Gariwo: la foresta dei Giusti

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La Carta delle responsabilità 2017 di Gariwo

di Giovanni Cominelli

Pubblichiamo di seguito la riflessione di Giovanni Cominelli, comparsa su MuMe (Municipalità Metropolitane) il 22 giugno 2017

Presentato nei giorni scorsi da quattro firmatari – Giuseppe Sala, sindaco di Milano, Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, Piergaetano Marchetti, presidente fondazione Corriere della Sera – e sottoscritto da filosofi, giornalisti, politici, personalità di ogni settore della società civile – il Manifesto intitolato “Carta delle responsabilità 2017” è nato dalla riflessione collettiva proposta da Gariwo con il ciclo di incontri “La crisi dell’Europa e i Giusti del nostro tempo”, organizzato in collaborazione con il Teatro Franco Parenti – Accademia del Presente e con il patrocinio dell’Università degli Studi di Milano e della Fondazione Corriere della Sera.

Nasce a Milano, la città di Expo e di tante altre iniziative culturali pubbliche e private. A cinquant’anni da Charta ’77 e in tutt’altro contesto, senza la pretesa di giocare il ruolo che quel Manifesto ebbe nell’Est europeo e in Occidente, anche i firmatari del nostro Manifesto si possono presentare come un gruppo “informale di persone […] unite dalla volontà di perseguire individualmente e collettivamente il rispetto per i diritti umani e civili“.

Il contesto geopolitico è assai più allarmante e frammentato di quello della fine degli anni ’70. È rispetto al nostro tempo presente che il Manifesto fa appello alla responsabilità. Sullo sfondo stanno molte cose: il disordine mondiale, al momento quasi ingovernato; i movimenti migratori massicci, che investono l’Italia in primo luogo e l’Europa, con il loro corteo di paure, insicurezze, violenze latenti; i ricorrenti attentati terroristici; l’incattivimento delle relazioni sociali; la comunicazione malata e violenta dei social; l’impotenza della politica; lo smarrimento degli individui, in fuga dalle proprie responsabilità e dalle proprie angosce.

Il Manifesto non propone soluzioni concrete. Salvo una: partire dalle proprie responsabilità di individui, alzare la testa e interrogarsi su che cosa posso fare io, qui e ora, senza scaricare responsabilità e colpe sulla politica, sul sistema, sugli altri. Sì, perchè è ormai invalsa l’abitudine di battere il mea culpa, ma solo sul petto degli altri. In questi anni è persino nato un movimento politico, che sull’indignazione e sulla denuncia ha costruito le proprie fortune. Altri attendono sempre un soggetto redentore, che si metta alla testa del Bene e liberi la storia umana dal Male.

Il Manifesto, in controtendenza, ricorda Vaclav Havel, che teorizzò il “potere dei senza potere”, “che si realizza quando uomini di diversa estrazione si mettono assieme per affrontare le sfide del tempo, riconoscendo che ognuno non può fare a meno degli altri perché ogni essere umano è portatore di una fragilità, di una fallibilità, di una verità parziale, di una differenza che però di volta in volta si può ricomporre nel dialogo e nell’esperienza comune”. È una posizione che nasce da un ottimismo di fondo circa le possibilità della libertà umana.

Come spiegò Ratzinger nella famosa Enciclica Spe Salvi, “la libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio”. Possiamo attraversare tragedie – come è accaduto molte volte nel ‘900 – possiamo cadere e fallire, ma resta un quid che nessuno ci può togliere dal fondo del cuore: la nostra libertà. Della quale corrono due versioni. Una è la libertà come puro arbitrio e esercizio di onnipotenza. Una libertà, per la quale quella degli altri è un ostacolo da abbattere. È la versione mass-mediatica, la filosofia sottostante dei social, dove le parole diventano pietre da scagliare. E poi c’è l’altra: la libertà che trova il proprio confine nella libertà dell’altro. È la base della difficile, ma decisiva condivisione e cooperazione. Prediche inutili? Il tempo presente non le permette più a nessuno.

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

26 giugno 2017

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