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La democrazia debole

di Antonio Ferrari

Il mondo sta vivendo una fase apparentemente sconcertante della sua lunga storia. A volte mi chiedo se sono io - siamo noi - a non voler comprendere e accettare l’impatto di una svolta radicale, che non è l’unica e non sarà l’ultima nelle vicende del nostro pianeta.

Ero convinto che le stragi dell’11 settembre del 2001 rappresentassero il culmine della svolta, avendoci costretto a consegnare le nostre incertezze e le nostre paure alla stagione di un programmato e sistematico terrore mondiale. È stato vero almeno in parte. Da quel giorno abbiamo assistito ad un’accelerazione spasmodica di eventi, che probabilmente non abbiamo ancora gli strumenti necessari per capire, o quantomeno decifrare. Non solo. C’è anche dell’altro. S’è aperta infatti, quasi fulmineamente, l’era di nuove forme di guerra, senza morti ma con il pesante condizionamento informatico e incrociato, gestito da numerosi Paesi, o meglio realizzato da grandi e medie potenze. Mentre il terzo mondo, che calamita gran parte della produzione mondiale di armi, continua invece a morire con i sistemi tradizionali. Come sempre.

L’elezione di un personaggio decisamente poco gradevole come il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ci ha mostrato all’improvviso una moderna faccia del mondo che non volevamo conoscere, ma che esisteva, esisteva eccome. Anzi esiste ed è purtroppo potente. Non siamo alla fine della storia, come sosteneva Francis Fukuyama, ma al tramonto di regole che 70anni di pace europea ci avevano consentito di coltivare e di trarne vantaggio. Probabilmente ha ragione, tra gli altri, l’ambasciatore Antonio Badini, quando nei suoi saggi parla di indebolimento generalizzato della democrazia, almeno come l’abbiamo conosciuta, e dell’imposizione di modelli autocratici permeati di arroganza, incuranti del rispetto dei diritti umani, e socialmente, almeno dal punto di vista potenziale, pericolosi.

La Russia è guidata da un uomo, Vladimir Putin, che gestisce il potere con arrogante cinismo, soprattutto nei confronti della stampa libera, sottoposta alle più tremende angherie e a pratiche feroci, che prevedono anche l’eliminazione del giornalista scomodo. In Turchia, il leader che era stato ritenuto (ne ero fra i più convinti) un modello perfetto di islamismo democratico, Recep Tayyip Erdogan, si è rivelato uno spietato tiranno. Nell’Est europeo nazionalismi, populismi e sovranismi vari si sono imposti più meno dappertutto: in Polonia, nella Repubblica ceca, in Slovacchia e sopratutto nell’Ungheria di Viktor Orban. In qualità di ambasciatore di Gariwo sono andato recentemente a Praga e a Budapest per prendere parte ad altrettante conferenze. Alla televisione ceca mi hanno chiesto di parlare dell’incubo degli immigrati islamici. Quando mi hanno spiegato che da loro i musulmani erano meno di duemila, perfettamente integrati, mi è venuto da ridere. Ciascuno vede la realtà che vuol vedere.

L’onda nazionalista avanza in Gran Bretagna. Non è un mistero che Londra sia stata pesantemente indebolita dalla “Brexit”. Se ne è resa conto anche la premier Teresa May. Gli estremisti di destra avanzano in Germania, creando non pochi problemi alla cancelliera Angela Merkel. La xenofobia e il razzismo s’impongono nell’Austria che chiude le moschee e lancia una furibonda campagna contro l’Islam. In Francia il presidente Emanuel Macron sta contenendo con molti problemi la viscida onda lepenista. E ora le elezioni e il nuovo governo italiano, che ancora stiamo cercando di decifrare. La prima impressione e’ di grande incertezza. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e’ andato in Canada e si e’ subito schierato con Trump sull’improvvisa (e forse sospetta) apertura alla Russia; ma poi ha condiviso la linea del rigore sulle sanzioni, linea sostenuta vigorosamente dai partner europei. Il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini crea subito una crisi diplomatica con la Tunisia, l’unico Paese della sponda sud con il quale abbiamo una buona cooperazione; poi scambia calorose telefonate con l’ungherese Orban, cioè il più duro nel respingere le richieste sulla ripartizione delle quote europee di profughi: ripartizione che invece l’Italia sostiene con forza.

Abbiamo, è inutile minimizzare, un governo bifronte, ed e’ possibile che i due alleati tra non molto entrino in rotta di collisione, a meno che l’attrazione fatale per le tanto vituperate (a parole) “poltrone”, li convinca a continui compromessi, tenendo l’Italia sulla corda di una continua campagna elettorale. Mi hanno molto colpito le dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, leader educato e persona gentile. Ha detto di aver l’impressione che gli italiani, alle elezioni, abbiano votato non per scelta ma per “dispetto”. La spiegazione mi convince (almeno in parte), perché è vero che si sta diffondendo un venefico clima di conflitto sociale. Si vuol sostenere insomma che quelli che c’erano prima vivevano di privilegi, mentre ora sono arrivati i castigamatti, magari ignorantelli e superficiali ma sedicenti “duri e puri”, che conducono l’assalto a Fort Apache.

Clima pesante, molto pesante. Dobbiamo essere grati di avere un condottiero roccioso e verticale, come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non esito a definire un vero GIUSTO. Rimbombano poi nelle mente le parole amare di Liliana Segre, sopravvissuta all’orrore di Auschwitz e oggi senatrice a vita.” La democrazia finisce piano piano... Ho visto le parole di odio trasformarsi in dittatura... e dopo in sterminio”.

Non sarà così, ma lo sforzo di ciascuno di noi è controllare giorno per giorno i custodi del potere, e convincerli con i fatti che è necessario, e per l’Italia fondamentale, abbassare i toni e contare fino a 10 prima di abbandonarsi alle sciocchezze infantili, agli insulti e a un linguaggio da curva sportiva inquinata da tifosi volgari e screanzati.

Antonio Ferrari, editorialista Corriere della Sera

Analisi di Antonio Ferrari, editorialista Corriere della Sera

11 giugno 2018

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