella descrizione della vita totalitaria e totalizzante - un teleschermo dotato di potere assoluto di controllo e formazione delle coscienze, la cui funzione era l'istituzione di ben due minuti d'odio quotidiani!  

Orwell sembra evocare in modo profetico i problemi più gravi della nostra società, soprattutto l'asservimento e l'assopimento totale delle coscienze. L'odio veicolato da un teleschermo diventa uno strumento indispensabile di questa operazione. I riferimenti alla situazione attuale della società sono evidenti in modo sconvolgente. Invece Il filosofo Günther Anders - in un breve saggio, L'odio è antiquato - fa una riflessione profonda sull'evoluzione dell'odio nelle guerre. Infatti, mentre nella prima guerra mondiale e in parte nella seconda si vedeva il nemico di fronte, in carne ed ossa, e quindi era inevitabile odiarsi reciprocamente, Anders sottolinea come invece i piloti, già nella seconda guerra mondiale "non odiavano, soprattutto perché nei loro bombardamenti notturni dal cielo di fatto non combattevano più , bensì 'unicamente' annientavano; per l'esattezza non i loro consimili, ma installazioni, città, popolazioni (per loro affatto invisibili)". E sottolinea come in modo tragico oggi l'odio nelle guerre sia "diventato superfluo.

Prescindendo dal fatto che nessun computer è capace di odiare, ciò che importa è che questo sentimento non è più necessario perché un computer provochi un evento apocalittico". Credo che ad ogni lettore vengano in mente immagini alle quali rischiamo di assuefarci, i bombardamenti notturni su Bagdad della prima guerra americana contro l'Iraq, ad esempio. Ora la realtà supera le considerazioni già molto amare del filosofo - penso ai droni, aerei senza piloti che colpiscono i bersagli ancor più in modo indifferenziato.

La psicoanalisi ci ha ampiamente documentato che l'odio esiste, ma la cura psicoanalitica si è sempre cimentata anche a 'riparare' le ferite che l'odio produce nella psiche umana: pensiamo alle analisi dei superstiti dei lager nazisti o alle vittime di tortura come esempi estremi, ma molto significativi. La cura psicoanalitica, se da una parte ci fa affrontare continuamente l'istanza di odio nei pazienti, ci mostra anche in modo chiaro come si viva meglio se si riesce a non restare imbrigliati in esso. Come afferma la nota psicoanalista Simona Argentieri, “l'odio più pericoloso è quello inconscio. Forse la psicoanalisi non può rendere gli uomini più buoni, ma può renderli meno stupidi, diminuendo il rinforzo reciproco che sempre si stabilisce tra odio e paura”.

Vorrei fare due esempi, di segno opposto. Esiste nei nostri tempi una figura tragica e inquietante che incarna in modo estremo l'odio, ed è quella del kamikaze. La sua presenza reale o fantasmatica assedia qualsiasi luogo in ogni angolo del mondo ed è l'emblema della disperazione estrema con una miscela esplosiva di fanatismo religioso, di povertà e di odio irreparabile. È l'antitesi del computer senza sentimenti che ci annienta di cui parlava Günther Anders: il kamikaze, infatti, è al contrario un uomo o una donna con una overdose di sentimenti, vittima di una disperazione cieca, spesso di un fanatismo religioso che sgomenta.
Il secondo esempio riguarda un'esperienza positiva: l'associazione One by One, alcuni anni dopo la seconda guerra mondiale, ha riunito e cercato di far dialogare i superstiti della Shoah o i figli delle vittime dei lager con i figli delle SS naziste attraverso percorsi diversi, anche di tipo psicoterapeutico. Molti anni fa ho assistito a Roma a un loro incontro e fu un’esperienza molto forte: si documentava infatti una possibilità molto dolorosa di elaborare le ferite dell'odio mettendo insieme carnefice e vittima.

Termino ricordando quanto afferma con forza Etty Hillesum: “come ci dice l'ebreo Paolo nella lettera ai Corinzi, ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo, lo renderà ancora più inospitale”.

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

14 aprile 2014

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Scopri tra gli Editoriali