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La crudeltà non è un mistero

di Stefano Levi Della Torre

Fernando Savater è un filosofo e scrittore spagnolo, noto in tutto il mondo per il suo libro "Etica per un figlio" ("Ética para Amador"). È stato docente di Filosofia per più di trent'anni nei Paesi Baschi e presso l'Universidad Complutense di Madrid.

A partire da una sua riflessione sul Male e sui valori che qualificano il termine “umano”, comparsa su El Pais del 29 aprile 2014, abbiamo chiesto a Stefano Levi Della Torre, filosofo, un breve intervento su questi temi.

Scrive Primo Levi nell’ “Appendice” all’edizione Einaudi 1984 di Se questo è un uomo, p 245: “Bisogna ricordare che questi fedeli, e fra questi anche i diligenti esecutori di ordini disumani, non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque. I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi: sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere, come Eichmann, come Hoess comandante di Auschwitz, come Stangl comandante di Treblinka, come i militari francesi di vent’anni dopo, massacratori in Algeria, come i militari americani di trent’anni dopo, massacratori in Vietnam”. Noi oggi potremmo aggiungere troppi altri esempi, passati e in atto.

Primo Levi conferma dunque l’idea di Hannah Arendt circa la “Banalità del male” e ci impedisce il riparo per noi tranquillizzante di considerare la crudeltà carattere di mostri, alieni a noi, mentre essa è, nella sua forma più diffusa e allarmante, una prerogativa della banalità umana. Questo è il messaggio ben più angoscioso di quello che vede nella crudeltà una prerogativa “inumana” e perciò estranea a noi, come ameremmo pensare. Il relegare la crudeltà nel mistero è la tentazione di nascondere a noi stessi come la crudeltà sia essa stessa una tentazione, una possibilità che germina nel fondo di ciascuno di noi. Ma fondamentalmente, la crudeltà non è un mistero.

Potremmo cercarne spiegazione in due ordini di motivi, uno razionale e l’altro psicologico. Per il primo potremmo valerci della funzione che alla crudeltà attribuisce il già comandante del campo di sterminio di Treblinka, Stangl: “Visto che li avreste uccisi tutti…che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà”, chiede Gitta Sereny nell’intervista a Stangl detenuto a vita nel carcere di Dusseldorf, e questi risponde: “Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile ciò che facevano” (In quelle tenebre, Adelphi, Milano, 1975, p. 135). Perché è più facile uccidere una vittima disumanizzata e resa repellente che uccidere un essere umano ancora dotato delle sue prerogative fondamentali. Utilità dunque della violenza “inutile”, razionalità funzionale della crudeltà arbitraria.

Il secondo ordine di motivi della crudeltà sta nella psicologia. Chiunque sia dotato di un potere tende ad esercitarlo, a conferma di se stesso, del proprio ego. Nel caso specifico del Lager, il più infimo nella gerarchia del campo era tendenzialmente dotato di un potere assoluto su chi stava sotto ed era istigato a esercitarlo per compiacere i superiori e se stesso. Nell’esercitare l’arbitrio di vita e di morte sui subordinati partecipava all’ideologia di potenza e superiorità emanata dalle dottrine ufficiali, e da esse si sentiva giustificato; partecipava nel suo piccolo all’onnipotenza esaltata dello Stato e dei capi.
Perché solo un equilibrio delle forze, di potere e contropotere nella dimensione interpersonale come in quella sociale e politica, può garantire un minimo di decenza nei rapporti umani.

Stefano Levi Della Torre, filosofo

Analisi di Stefano Levi Della Torre, filosofo

16 giugno 2014

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