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L'uomo non è un'isola. Riflessioni sull’impatto sociale del Corona Virus

di Luca Rosini

The New Yorker

Quando ho visto in tv e sui giornali le file di americani davanti alle armerie ho subito pensato a uno scenario post apocalittico e mi sono ricordato le tante discussioni avute con gli americani che professano la dottrina della self defence. Ho così cercato di capire quale fosse la psicologia che spingeva quella gente, in pieno panico da Corona Virus, ad accaparrarsi strumenti di difesa personale. È chiaro che gli americani non pensano che il virus possa essere ucciso da un colpo di pistola alla John Wayne, come alcune battute sarcastiche hanno evocato. È stato un automatismo, una specie di coazione a ripetere, a portare il consumatore americano nel negozio di armi. Come già successo in altre crisi del passato, il suo bisogno di sentirsi protetto si è trasformato nell’unica azione difensiva che ha imparato: l’acquisto (di per sé già un forte sedativo per l’ansia senza nome) delle armi. Un segno tangibile e concreto del potere personale, da tenere in tasca. Nella mente degli americani è partito uno schema che la cultura sociale ha piantato bene in testa e in pancia agli individui: solo tu sei padrone della tua vita e quindi solo tu sei in grado di difenderti al meglio.

La delega dell’uso legittimo della forza concessa dal cittadino allo Stato può essere ritirata in casi estremi, quando la vita stessa è a rischio. E l’emergenza corona virus sembra essere diventata lo “stato d’eccezione” che giustifica e copre qualsiasi azione individuale.
Quello che scatena la tua paura, americano in coda per la scorta di proiettili, è il pensiero che il tuo vicino di casa, o uno sconosciuto qualsiasi, possa avere l’arma che tu non hai. Che possa rivendicare il suo diritto alla sopravvivenza in modo estensivo. E che sia proprio tu a farne le spese. “Le armi non ti servono fino a quando ti servono” recita un famoso detto americano.

Nella situazione idealtipica di una carenza di provviste alimentari, di un caos sociale, di un crollo del sistema, l’uomo con il fucile che incontra l’uomo con la pistola è un uomo vivo. L’uomo con la pistola è morto. Nella lotta per le risorse scarse, nello stato post sociale, dove l’homo homini lupus conta più dell’homo homini amicus, ci si fa giustizia da soli, anche sommaria, nella ressa per il cibo che sta finendo.

È uno scenario da fine di mondo che il cinema ha saputo evocare molto bene negli ultimi anni, per esempio con i film sulle epidemie zombie. Il cinema, come faceva il teatro nelle società classiche, serve ad esorcizzare le paure: mette in scena l’orrore, per farcelo vivere senza che i suoi effetti siano reali e permanenti. Ma quando l’orrore esce dalla scena ed entra nel mondo, tutti i confini possono saltare. Anche quelli tra realistico e reale, credibile e verificato, possibile e accaduto. La fantasia sembra un ricordo di qualcosa che è già successo in passato.

Gli americani comprano le armi, ma non hanno una copertura sanitaria pubblica universale. Nel loro sistema socioeconomico basato sulla responsabilità individuale estremizzata, chi avrà la migliore copertura sanitaria privata avrà più garanzie di sopravvivere. Pasciuta nell’ideologia dello Stato zero, cullata nel rassicurante scenario pre-apocalittico liberista di un Stato che lasciava i soldi in tasca all’individuo, la classe media sperava di non ammalarsi mai e preferiva spendere quanto guadagnato nei consumi immediati. Oggi però l’imprevisto gli presenta il conto. Chi non è riuscito a pagarsi un’assicurazione sanitaria adeguata può solo sperare di accaparrarsi l’ultimo rotolo di carta igienica, l’ultima bottiglia di diet coke, l’ultimo sacco di patatine. E nel momento decisivo post apocalittico, se non sarà in grado di difendere la propria dispensa con le armi, soccomberà di fronte all’America armata. La strategia iniziale di Donald Trump, quella di sottovalutare la diffusione del virus e di sperare in un’immunità di gregge controllata, rispondeva allo stesso automatismo individualista: che si salvi il più forte, il più fortunato, il più ricco.

La risposta italiana all’emergenza è stata radicalmente diversa rispetto a quella statunitense, almeno dopo una primissima fase di negazione del problema da parte di individui e istituzioni (dettata più che altro dalla novità assoluta dell’epidemia). In Italia l’automatismo è stato comunitario. Non ci si salva da soli. Stando a casa io non salvo soltanto me stesso, ma impedisco che il contagio raggiunga altre persone, magari indifese. Porto la mascherina, che forse è inutile per proteggersi ma è sicuramente utile per proteggere (gli altri). Ascolto il messaggio delle istituzioni, del governo, dei medici, degli esperti. Ho fiducia nel sistema sanitario pubblico che, nonostante limiti strutturali, è l’unica diga all’ondata di piena che arriva e che tutte le vite si porta via. Si è detto che l’Italia in questo frangente si sta riscoprendo più unita, si sta riscoprendo nazione, nella concezione più alta del termine, scevra dall’inquinamento etnicista, e carica di una visione quasi escatologica, rappresentata dal motto “andrà tutto bene”. Una profezia di salvezza che l’intera comunità di popolo spera si avvererà. Un’escatologia terrena: ci salviamo con le nostre forze, se siamo uniti, se tutti rispettano il contratto sociale e la sua legge contingente che recita “non si esce di casa”. Lo scatto che ci porta al futuro, uno scatto evoluzionistico, quello che apre davvero il nuovo millennio dell’homo sapiens, è tutto qui. Noi tutti siamo individui, con le nostre prerogative, le nostre libertà personali, i nostri diritti costituzionali, ma siamo anche una parte di un tutto organico, un corpo sociale. Se si ammala qualcuno di noi, e non collaboriamo tra di noi, moriamo tutti. Oppure crolla lo Stato, che è l’unica garanzia di sicurezza per gli individui.

E poi sono arrivati i balconi. Che sono stati l’anticipazione del futuro che disegnamo insieme. A partire dal terzo giorno di lockdown, si sono scatenati in tutta Italia molti flashmob musicali. I primi sono nati a Napoli e a Benevento, dove giovani donne affacciate al balcone hanno fatto suonare le tamorre, l’antico strumento popolare sopravvissuto ai millenni, che emette un suono arcaico, una specie di chiamata alle armi che nelle loro mani era intrisa di forza e amore. Da quel momento, per molti giorni a seguire, chi aveva uno strumento, uno stereo o anche solo la sua voce si è affacciato al terrazzo o alla finestra e si è messo a cantare. Ciascuno era a casa sua ma si sentiva in armonia con tutti quelli che cantavano insieme a lui. Da Torino a Palermo l’Italia è stata percorsa da momenti di sfogo e di partecipazione, che ci hanno fatto sentire tutti più vicini, nonostante la distanza. Cantare è un pezzo importante dell’identità popolare italiana. Ci aiuta a sentirci bene e a trovare le risorse per sopravvivere nei tempi difficili. Affacciarsi al balcone risponde anche all’esigenza innata di comunicare. Di ritrovarsi nello sguardo del dirimpettaio, nello scoprirsi simili, vicini. Il bisogno antropologico dell’animale sociale uomo. “Restiamo umani”, sembra dire il popolo dei balconi. “Restiamo insieme”.

“Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. [...] La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.”

John Donne (1572 – 1631), poeta e religioso inglese.La campana suona per te. Per te che devi restare a casa. Per te che devi prenderti cura dell’altro. Per te che sei essere umano.

Un altro salto che questo virus ci fa fare è quello nella percezione del pericolo. Siamo abituati, per un automatismo innato, a considerarlo come qualcosa che viene da fuori. Il pericolo è una guerra mossa da un paese nemico, un’invasione dal mare, un ladro che ci entra in casa, un amico che ci tradisce. Un altro da noi. Invece oggi stiamo capendo che il nemico più grande siamo noi stessi. Siamo noi che portiamo il virus nel nostro corpo. Siamo noi che lo coviamo per settimane senza portarne i sintomi, noi che lo passiamo ad amici, parenti, estranei. Il pericolo siamo noi.

Che conseguenze si porta questa nuova percezione che ci accompagnerà almeno fino al raggiungimento dell’immunità di gregge?

Spero emergerà una più forte consapevolezza che i diritti sono nulla senza i doveri. Che non esistono diritti assoluti, perché siamo tutti legati ai diritti degli altri. Il mio diritto, la mia libertà di farmi una passeggiata finisce quando incontra il tuo diritto a non ammalarti, la tua libertà di sopravvivere. L’indignazione popolare contro i giovani che in piena esplosione epidemica si riunivano al bar ha rappresentato la risposta immunitaria del corpo sociale contro l’irresponsabilità dei singoli. I figli allegri della società individualistica, del "chi se ne frega, divertiamoci”, permeata dal fatalismo nichilista del “tanto se mi ammalo sono giovane e vivrò”, sono l’immagine dell’abisso egotico. Un esercito dell’ignoranza contro cui mobilitarsi. La campagna #iorestoacasa impone un imperativo etico che fa leva su quel che resta del senso di responsabilità che lega le persone tra di loro, sepolto da decenni di benessere, vizi, diritti senza doveri, annegato in un senso comune che considera la propria comunità come un dispensatore di assistenzialismo, una mamma che non chiede mai, che tutto deve dare al figlio bamboccione. L’appello dei medici a non uscire di casa chiede invece all’individuo un aiuto, un contributo volontario a beneficio di tutti. La solidarietà diventa un affare cogente. Anche le difficoltà del sistema sanitario ad affrontare la crisi mostrano senza retorica in modo drammaticamente schietto tutti i limiti delle nostre meschinità egoistiche. La mancanza di posti letto in terapia intensiva e l’impreparazione tecnica a respingere l’epidemia fanno emergere il peccato originale di una società che ha sacrificato quello che è più prezioso, il servizio pubblico, in onore degli opportunismi privati. I soldi pubblici servono. Le tasse si pagano. Non si rubano risorse alla collettività con le tangenti. Non si tagliano i fondi alla sanità. Da un lato i cittadini, dall’altro i politici, non si salva nessuno. Siamo tutti colpevoli. Siamo tutti responsabili per il buon funzionamento dello Stato. Nel futuro che costruiremo insieme, non dovremo più permettere gli sprechi, non accetteremo più comportamenti individuali che danneggiano le difese immunitarie della società. La sanità pubblica fa parte della nostra Storia, oggi più che mai è al centro del nostro sistema sociale.

C’è poi un ultimo scatto che l’umanità deve fare. È lo scatto della fiducia.

Anni di complottismi e fake news hanno minato il rapporto tra cittadini e istituzioni, eretto muri le tra categorie sociali, diffuso la sfiducia tra i singoli che si sono separati in nicchie autoreferenziali. Le comunicazioni telematiche erano intrise d’odio, di sospetto e di paranoia. Questo processo ha accentuato la separazione degli individui e li ha resi ancora più fragili, perché li ha resi soli. Soli con i loro pregiudizi e le loro identità digitali monadiche. L’emergenza corona virus ha invertito, almeno in una prima fase, questo processo. Intanto il rischio vita ha portato gli individui a fidarsi maggiormente delle fonti ufficiali, per ottenere informazioni certe sui comportamenti da adottare contro il virus. In questo modo si è ridimensionato il chiacchiericcio delle fake news. Poi i social network, rafforzando il loro ruolo di agorà digitale, hanno sostituito ogni altro spazio pubblico fino a includere gli spazi fisici. Quindi le persone hanno trasferito on line il bisogno di esprimere tutta la tavolozza delle loro emozioni e dei loro sentimenti. Non solo paura, ma anche amore, compassione, coraggio. L’odio non è più, oggi e si spera in futuro, il sentimento dominante nell’internet del contagio. Gli esseri umani stanno reimparando il sentimento della fiducia, che è anche l’antidoto al più grave rischio che corre la società pandemica: il ritorno dei totalitarismi.

“La tecnologia può essere molto efficace. Ora disponiamo della tecnologia per monitorare la popolazione e scoprire, ad esempio, lo scoppio di una nuova malattia sul nascere, contenerla, seguire tutte le persone infette e sapere esattamente dove sono e cosa fanno. Ma questo tipo di sistema di sorveglianza può quindi essere utilizzato per monitorare molte altre cose, cosa pensano le persone, cosa provano... E se non stiamo attenti, questa epidemia può giustificare lo sviluppo accelerato dei regimi totalitari. [...] Se le persone non credono alle informazioni che ricevono e non seguono le regole per fiducia, possono essere costrette a farlo da un regime onnipresente di sorveglianza.”

Yuval Noah Harari, storico. Intervista alla BBC del 16/03/20. Trad. Gariwo.

Fidiamoci delle istituzioni democratiche. Aiutiamo lo Stato a reggere l’urto della pandemia globale. Ascoltiamo la scienza. Esercitiamo la ragione di fonte alla paura. Prendiamoci cura degli altri, a partire dai più indifesi. È l’occasione per trasformare questa crisi sanitaria in una grande opportunità umana. Tutto lo sforzo che faremo oggi ci resterà dentro come un tesoro nel futuro prossimo, un patrimonio di empatia che ci servirà quando l’emergenza sanitaria sarà finita, per sopravvivere nell’emergenza economica e sociale che ci aspetta.

Luca Rosini

Classe 1977, giornalista, regista e conduttore, ha realizzato inchieste e reportage in Italia e all’estero per i programmi Annozero (Rai 2), Piazzapulita (La 7), Virus e Night Tabloid (Rai 2).
Due volte vincitore del premio Ilaria Alpi, il suo film “Souvenir Srebrenica” è stato finalista ai David di Donatello 2007. Con il documentario “In a single breath”, prodotto da Rai Due, ha vinto l’American Documentary Festival di Palm Springs (Usa).

Ha condotto “Evolution” e “Human Files” su Rai Due e “Uno mattina in famiglia” su Rai Uno.
Il suo ultimo documentario, “La paranza della bellezza”, prodotto in collaborazione con Copeam e trasmesso da Rai Due, racconta il riscatto del Rione Sanità di Napoli.

Si occupa anche di formazione audiovisiva ed è impegnato in conferenze e proiezioni nelle scuole italiane sui temi della legalità e dell’educazione alla cittadinanza attiva.

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Luca Rosini, giornalista, regista e conduttore

Analisi di Luca Rosini, giornalista, regista e conduttore

20 marzo 2020

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