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La diplomazia del bene

di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, ed Emilio Barbarani, già Ambasciatore a Santiago del Cile

Alla vigilia dell'intitolazione del “Viale del Ministero degli Affari Esteri” ai Giusti della diplomazia come “Viale dei Giusti della Farnesina”, fortemente voluta da Gariwo insieme al Comune di Roma e al Ministero degli Esteri, il presidente di Gariwo Gabriele Nissim ed Emilio Barbarani, già Ambasciatore a Santiago del Cile, ripercorrono le tappe del lavoro della Fondazione sull'importanza della diplomazia del bene e del suo valore nella società. Il Viale vuole essere il primo passo verso la realizzazione di un Giardino dei Giusti della Farnesina. 

La Repubblica italiana, nata dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha nel corso degli anni evidenziato una vocazione umanista nelle sue relazioni internazionali. Il nostro Paese ha fatto del ripudio della guerra, della violenza, delle contrapposizioni nazionali, delle umiliazioni degli esseri umani, uno degli scopi principali della sua politica estera.

Con questo spirito la nostra diplomazia si è impegnata sui vari scenari mondiali per la costruzione della pace, per il dialogo, per la conciliazione, per la prevenzione dei conflitti, per il rispetto della persona umana.

L’Italia è amata nel mondo e gode di un forte prestigio internazionale perché è il Paese della bellezza, della cultura, della solidarietà. In tante occasioni il nostro Paese è stato capace di trasmettere quel valore di umanità che è il fondamento delle buone relazioni tra gli Stati, le nazioni e le persone di differenti culture. Da ultimo lo ha dimostrato con il suo spirito di accoglienza nel soccorso ai migranti, come in tutte le missioni umanitarie nei più difficili scacchieri internazionali dove il suo ruolo di pacificazione viene da tutti riconosciuto.

Non è un caso che il nostro Paese sia diventato il promotore della Giornata dei Giusti approvata dal Parlamento europeo nel maggio del 2012, e sia stato il primo nella comunità europea a votare all’unanimità una legge nazionale sui Giusti per ricordare le donne e gli uomini che sono stati capaci di assumersi una responsabilità personale nei tempi bui della storia.

L’Italia, con la Fondazione Gariwo, la foresta dei Giusti, ha raccolto la grande intuizione nata dalla memoria della Shoah e ha voluto trasmettere alle nuove generazioni il valore delle persone che si sono prodigate per salvare delle vite minacciate dalla barbarie nazista. Ricordando e valorizzando le azioni degli uomini Giusti è stato infatti lanciato un messaggio fondamentale a tutta la comunità internazionale: in ogni situazione, anche la più terribile, ogni essere umano nell’ambito della sua sovranità può diventare un argine nei confronti del male estremo. Niente è mai scontato, poiché l’essere umano può fare sempre la differenza.

Questo principio valeva per la Shoah, il genocidio più terribile della storia umana, ma si ripropone nei momenti più bui della storia, quando dittature e regimi totalitari calpestano la dignità umana e decidono di sopprimere altri uomini.

La promozione del valore degli uomini Giusti raccoglie lo spirito della Dichiarazione delle Nazione Unite del 1948 proposta da Raphael Lemkin, che dopo la Seconda guerra mondiale indicò al mondo intero l’obbligo morale di prevenire nuovi genocidi.

Ancora oggi la comunità internazionale ha creato solo strumenti parziali per impedire la ripetizione di nuovi massacri (politiche di protezione e tribunali internazionali), ma a tutt’oggi l’educazione dei cittadini è forse lo strumento più importante per lottare contro ogni forma di odio, intolleranza e persecuzione nei confronti degli esseri umani.

La narrazione delle storie degli uomini Giusti è uno strumento fondamentale per trasmettere alle nazioni e alle nuove generazioni esempi positivi di comportamento, e per insegnare il valore della responsabilità personale. Quando si attiva la coscienza delle persone e i cittadini diventano consapevoli dell’importanza di certi valori, è poi più facile che le istituzioni internazionali si assumano un impegno più concreto per la prevenzione dei genocidi e per la difesa dei diritti umani.

I GIUSTI

Chi sono i Giusti? È questa la domanda che spesso ci viene rivolta.

Non esiste una sociologia dei Giusti. Non può esistere una categoria che li racchiuda tutti. Per ogni momento storico, per ogni nuovo genocidio, per ogni nuova sfida ci possono essere nuove definizioni.

Da un lato, come hanno osservato Hannah Arendt, Vaclav Havel e Primo Levi, la loro presenza nei momenti oscuri dell’umanità ci ha mostrato come non esista un male invincibile e demoniaco, perché i Giusti sono l’espressione più tangibile di una possibilità di resistenza da parte degli esseri umani. Il male infatti è sempre una relazione che soggioga e manipola gli uomini passivi. Accanto ai carnefici, esiste sempre una zona grigia che partecipa o assiste passivamente ai crimini. Eppure questa zona grigia si può trasformare nel suo contrario, attraverso l’iniziativa di uomini coraggiosi. Una società indifferente può cambiare quando sulla scena pubblica appaiono degli uomini responsabili. Da un altro lato i Giusti non sono santi eroi e non appartengono a nessun campo politico, sociale, economico, militare privilegiato. Possono essere fascisti come antifascisti, comunisti come anticomunisti, fondamentalisti come anti-fondamentalisti, secondini di una prigione o di un campo di concentramento oppure vittime e prigionieri, membri di un esercito occupante oppure resistenti contro quello stesso esercito, possono essere ladri e farabutti, ma anche persone oneste e irreprensibili.

Ciò che conta è che a un certo punto della loro vita, di fronte a un’ingiustizia o alla persecuzione di esseri umani, sono capaci di andare con coraggio in soccorso dei sofferenti, nel tentativo di interrompere, con un atto inaspettato nel loro spazio di responsabilità, la catena del male di cui sono testimoni.

Possiamo dividere schematicamente i Giusti in cinque categorie, sottolineando che le circostanze della vita producono una moltitudine di figure e di esperienze non facilmente classificabili e che la definizione del Giusto di fronte a un crimine contro l’umanità rimane sempre aperta.

La prima categoria è quella dei soccorritori, degli individui capaci di un atto di altruismo nei confronti di chi viene perseguitato per la propria nazionalità, per una colpa politica, per le sue idee.

Tipico è il comportamento di chi salva delle vite nelle situazioni estreme come i genocidi e le situazioni belliche, dove sono commessi crimini contro l’umanità. È questa la figura che è stata valorizzata in Israele per ricordare chi ha salvato gli ebrei durante la Shoah.

La seconda categoria è quella di coloro che lottano per la libertà, la dignità e la verità in un regime totalitario. Peculiare, nel regime comunista, è la figura del dissidente o dell’oppositore che ha il coraggio di difendere la verità contro la menzogna del regime. Lo aveva sostenuto nell’estate del 1973 a Mosca Aleksander Solzenicyn, in un documento in cui invitava i russi a vivere senza mentire. “Questa è la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che è pure tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna, anche se ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto. Su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia”.

La terza categoria dei Giusti è rappresentata da quelle vittime che hanno la forza di difendere la propria dignità durante i momenti più terribili della persecuzione e nelle condizioni in cui una persona viene costretta dagli aguzzini ad abdicare alla propria umanità. Li possiamo chiamare gli uomini che non si piegano di fronte alla disumanizzazione. Primo Levi e Varlam Shalamov raccontano che nei campi di concentramento nazisti e nei Gulag staliniani i prigionieri dovevano fare uno sforzo tremendo per mantenere il rispetto di se stessi e preservare la loro umanità di fronte al freddo, alla fame, alla spietata concorrenza per la vita. È una sfida terribile non diventare un delatore nel Gulag, non denunciare, per la propria sopravvivenza, gli altri prigionieri, non rubare un pezzo di pane agli altri ad Auschwitz.

La quarta categoria di Giusti è rappresentata da coloro che hanno difeso la memoria di un genocidio di fronte al negazionismo o si sono battuti perché gli Stati e le società in cui si era perpetrato un crimine contro l’umanità si assumessero una responsabilità morale per il ricordo di quegli avvenimenti.

Dobbiamo infine valorizzare coloro che potremmo definire come i Giusti del nostro tempo e che sono in prima linea contro l’odio, la violenza ed il terrore. Pensiamo per esempio a quei musulmani che si sono impegnati contro l’ideologia terrorista o hanno salvato delle vite umane durante gli attentati, come il tunisino Hamadi ben Abdesslem, o il maliano Lassana Bathily durante gli attentati di Parigi. Oppure guardiamo a quelle persone che si sono impegnate ad aiutare i migranti, a soccorrerli in mare, a dare un contributo per l’accoglienza e l’integrazione nei differenti paesi. E non dimentichiamo chi lotta contro la cultura dell’odio che si aggira nel linguaggio politico o sui social. Nel mondo di oggi hanno grande valore le persone che si battono per il dialogo e la conciliazione, perché sono come delle sentinelle che impediscono al suo apparire la genesi del male. Ogni persecuzione contro degli esseri umani è sempre nata con l’uso di parole malate, con invettive, con la demonizzazione dell’altro. È accaduto così con le leggi razziali e alla vigilia di guerre e di genocidi. Il nemico si crea sempre con parole che spingono all’odio e al disprezzo. È questa una grande sfida del nostro tempo.

I GIARDINI DEI GIUSTI E IL RUOLO DELL’ITALIA NELLA LORO PROMOZIONE

L’Italia è il Paese all’avanguardia nella costruzione dei Giardini dei Giusti nelle città, nei comuni, nelle scuole. Esistono oggi da Milano, a Roma, a Catania, ad Agrigento più di cento Giardini che hanno promosso una molteplicità di esperienze e hanno fatto conoscere ai giovani e alla popolazione figure morali di tutti i Paesi. Chi visita un Giardino non solo viene a conoscenza di eroi locali, ma si abitua a superare le barriere e a diventare un cittadino del mondo perché conosce gli individui migliori dell’umanità. Il Giardino non è un luogo passivo dove si distribuiscono medaglie al merito, ma è una struttura di riflessione e meditazione dove i cittadini sono sollecitati a pensare, a riconoscere il coraggio, a sviluppare un sentimento di empatia nei confronti degli esseri umani.

È un’invenzione creativa italiana difficile nell’arte e complessa della memoria. Da un lato i cittadini sono coinvolti nella scelta dei Giusti da ricordare, e così possono esprimere la loro gratitudine per le eccellenze del mondo. Da un altro lato sono sollecitati a interrogarsi sul mondo di oggi. La memoria dei Giusti non è un esercizio letterario, ma rappresenta una pratica originale di educazione della società, poiché i cittadini sono sollecitati a raccogliere nella loro vita e nei loro comportamenti i valori degli uomini migliori. Chi visita un Giardino e contribuisce alla sua attività partecipa alla più originale delle staffette. Raccoglie il testimone lasciato dagli uomini Giusti e lo riconsegna alla società attraverso il suo comportamento responsabile.

Il nostro Paese, con Gariwo e tutte le associazioni che partecipano a questo network, ha costruito tre modalità per allargare questa originale esperienza italiana in Europa e nel resto del mondo.

Il progetto di un Giardino dei Giusti diplomatici a Roma, alla Farnesina, tende a dare valore e fare conoscere tutti coloro che nella storia della nostra diplomazia si sono assunti dei rischi personali per difendere la dignità umana nelle emergenze politiche e umanitarie. Sono tanti gli esempi di coraggio dei nostri diplomatici che fino ad oggi non sono mai stati raccontati e presentati all’opinione pubblica. Il loro riconoscimento non risponde solo a un dovere di gratitudine per chi si è battuto nell’esercizio della sua funzione per difendere la vita e i valori della persona umana, ma valorizza l’immagine del nostro Paese nelle sue relazioni internazionali. Questo Giardino nel corso del tempo potrà non solo ricordare i nostri diplomatici, ma anche accogliere alcuni esempi di diplomatici di altri Paesi, che si sono impegnati per salvare delle vite nel corso di rivoluzioni, genocidi e stermini di massa. In questo modo il nostro Paese potrà valorizzare tutti gli esempi internazionali che meritano di essere ricordati nel mondo intero. Il Giardino alla Farnesina potrà non solo diventare una vetrina internazionale per ricordare le azioni dei diplomatici Giusti, ma anche incentivare la creazione di esperienze simili negli altri Paesi.

La costruzione di Giardini nelle più importanti capitali e città del mondo vuole essere un contributo importante del nostro Paese per una politica di pace e di conciliazione, in una situazione internazionale dove stanno aumentando i conflitti e le contrapposizioni e dove si vedono crescere i germi dell’odio e un ritorno alla cultura del nemico.

In questi anni con l’inaugurazione di Giardini a Varsavia, a Londra, a Erevan, a Lugano, in Israele, in Tunisia, in Giordania e con dei nuovi progetti a Parigi, a Sofia, in Libano, in Florida abbiamo verificato la grande credibilità che il nostro Paese e Gariwo hanno a livello internazionale.

Il messaggio del bene e della responsabilità trova consenso perché siamo riconosciuti all’estero come una nazione non divisiva, ma in grado di fare da ponte con culture e sensibilità diverse.

Non è un caso che l’Italia sia stato l’unico Paese a dare alla memoria dei Giusti una impostazione universale e non legata a una sola esperienza. Ecco perché con il nostro contributo la maggior parte dei Giardini nasce nel mondo con una impostazione cosmopolita e non con una visione nazionalista. È infatti più facile riconoscere i propri eroi e i propri Giusti, piuttosto che i Giusti degli alti Paesi. La nostra vocazione universale permette così di superare una memoria a compartimenti stagni. È il grande messaggio dell’Italia.

Una funzione importante nello sviluppo di questa prospettiva è data dal ruolo delle nostre ambasciate, che possono contribuire a questo progetto e realizzare nelle loro sedi dei Giardini dei Giusti. Esperienze di questo tipo si sono realizzate con successo a Tunisi, ad Amman e a Stoccolma. Piantare degli alberi nelle ambasciate per degli uomini meritevoli significa rafforzare la nostra immagine all’estero, ma anche stimolare i Paesi di accreditamento a seguire questo percorso. Le nostre ambasciate saranno così in grado di seminare e trasmettere la cultura del Bene.

Scopri la pagina dedicata ai Diplomatici italiani Giusti

Analisi di

13 settembre 2021

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