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La controversia sui Giusti

di Francesco M. Cataluccio e Gabriele Nissim

Nella riflessione degli ultimi decenni, la nozione e la percezione del Giusto è cambiata. I Giusti sono coloro che fanno il Bene per gli altri: non soltanto coloro che hanno salvato gli ebrei durante l’immane tragedia dell’Olocausto. I Giusti sono “il fondamento del mondo” (Proverbi, 10, 25).

Il concetto di Giusti è entrato nella memoria di altri popoli e viene usato a Kigali, come a Sarajevo o a Erevan per indicare chi si è opposto ai loro genocidi. La Comunità europea e l’Italia hanno fatto proprio questo concetto con una legislazione votata dai parlamenti che li ricorda come esempi morali.

La memoria dei Giusti della Shoah ha introdotto un concetto nuovo nella narrazione dei genocidi: ricordare i soccorritori e gli oppositori come esempio morale. La definizione di Giusto della Shoah (un non ebreo che ha salvato degli ebrei dalla furia nazista) è stata data, dopo la guerra, dall’ebreo polacco Moshe Bejski (1921-2007), uno dei sopravvissuti grazie alla Lista di Oskar Schindler. Egli decise di istituire una Commissione che valutasse, caso per caso, i comportamenti di persone non ebree che, mettendo a repentaglio la propria vita, avevano salvato almeno un ebreo dall’uccisione. (Cfr. G. Nissim, Il tribunale del bene, Mondadori, Milano 2003). Nel Giardino dei Giusti di Yad Vashem, sul Monte della Memoria, a Gerusalemme, viene così piantato un albero in memoria di ciascuno di loro perché “chi salva anche soltanto una vita, salva l’umanità intera”. Il Giardino di Yad Vashem è diventato un riferimento morale per il mondo intero. Moshe Bejski, che è stato poi Presidente della Commissione dei Giusti tra le nazioni di Yad Vashem, si è battuto perché diventasse un esempio morale il ricordo dei salvatori.

Ma definire chi debba essere considerato Giusto è un compito che si è dimostrato da subito difficile e non privo di problemi nel pronunciare un giudizio definitivo: Bejski comprese che non esiste un modello di Giusto, perché ogni storia è un caso a sé e non è per forza necessario che il Giusto abbia pagato con la morte il suo gesto di generosa umanità. Sono occorsi spesso anni di ricerche e documentazione. Inoltre, più passa il tempo, e la scomparsa dei testimoni, più questo lavoro di scelta diventa complicato. La tipologia dei Giusti è molto complessa e non priva di contraddizioni e sfumature etiche di non univoca definizione (altrimenti non si capirebbe, ad esempio, perché un industriale nazista sfruttatore del lavoro di internati ebrei, come appunto Oskar Schindler, sia potuto esser riconosciuto, con buone motivazioni, Giusto come anche la scrittrice polacca Zofia Kossak, che salvò molti ebrei organizzando una rete di soccorso, nonostante negli anni Trenta avesse sostenuto campagne per il trasferimento degli ebrei in Madagascar e, anche dopo la Shoah, non avesse rinnegato le sue posizioni di oltranzista cattolica).

Per i criteri della Commissione di Yad Vashem, se a salvare degli ebrei sono stati altri ebrei, questi non possono essere onorati come Giusti. Su questo fatto ci sono molte discussioni. Questi ebrei non riconosciuti Giusti sono persone che, già facendo i salti mortali per cercare di salvare la propria vita e quella dei loro parenti, si misero all’opera per tirare fuori altri ebrei dai ghetti, procurare documenti falsi e trovargli un nascondiglio sicuro. Rischiarono la vita per salvare molte vite. Parecchi di loro facevano parte dell’organizzazione denominata “Żegota” (Comitato provvisorio per l’aiuto agli ebrei, in seguito: Consiglio per l’aiuto agli ebrei): come l’avvocato e militante sionista Szymon Gottesman (nel 1947 emigrato in Brasile); il bundista Leon Feiner (morì a Lublino, nel 1945 di cancro); Maria Hochberg (nel 1948 emigrò in Israele cambiando il nome in Miriam Peleg: dal 1963 al 1978 è stata direttrice della sezione di Yad Vashem a Tel Aviv); Helena Mernholz (dopo la guerra lavorò nel Comitato Centrale degli ebrei in Polonia e poi alla Radio; dopo il 1976 collaborò con le organizzazioni del dissenso); l‘avvocato Maurycy Herling-Grudzinski (fratello dello scrittore Gustaw Herling); Fajga Peltel e il marito Benjamin Międzyrzecki (nel 1949 emigrarono negli Stati Uniti, cambiando il cognome in Meed, e sono stati tra i principali organizzatori dell’United States Holocaust Memorial Museum, inaugurato nel 1993 a Washington); l’avvocato Stanisław Gombiński (poliziotto del Ghetto, fuggito nel gennaio 1943 ed entrato in clandestinità: verificato e ritenuto, nel dopoguerra non solo innocente ma arteficie del salvataggio di molti ebrei; emigrato a Parigi nel 1949); Janina Rechtleben-Wojciechowska e il suo compagno, il cabarettista Fryderyk Járosy (emigrati nel dopoguerra a Londra); Adolf Berman (psicologo e militante sionista, fratello di uno dei più importanti dirigenti stalinisti polacchi, Jakub Berman; emigrato nel 1950 in Israele fu membro del “Mapan” e poi del Partito comunista di Israele). A loro e a molti altri, a Varsavia, nel Museo per la storia degli ebrei polacchi, Polin, è stata dedicata una sezione di documentazione denominata Ebrei che hanno aiutato altri ebrei nel settore ariano” (Żydzi pomagający innym Żydom po „aryjskiej stronie”).

Com’è noto, il termine “Giusto” si trova nella Bibbia (Genesi/Bereshit, 18-19). Esso era il perno di una trattativa tra Dio e Abramo, che cercava di salvare dalla distruzione le città di Sòdoma e Gomorra, luoghi di peccato e corruzione senza speranza. Inizialmente, a Dio sarebbe bastato che si trovassero 50 giusti per salvare le due città. Poi, Abramo contrattò che si scendesse da 50 a 45, da 40 a 30, a 20. Dio, alla fine, si accontentò dell’irriducibile numero di 10. Ma purtroppo ne venne trovato uno solo, di nome Lot, che era figlio di Aran e nipote di Abramo e la distruzione fu inevitabile. Dieci giusti avrebbero salvato gli abitanti di quelle città: ma non ce n’erano. Per “Giusto” si intendeva una persona per bene, senza peccato, devoto a Dio e ai suoi precetti. Non un “non ebreo salvatore di altri ebrei”.

Nella tradizione delle interpretazioni successive, l’idea di Giusto divenne qualcosa di grandioso e carico di responsabilità. I Giusti erano soltanto 30: una quindicina attorno a Gerusalemme e l’altra nel resto del mondo. Yehoshua’ ben Lewi aveva detto che “se Israele ne fosse stato degno, diciotto Giusti sarebbero vissuti in Terra d’Israele e dodici fuori”. Ma, tentando di interpretare i testi sacri con i numeri, come fa la Kabbalah, i Giusti aumentano: “Beati coloro che sperano in Lui” (Isaia, 30, 18), diventa: “Beati coloro che sperano nei 36”. Perciò il maestro babilonese del quarto secolo Abbayyi aveva sentenziato: “Il mondo non è mai senza trentasei Giusti che ricevono quotidianamente il Volto Divino”. In yiddish, i Giusti venivano chiamati “Lamedwownik”: “colui che è uno dei 36” (nel 1925 il regista Henryk Szaro girò, in yiddish, il film Lamed wow, “Uno dei 36”, con l’attore Janas Turkow).

I Giusti quindi sono quegli individui nascosti che sono il fondamento del mondo, lo sostengono e lo salvano. In ciascuna generazione esisterebbero un certo numero di Giusti pari per dignità ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Il profeta Ezechiele annoverava tra i Giusti, assieme a Daniele e Giobbe, anche Noè: colui che salvò dall’estinzione il mondo, portando nella sua Arca, indistintamente, tutti gli animali (quelli buoni come quelli cattivi). I Giusti spesso sono inconsapevoli di esserlo, oppure se ne stanno nascosti, mascherandosi in tutti i modi, a volte in modo contraddittorio. Del resto, secondo la tradizione, un Giusto nascosto muore nel momento in cui viene scoperto. Nel movimento hassidico, lo Zaddik (il Giusto) era un capo carismatico, un grande maestro cui si attribuivano anche poteri sovrannaturali.

La memoria della Shoah ha un carattere universale perché da quella vicenda, grazie al lavoro dell’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin (1900-1959) è nata, nel 1951, la Convenzione per la prevenzione dei genocidi delle Nazioni Unite, sono sorti i tribunali internazionali e significative riflessioni sui diritti umani. Lemkin, che aveva perso nell’Olocausto 49 famigliari, prima della guerra si era già interessato al massacro del popolo armeno. Fu lui che coniò, nel 1944, il termine “genocidio”, che considerava un’offesa al diritto internazionale. Fra il 1945 e il 1946 Lemkin fu consulente del Procuratore capo Robert H. Jackson, nel Processo di Norimberga. Ma per lui, nonostante l’enormità dei crimini nazisti, dovevano esser chiamati “genocidi” anche altri massacri di popoli: nel 1953 qualificò come genocidiarie le politiche che Stalin condusse contro l'Ucraina negli anni Trenta e che culminarono nella grande carestia del 1933-34 (Holodomor che provocò 3,5 milioni di morti) e quelle della Turchia contro il popolo armeno che causarono, tra il 1915 e il 1916, circa 1,5 milioni di morti.

Ricordare la Shoah significava affermare con forza che quanto era accaduto agli ebrei non avrebbe dovuto mai più ripetersi per nessun essere umano. Il grande messaggio morale che veniva da quella esperienza tragica era la necessità di impegnarsi a difendere, in ogni angolo del mondo, la dignità umana. Lemkin aveva capito, già durante la Shoah, quando scrisse, tra il 1933 e il 1944, nel suo libro Axis Rule, che bisognava unire gli ebrei al resto del mondo per la repressione dei genocidi in corso. Non ci riuscì durante la guerra, ma volle che il comandamento di non commettere un genocidio potesse diventare il nuovo imperativo categorico di tutta la comunità internazionale per il futuro dell’umanità. Aveva in mente che gli ebrei assieme a ogni minoranza potessero venire tutelati se si fosse creata una alleanza internazionale contro tutti genocidi.

I criteri di scelta dei Giusti moderni sono stati, comprensibilmente, dopo molte discussioni, adattati alla realtà di un mondo sempre più complicato, nel quale il bianco e il nero non sono quasi mai ben distinti. I Giusti oggi non sono delle figure che riguardano soltanto la storia ebraica, ma tutti coloro che si si sono dati, e si danno da fare, anche a rischio della propria incolumità, per salvare persone perseguitate, a qualsiasi razza, fede e ideologia essi appartengono. Il discorso sui Giusti va quindi allargato a considerare personaggi che hanno predicato, e predicano, la pace e la tolleranza, la giustizia e la solidarietà, mettendole al centro delle proprie azioni politiche e sociali. C’è la necessità di guardare più avanti e immaginare di poter considerare Giusti anche coloro che pongono le basi per la pacifica convivenza tra le persone e i popoli e si battono per un mondo nel quale l’odio e la sopraffazione non abbiano più la possibilità di prevalere.

Oggi si parla quindi anche dei “Giusti in anticipo”: di coloro che hanno seminato e seminano quelle pianticelle che fermeranno l’odio. Come, ad esempio, il drammaturgo ceco Václav Havel (1936-2011), che è stato artefice di una resistenza non violenta al totalitarismo, dell’abbattimento non traumatico del vecchio regime e della separazione pacifica di due popoli (quello ceco e quello slovacco) che, malgrado gli sforzi suoi e di molti cittadini dalla mente aperta, ritenevano di non poter più vivere assieme; di una battaglia ideale e politica per un’Europa basata sui valori migliori della sua tradizione. Havel ha dedicato la sua vita (con molti anni trascorsi in carcere) a far trionfare questi valori di umanità e tolleranza, per un mondo che non abbia più bisogno di gesti isolati di Giusti, ma sia il più possibile fatto di tanti, anche piccoli, individui che si relazionano in modo virtuoso tra loro, riconoscendo come guida il principio di morale pratica enunciato da Immanuel Kant: “Sia sempre l’altro il fine e mai il mezzo delle mie azioni”.

Questi sono i criteri che stanno alla base dei vari Giardini dei Giusti, promossi dalla Fondazione Gariwo, in varie città d’Europa, a partire da quello del Monte Stella a Milano (2003), assieme al Comune e all’Ucei. Nel 2012, accogliendo l'appello di Gariwo, il Parlamento europeo ha istituito la Giornata europea dei Giusti (il 6 marzo). Nel 2017 l’Italia è stato il primo Paese a riconoscerla come solennità civile, istituendo la Giornata dei Giusti dell'Umanità.

L’idea universale di Giusto, promossa da Gariwo, è stata oggetto negli ultimi mesi di critiche e attacchi. Si è sostenuto che in questo modo i Giusti diventano un “concetto indistinto”, “una marmellata umanista e di buoni sentimenti” e si metterebbe in discussione il valore unico del gesto dei non ebrei che, durante la Shoah, salvarono gli ebrei. Sarebbe come se, ad esempio, riconoscendo come Giusto il turco Hüseyin Nesimi Bey (governatore di Lice che, durante il genocidio, tentò di salvare i 5,980 armeni del suo distretto e per questo motivo fu assassinato) o il vice console italiano Enrico Calamai (che, in Argentina, salvò 300 persone dalla dittatura militare), si sminuisse il gesto della coraggiosa famiglia croata Sopianac, proprietaria della raffineria di petrolio Olex, che nascose e salvò molti ebrei (i suoi membri sono stati riconosciuti il 15 dicembre 1995, da Yad Vashem, Giusti tra le nazioni).

Considerare i Giusti come una questione universale non è affatto, come alcuni sostengono, uno svilimento della memoria dei Giusti della Shoah, il genocidio paradigmatico del Novecento, ma segna la presa di coscienza dell’umanità intera per la prevenzione dei genocidi. In questo modo la memoria dei Giusti della Shoah ha ottenuto il più alto riconoscimento universale ed è diventato il simbolo morale di chi si oppone in ogni parte del mondo a tutte le forme di indifferenza.

Chi aiuta un ebreo, come qualsiasi uomo di fronte a qualsiasi atrocità di massa, si muove con lo stesso spirito umanitario. Non esistono differenze tra soccorritori e uomini altruisti di fronte ad un male estremo. La divulgazione universale di questo concetto rappresenta un antidoto importante contro chi oggi nel mondo è impegnato con discorsi antisemiti a dividere l’umanità tra ebrei e non ebrei. La lotta contro l’antisemitismo parte dal presupposto dell’uguaglianza tra gli esseri umani e dal rispetto delle culture di tutte le minoranze, che hanno pari dignità nel mondo.

Analisi di Francesco M. Cataluccio e Gabriele Nissim

17 marzo 2021

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