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La chiusura di Memorial Internazionale e il problema della memoria in Russia

di Giovanna Grenga

In questi giorni, a seguito di una recente sentenza della Corte Suprema russa, sia l’organizzazione International Memorial che la sua organizzazione gemella Memorial Human Rights Center, che si occupa delle violazioni dei diritti umani nella Russia contemporanea, sono stati chiusi. Fondata negli ultimi giorni dell'Unione Sovietica, da numerosi dissidenti, tra gli altri da Andrei Sakharov, il defunto fisico nucleare e vincitore del premio Nobel per la pace, Memorial “è l'equivalente russo di Yad Vashem per la commemorazione delle vittime del regime sovietico”, “raccoglie testimonianze e documenti, scopre fosse comuni e mantiene un database aperto al pubblico”.

Memorial, nelle sue due organizzazioni, è accusata principalmente di essere “un agente straniero”, oltre che di dare un’immagine della Russia come uno Stato terrorista speculando sul tema della repressione politica del XX secolo. Inoltre, essa è stata accusata di aver incluso, nella sua lista di attuali prigionieri politici, membri di organizzazioni terroristiche. E sappiamo bene che cosa può significare nella Russia di Putin la parola “terrorista”. Inoltre, rivolgendosi alla Corte Suprema, il procuratore Alexei Zhafyarov ha sostenuto che il lungo elenco di vittime della repressione stalinista, stilato da Memorial, conterrebbe anche “criminali nazisti con il sangue di cittadini sovietici sulle mani”. “Questo è il motivo per cui noi, i discendenti dei vincitori [della Seconda guerra mondiale], siamo costretti a guardare ai tentativi di riabilitare i traditori della madrepatria e i collaboratori nazisti”, ha aggiunto il procuratore.

Questa chiusura fa seguito a molti anni di persecuzione, intralci alla sua attività, violenze, come quella dello scorso ottobre, quando un gruppo di persone, con i volti nascosti dietro le maschere, ha fatto irruzione negli uffici di Memorial a Mosca e ha interrotto la proiezione di "Mr. Jones", un film recente sull'Holodomor, il genocidio per fame perpetrato da Stalin in Ucraina nel 1932-33. L’avvocato di Memorial, Henry Reznik, citando gli argomenti del pubblico ministero ha richiamato la Russia delle repressioni staliniane, denunciando il carattere illegale e politico del provvedimento di chiusura.

Per la chiusura di Memorial, Putin e i suoi procuratori ritengono di aver trovato sostegno nelle argomentazioni, rese pubbliche nell’ottobre 2021, da Aron Shneyer, uno storico israeliano già impiegato a Yad Vashem. Shneyer afferma di aver scoperto che l’archivio di Memorial contiene i nomi di cittadini sovietici che hanno collaborato con i nazisti e hanno preso parte attiva all'omicidio degli ebrei. Egli ha esaminato il database di Memorial come parte della sua ricerca sul nome di Pavel Kovalevsky, una figura di alto livello nell'amministrazione del ghetto lettone di Ludza che ha contribuito a organizzare l'assassinio di ebrei. "Io stesso sono di Ludza, i miei parenti sono stati assassinati lì", ha spiegato Shneyer, “mio padre è tornato lì dopo la guerra e ha scoperto che tutti i suoi parenti, più di 60 anime, erano morti”. Appare quanto meno singolare che per screditare e chiudere un’organizzazione coraggiosa come Memoria, in cui hanno militato molti ebrei sovietici e russi, Putin utilizzi proprio il parere di uno storico israeliano.

L’argomentazione putiniana fa leva sull’ethos della vittoria sui nazisti, utile a mettere da parte la memoria dei campi di lavoro e di prigionia, dei plotoni d'esecuzione della vecchia Unione Sovietica, per delegittimare gli attivisti di Memorial critici dei soprusi agiti nella Russia contemporanea. In un sol colpo questi attivisti diventano difensori di chi ha perseguitato gli ebrei e Putin si pone dalla parte giusta della storia, dalla parte degli ebrei perseguitati e anche degli storici israeliani. La memoria della Shoah viene asservita alla propaganda di Putin mentre la ricerca storica in Russia sulle vittime del regime sovietico viene considerata un'attività politica sovversiva.

C’è e c’è stato in Urss e poi in Russia un grosso problema sulla memoria del gulag. Scrive a proposito di questa vicenda anche il giornale israeliano Haaretz ricordando che il numero di civili imprigionati o assassinati per motivi politici in Unione Sovietica, in particolare durante il governo di Joseph Stalin, è stimato a decine di milioni. Ma a differenza di altri paesi, la Russia non ha mai istituzionalizzato la memoria dei crimini dello stato contro i suoi cittadini e i suoi sforzi commemorativi sono stati limitati. Gli archivi non sono stati aperti completamente e non sono stati istituiti meccanismi trasparenti per consentire a coloro che lo desideravano di conoscere chi ha fatto cosa, a chi. Non c'è stato alcun riconoscimento ufficiale, nessuna accettazione, certamente nessuna volontà di risanamento memoriale. Al contrario, negli ultimi anni, la ricerca storica in Russia sulle vittime del regime sovietico è stata considerata un'attività politica sovversiva. La ragione è che ha implicazioni per il presente: come si possono discutere i crimini commessi dallo Stato sovietico quando, oggi, il leader dell'opposizione viene avvelenato con un'arma chimica? E vista la crescente quantità di testimonianze sulla tortura nelle strutture di detenzione e nelle colonie penali, che vengono rese pubbliche di recente, c'è chi sostiene che la Russia non sia stata ancora svezzata dal Gulag.

Nel sito di Gariwo troviamo le parole di uno dei fondatori di Memorial, Arsenij Roginskij, suo presidente, scomparso nel 2017. Egli rifletteva sul confronto fra la memoria della Shoah in Occidente e quella dello stalinismo all’Est, un tema che gli era caro come russo e come ebreo:

“Dopo il 1945, in Europa occidentale, la riflessione sulla catastrofe del nazismo e della guerra ha fatto sì che i valori della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo diventassero la base del viver sociale. Da noi non è avvenuto niente di simile. La catastrofe del Terrore, che è stato per la società un trauma per molti versi simile, non è stata mai stata rielaborata, nemmeno dopo il crollo del regime sovietico. Il risultato è che la memoria storica della Russia è frammentaria, lacunosa e contraddittoria. A complicar di più le cose c’è il fatto che lo Stato criminale del Grande Terrore è lo stesso che riuscì a sconfiggere il Male assoluto hitleriano, e la vittoria sul nazismo costituisce tuttora il principale motivo d’orgoglio nazionale dei russi. La memoria della guerra, che con Putin ha ritrovato un ruolo centrale, ha finito per marginalizzare la memoria delle repressioni, riducendola a una semplice memoria delle vittime, da onorare, certo, ma nulla di più. La fragilità della memoria storica rende debole in Russia la coscienza civica, che ai tempi dell’Urss, con l’ausilio del terrore, era stata annientata: l’uomo comune trema davanti allo Stato, onnisciente e onnipotente, e non può certo avere un sentimento di responsabilità per quel che succede nel paese. Assumersi la responsabilità per il passato è quindi per noi il primo passo per costruire una coscienza civica”. Sono parole riprese il 3 gennaio da Anna Foa su Pagine Ebraiche per sollecitare il pubblico ebraico italiano a riflettere su questi diversi percorsi memoriali e ad intervenire a sostegno di Memorial.

Ma ancora un tema sollevano le scelte della propaganda putiniana, ovvero l’uso pubblico e politico dell’accusa di antisemitismo. Su questo fronte la onlus Gariwo è particolarmente e da sempre impegnata: la lotta contro l’antisemitismo è inseparabile da un contrasto complessivo verso tutte le forme di discriminazione etnica, culturale, religiosa. Ebrei e non ebrei debbono insieme urgentemente reagire alle manipolazioni e distorsioni attorno a valori come la lotta all’antisemitismo, il contrasto di ogni forma di odio, la difesa della libertà di parola, la protezione dei diritti umani di tutti senza eccezioni, la creazione di spazi inclusivi e sicuri di discussione e anche di dissenso. La lotta all’antisemitismo dev’essere unita a quella al razzismo, all’islamofobia, e a ogni altra forma di discriminazione e intolleranza. Anche se non sottovalutiamo la pericolosità dell'antisemitismo di sinistra come quella del terrorismo islamico, non c’è dubbio che oggi la minaccia antisemita proviene in particolare dall'estrema destra e dai gruppi populisti e nazionalisti. E l’unico modo di combatterla è quella di affiancare la lotta di tutti coloro che patiscono razzismo e fanatismo. In questo momento, di questa battaglia fa parte il sostegno più ampio possibile a Memorial, colpita e perseguitata da Putin.

A questo link l'analisi uscita su Haaretz sulle dichiarazioni dello storico Aron Shneyer 

Giovanna Grenga, docente e co-referente del Giardino dei Giusti di Roma

Analisi di

7 gennaio 2022

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