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La dignità degli italiani

di Pietro Barbetta

“Spero che ti violentano sti negri! Ah, ah!”

“A quattro a quattro te l’hanno a infilare!”

“Le manette! Vogliamo le manette!”

“Venduta! Venduta!”

“Vattene!”

“Zingara!”

Codardia e crudeltà

In un recente contributo su Gariwo, Marisa Bellini fa il punto, in maniera chiara, su quanto accaduto a Lampedusa. Le sue considerazioni, sul piano etico, sono argomentate secondo un canone che da tempo si è sviluppato nel mondo anglosassone, definito come Intimate History. Io vorrei collegarmi a quel saggio da un altro punto di vista, quello della clinica sociale.

Quel conglomerato di maschi che vomita parole di rabbia contro Carola Rackete perde, in primo luogo, la dignità. Questo gesto è stato umiliante per loro, ha tolto la dignità a chi ha pronunciato le parole che non si possono pronunciare, parole incestuose che, attraverso i media, hanno umiliato il Paese. Tuttavia, sul piano clinico, vi è una complessità che non va trascurata.

In realtà, gli insulti fanno onore a Carola Rackete. Infatti, essere insultati da persone radicalmente patologiche - fondamentalisti religiosi, antagonisti radicali, folle succubi di messaggi violenti e crudeli - è soprattutto un attestato di stima per chi è giusto e coraggioso. Stimiamo Matteotti e Moro perché sono stati assassinati dal fascismo e dalle brigate rosse, stimiamo Carola Rockete perché è stata mortificata da un gruppo di maschi che urlano la loro frustrazione, il loro desiderio di essere “violentati a quattro a quattro”, qualsiasi cosa significhi la locuzione in italiano.

Insulti contro tutti: donne coraggiose, africani, l’Europa, l’Olanda, la Germania, le minoranze, ecc. Non riguardano solo chi ha opinioni diverse dalle proprie, ma – come con i neri, gli zingari e gli ebrei - chi è costitutivamente diverso: le donne, gli africani, i “froci”, ecc.

Che cosa si nasconde dietro queste urla sguaiate? Il desiderio di essere, a propria volta, maltrattati, insultati, reclutati presso qualche organizzazione criminale. Carne per la mafia o la camorra. Gridano come si sentono: frustrati, imbrogliati, umiliati, sodomizzati. Ma attribuiscono questi sentimenti agli onesti, non a chi realmente li imbroglia, cioè i mafiosi. Sognano il giorno della vendetta, sapendo che i codici della vendetta sono circolari: la vendetta si ritorce contro chi la esercita. Sanno che un giorno capiterà anche a loro, segretamente lo sperano. Freud ci ha insegnato i meccanismi proiettivi: la mia rabbia non è mai rivolta all’altro, è sempre rivolta verso me.

Ricordo l’intervento di una psicoterapeuta presso le carceri di Londra con un gruppo di skinhead che avevano ucciso un’anziana signora di origini africane. La terapeuta aveva disegnato una boa, metà sopra l’acqua, metà sotto. Poi aveva chiesto loro come si sentivano. Andò più o meno così:

Sopra la boa avevano scritto le parole chiave della loro ideologia: “potere bianco”, “negra schifosa”, “potenza maschile”, “violenza”. Dopo alcuni momenti di conversazione, avevano scritto, sulla parte sommersa della boa: “povertà”, “impotenza”, “frustrazione”, “esasperazione”. Si sentivano giustificati nella loro azione perché erano, a loro volta, dei reietti e non sopportavano che una donna anziana e nera, rubasse alla società risorse che pretendevano proprie. La uccisero perché rubava una pensione.

Uno solo di quei giovani aveva aggiunto alle parole sott’acqua anche “codardia”, se non ricordo male, un ragazzo di 14 anni. Stava facendo i conti con il proprio riconoscimento. Prima di allora, mentre aderiva alle squadre fasciste, aveva incorporato un elemento estraneo, che gli impediva di riconoscersi, di riconoscere l’altro e dunque di farsi riconoscere dall’altro. Era nessuno, gli altri erano nessuno, lui era la feccia della terra, così anche gli altri; soprattutto chi era diverso, come la signora assassinata: “senza denti, senz’occhi, senza gusto, senza nulla”. Ma pretendeva un riscatto.

Giordano Bruno fu il primo a cogliere questa dinamica quando, condannato al rogo, commentò la sentenza così: “Forse tremate di più voi nell’emanare questa sentenza che io nell’ascoltarla”. Ogni forma di linciaggio morale o materiale, ogni sentenza sommaria, ogni gesto violento e aggressivo è codardia.

Bruno fu assassinato nel 1600, mentre William Shakespeare iniziava a scrivere l’Amleto. Le sue parole sembrano il segno di un cambiamento, con quel “forse” Bruno inserisce il dubbio tra i membri dell’Inquisizione. Qualcuno sostiene che Bruno avesse influenzato Shakespeare. Bene, Amleto è dubbioso, incerto. Carl Schmitt, pensatore del totalitarismo, intende Amleto – nella versione di Shakespeare - come il prototipo dello spirito democratico. Rispetto alle saghe nordiche, da cui Shakespeare trae ispirazione - che vedono un Amleto vendicativo e crudele -, il Principe di Danimarca di Shakespeare si pone il problema dell’attesa, prima dell’azione. Da lì forse nasce il concetto di “presunzione d’innocenza”. Nonostante la rivelazione del fantasma del Padre, Amleto osserva, indaga, non dà la vendetta per scontata.

Come nelle Inquisizioni, o, più tardi, durante le rivoluzioni - a partire dal periodo del Terrore - quando è in funzione la ghigliottina, e poi nei processi sovietici ai dissidenti e, ancor più di recente, durante il regime islamista di Khomeini, e anche dopo: la Storia si ripete.

La crudeltà e i suoi teatri

“L’uomo è malato perché è mal costruito.

Bisogna decidersi, metterlo a nudo,

per estirpare quella piattola

che lo rode mortalmente” (Antonin Artaud, Per farla finita col giudizio di Dio, 1948, Radio francese, trasmissione censurata)

Lo spettacolo inizia con un linciaggio. Affinché ci sia spettacolo, il linciaggio deve essere verbale, turpe, ma verbale. Si protegge il capro espiatorio dal linciaggio fisico, altrimenti lo spettacolo finirebbe subito. Il teatro va predisposto, deve avere una dimensione “estetica”. Si prepara la condanna, comminata da giudici al servizio dei potenti. Non solo si ignora l’autonomia dei poteri, non solo si eleggono persone ignoranti, arrivisti, narcisisti, ma si chiede ai giudici di farsi eleggere, cioè, anziché studiare per anni al fine di conoscere le leggi, si chiede loro di eliminare la loro scienza, di asservirsi all’esecutivo, di esserne servi. Il giudizio, rapido e sommario, è immediato. Masse umane si recano sulla pubblica piazza e assistono a rituali di flagellazione, fustigazione e, in alcuni casi, assassinio pubblico. In ciò c’è del grottesco, ma quando la follia carnevalesca travolge una popolazione a ritmo settimanale, allora le cose sembrano mettersi male per ognuno. L’azione sull’inconscio sociale diventa ipnotica, devastante.

L’ipnosi consiste nel procedimento a ridurre la soglia dell’attenzione per inserire nel soggetto idee a lui aliene, per togliergli dalla mente ogni gioia, ogni afflato di libertà, ogni sentimento di amore e solidarietà: “sei povero, sei disgraziato, sei impotente, votami, ti insegnerò a combattere, a linciare, a devastare il tuo Paese”.

Lo psicologo Stanley Milgram svolse un esperimento che mostra il meccanismo psichico dell’obbedienza all’autorità. Benché crudele e spietata, l’obbedienza non è solo preda di un’ideologia politica, ma risponde a un intervento psicologico mirato, in cui si crea un contesto che fa apparire normale ciò che è terribile attraverso la ripetizione delle stesse frasi e degli stessi gesti, i gesti e le frasi diventano normali. Come mi disse un paziente con un padre violento: “Fino a sei, sette anni la vita nella mia famiglia mi sembrava normale, fu quando andai a fare i compiti dai miei compagni che mi accorsi che cos’era una famiglia, prima per me la famiglia era il luogo del terrore”.

In Milgram, l’ente trascendente presso cui ottenere obbedienza è “l’Esperimento” che “richiede di continuare”, nei nostri giorni pare essere “Prima gli italiani”, oppure “Fare di nuovo grande l’America”. Lo sperimentatore fa credere ai soggetti, coinvolti nell’esperimento, che una macchina che commina la scossa a un allievo lo aiuti ad apprendere più rapidamente, cosa falsa. In realtà Milgram vuole dimostrare la tendenza umana a essere “mal costruiti”, come direbbe Artaud. Alle prime urla di disperazione provenienti dalla voce dell’allievo, che simula la sofferenza subita dalla scarica elettrica, le persone chiedono allo sperimentatore se sia il caso di proseguire. Lo sperimentatore ripete ipnoticamente lo stesso messaggio: “L’esperimento richiede di proseguire”. E alcuni uomini continuano, una minoranza prosegue anche quando l’urlo dell’allievo scompare, a simulare uno svenimento o addirittura la morte. In un caso, dopo moltissime scosse - in cui la voce simulata dell’allievo è da tempo silente –, il soggetto che dà la scossa dice: “Potrebbe essere morto! Io non voglio responsabilità!”. Lo sperimentatore ripete di nuovo: “L’esperimento richiede di continuare”.

Quanto continuerà ancora questo esperimento di crudeltà che, in primo luogo, ferisce e danneggia proprio quei reietti, quei dannati della terra che insultavano Carola Rackete?

Pietro Barbetta, direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia

Analisi di Pietro Barbetta, direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia

12 luglio 2019

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