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La filosofia di Gariwo: educare con la memoria dei Giusti all'ottimismo e alla responsabilità

di Gabriele Nissim

Pubblichiamo di seguito l'analisi del presidente di Gariwo Gabriele Nissim sulla filosofia di Gariwo e sul ruolo educativo dei Giardini dei Giusti nella società. La riflessione è estratta dal libro di Pietro Barbetta e Gabriella Scaduto "Diritti umani e intervento psicologico" edito da Giunti nel 2021. 

La memoria come educazione alla scelta nel tempo presente

Gariwo in questi anni ha proposto a livello pubblico in Italia e in Europa una nuova cultura della responsabilità, affrontando il tema della memoria della Shoah e dei genocidi del 900.

Lo ha fatto mettendo al centro della riflessione il tema dei Giusti, un concetto nuovo che non era stato mai sufficientemente sviluppato, poiché era prevalente nel dibattito pubblico l’attenzione verso le vittime e gli artefici del male, con una sottovalutazione dei meccanismi morali dei resistenti.

Per questo Gariwo, fin dal momento della sua costituzione il 30 novembre del 2000 in un convegno all’università di Padova , ha operato per la costruzione di centinaia di giardini nel mondo e si è concentrata su di un importante lavoro educativo nelle scuole. In questo percorso, Gariwo ha ottenuto prima dal Parlamento europeo nel 2012 e poi da quello italiano nel 2107 la celebrazione ufficiale della Giornata dei Giusti dell’umanità il 6 marzo, giorno della scomparsa di Moshe Bejski.

Il punto di partenza è stato quello di mettere in discussione una visione deterministica della storia che non riconosce al singolo un ruolo attivo, considerandolo del tutto impotente di fronte al male politico.

I Giusti, ovvero gli uomini che salvano delle vite nei genocidi, difendono la dignità umana nelle dittature, cercano di prevenire i meccanismi dell’odio che creano le condizioni di una deriva estrema, si impegnano nella loro quotidianità per preservare un comportamento dignitoso, anche quando il mondo va verso una cattiva direzione, e mostrano in modo inequivocabile che gli esserti umani hanno sempre una possibilità di scelta.

In ogni situazione di crisi possono vincere l’indifferenza, la complicità con i carnefici, la servitù volontaria, oppure le scelte di uomini responsabili, che hanno sempre la possibilità di cambiare il corso degli avvenimenti.

Anche se volgiamo il nostro sguardo indietro alle catastrofi del passato, osservando le azioni di coloro che hanno cercato di difendere la dignità umana, ci rendiamo conto che il male non sarebbe stato affatto ineluttabile, se altri avessero seguito il loro esempio.

Può sembrare paradossale, ma anche pochi Giusti possono salvare l’idea di speranza e di futuro, perché mostrano che l’essere umano, pur all’interno della sua fragilità, ha la possibilità di diventare arbitro del suo destino.

Si trasmette così, sa partire dal male estremo, un messaggio ottimista. Se ogni uomo si assume una responsabilità è possibile ribaltare le situazioni, anche se i risultati non sono quantificabili e immediati.

Attraverso questa impostazione, Gariwo ha dato una nuova dimensione etica al tema della memoria e ha cercato di trasmettere ai giovani una nuova prospettiva nell’elaborazione del passato.

In primo luogo si tratta di leggere la Shoah e i genocidi non solo a partire dalla compassione per le vittime, ma concentrandosi sulle scelte degli esseri umani.

Il male appare quindi come un grande campo di battaglia dove si contrappone la zona grigia della complicità e quella della responsabilità. Niente è scontato, perché la storia in ogni momento può prendere una direzione diversa a partire dal giudizio e dai comportamenti degli esseri umani.

Se si coglie il meccanismo della scelta attraverso le azioni esemplari dei Giusti, allora diventa possibile immaginare che questo campo di battaglia non riguarda solo il passato, ma si presenta in dimensioni sempre nuove anche nel tempo presente.

A differenza del passato, quando i Giusti hanno potuto solo resistere e salvare poche vite, agire ora potrebbe significare diventare artefici della prevenzione del male.

Così la sfida più grande per i giovani diventa quella di comprendere il passato attraverso l’assunzione di responsabilità nel proprio tempo.

Molti sono convinti che fare memoria significhi solo preservare gli avvenimenti del passato nei confronti di ogni forma di oblio e di revisionismo. Sarebbe questa la più importante manifestazione di solidarietà nei confronti delle vittime ed è stato il grande desiderio dei sopravvissuti della Shoah che chiedevano giustizia, quando in tanti paesi europei si rimuovevano le complicità che portarono allo sterminio, o addirittura si taceva, come è avvenuto durante il totalitarismo comunista, l’identità ebraica delle vittime del nazismo.

Non dimenticare è però soltanto una parte. C’è infatti una forma superiore di riscatto che permette di rendere la memoria viva e responsabile: agire nel tempo presente affinché i meccanismi dell’odio e della disumanizzazione degli esseri umani non si ripetano. È questo il patto più alto che chi è sopravvissuto o ha avuto la fortuna di nascere in tempo di pace può mantenere nei confronti delle vittime. Lo aveva capito molto bene Etty Hillesum[1] la quale sosteneva nella prigionia del campo di Westerbork che la vittoria definitiva contro il nazismo poteva essere solo quella della nascita di un mondo senza odio e senza nemici. Se non si fosse riusciti a immaginare questo futuro i nazisti avrebbero corrotto il mondo anche dopo la fine della guerra.

Spesso oggi si assiste a un cortocircuito. Ricordare diventa soltanto un’operazione retorica dove si prende posizione sullo sterminio degli ebrei o degli armeni, ma poi non ci si sente impegnati sul tempo presente.

In alcuni casi diventa una memoria malinconica, che porta alla rassegnazione e alla sfiducia nel mondo. Si può continuare a piangere per i crimini del passato. In altri casi diventa un alibi per giustificare l’indifferenza e l’egoismo nel tempo presente. Quanti per esempio partecipano alle Giornate della Memoria, dicono di essere contro l’antisemitismo e a fianco degli ebrei (di ieri), ma poi non hanno scrupoli nell’erigere barriere contro i musulmani e i migranti. È quasi caricaturale la figura di Trump. Si professa amico degli ebrei e di Israele ma è, come l’ungherese Victor Orban, il grande paladino dei muri in tutto il mondo e non ha scrupoli nel consegnare i curdi ai carnefici di Erdogan.

La pluralità dei Giusti

In che modo Gariwo trasmette con il messaggio dei Giusti una visione ottimista del futuro e della possibilità di scelta degli esseri umani in qualsiasi circostanza?

Prima di tutto allargando l’idea dei Giusti nata dalla Shoah a tutti i genocidi e crimini contro l’umanità.

Abbiamo fatto in modo che l’intuizione di Moshe Bejski[2], che fu il più appassionato artefice del Giardino dei Giusti di Gerusalemme, diventasse un’idea universale.

Bejski, al termine di un’esperienza di vita dedicata alla ricerca e alla valorizzazione dei salvatori degli ebrei, giunse a questa conclusione sbalorditiva. Non c’era luogo durante la Seconda guerra mondiale in cui qualcuno non avesse cercato di salvare degli ebrei, fossero i campi di concentramento, le case, le fabbriche, persino i parlamenti in mano ai fascisti. Dunque c’erano sempre dei margini per agire, ma soltanto pochissimi presero questa decisione.

Scegliere il bene è dunque una possibilità alla portata di ogni essere umano quando la storia prende una cattiva direzione. I contesti sono sempre diversi, ma il meccanismo della scelta e della responsabilità è stato simile nelle dittature, nei genocidi, nei regimi totalitari, come nella Shoah.

Scegliere è un atto di libertà individuale che permette ad ogni essere umano di porre il proprio corpo come argine nei confronti del male. Anche se non ci si riesce, si lascia un segno che può essere raccolto da altri e diventare un esempio al di là del proprio tempo. Non sempre il risultato di una scelta è quantificabile e nemmeno garantito, ma è una sconfitta per la propria personalità quando un individuo rinuncia a pensare e decide per il suo quieto vivere di voltare la testa dall’altra parte.

Rileggere le storie dei Giusti nei momenti bui dell’umanità ha un effetto terapeutico perché mostra il fondamento concreto della speranza.

Molte macerie della storia avrebbero potuto essere evitate se ci fosse stato un numero maggiore di uomini, istituzioni e Stati responsabili, ma comunque chi ci ha provato ha preservato la dignità ed è diventato un riferimento morale a cui ci possiamo appoggiare quando siamo costretti a fare delle scelte nel mondo in cui siamo stati gettati.

Scegliere, come ha argomentato Hannah Arendt nella Vita della mente, la sua opera più matura, significa avvertire un’inquietudine quando gli uomini attorno a noi sono disumanizzati e resi superflui per fini politici ed economici; scegliere significa pensare da soli e giudicare mettendosi nei panni degli altri e sfidando idee cristallizzate della maggioranza e leggi ingiuste che giustificano l’oppressione; scegliere significa agire con atto di volontà che presuppone, come sosteneva Eraclito[3], il carattere di un persona che si mette in gioco e si fa portatrice di un’azione.

Ma come un giovane o un cittadino di oggi può comprendere il meccanismo della scelta nella storia che ci ha preceduto? Attivare la conoscenza, la memoria e l’immaginazione è il presupposto, ma non è sufficiente se il soggetto non viene abituato costantemente a fare delle comparazioni non solo nei differenti contesti, ma tra passato e presente.

Può per esempio sembrare che sia sufficiente mandare i ragazzi a visitare il campo di sterminio di Auschwitz o il Binario 21 a Milano, da cui sono partiti i treni con gli ebrei, per fare loro comprendere gli abissi del passato e poi raccontare le storie dei pochi Giusti che hanno cercato di resistere. È il primo passo della conoscenza, ma rimane comunque un vuoto non colmato, perché è sempre il rapporto con la realtà e con le persone in carne ed ossa che ci fa toccare e comprendere meglio il passato.

Ecco perché Gariwo suggerisce che gli studenti, dopo la visita ad Auschwitz, vadano a visitare i campi profughi nel Mediterraneo, a Lampedusa, entrino nelle carceri o, come suggeriva Marek Edelman, il vice comandante della rivolta del ghetto di Varsavia, passino una notte intera in un pronto soccorso per vedere di persona le nuove sofferenze.

In questo modo si crea un percorso virtuoso in cui il passato dei genocidi illumina il presente, permette di suggerire domande sulla condizione attuale e in cui il rapporto diretto con le sofferenze ti permette di comprendere meglio quanto è successo ieri.

Con questa impostazione, Gariwo promuove nei Giardini dei Giusti le figure morali che salvarono le vite durante la Shoah e gli altri genocidi del ‘900, assieme a figure più contemporanee che hanno salvato delle vite in Ruanda, in Siria; quelle che si sono impegnate per soccorrere dei migranti in mare o si sono prodigate per proteggere delle persone durante gli attentati terroristi.

Portare davanti a un giovane la testimonianza diretta di chi oggi ha fatto una scelta rischiosa in un contesto di emergenza permette di comprendere il meccanismo universale della scelta e apre una prospettiva del tutto diversa nella lettura di un uomo Giusto durante la Shoah o il genocidio armeno.

Con questa metodologia, Gariwo si sforza di dimostrare che la tipologia dell’uomo Giusto non è mai definita a priori, ma cambia in ogni epoca di fronte alle sfide del tempo in cui ci è capitato di vivere. Riceviamo in eredità gli esempi dei Giusti che hanno agito nel passato, ma poi ogni volta un essere umano deve pensare da solo, perché il bene e il male assumono sempre nuove dimensioni e non sono mai uguali. È come lo scorrere dei fiumi, come suggeriva Eraclito. Il corso delle acque segue lo stesso itinerario, ma le acque sono sempre diverse. È quanto ha osservato il poeta René Chair in un aforisma che rende molto bene la situazione in cui ogni essere umano si ritrova di fronte a un nuovo inizio: “La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento.”

Ecco perché l’interpretazione del presente e l’assunzione di responsabilità sono un salto rischioso in un territorio spesso inesplorato, dove può anche capitare che chi marcia in una cattiva direzione usi riferimenti culturali che traggono in inganno. Vale per tutti l’esempio del totalitarismo sovietico che utilizzò la bandiera dell’antifascismo, della lotta all’antisemitismo (almeno all’inizio) e dell’uguaglianza per la creazione di nuovi regimi dispotici. Chi allora comprese l’inganno semantico si dovette scontrare contro pregiudizi radicati e affrontò spesso in solitudine battaglie quasi impossibili. Chi allora aiutava i nuovi perseguitati era infatti stigmatizzato come il traditore di una causa giusta. Era allora difficile essere un uomo giusto, quando un atto di umanità e di responsabilità veniva considerata un’azione contro la stessa idea di giustizia, quindi un’azione illegale contro leggi della nuova morale politica.

Per facilitare il percorso della scelta nel nostro tempo, Gariwo cerca costantemente di porre domande sui problemi irrisolti: cambiamenti climatici, immigrazione, accoglienza, lotta contro il terrorismo e il fondamentalismo, odio nei social, nel dibattito politico e nello sport.

Come è sempre accaduto nel passato, i comportamenti virtuosi degli individui responsabili anticipano le possibili soluzioni e indicano nuove strade da percorrere che possono essere emulate.

Per questo Gariwo cerca di promuovere e di portare a conoscenza dei giovani le figure di coloro che si possono definire i Giusti del nostro tempo. Lo scienziato che indaga e lavora sul campo per la difesa ecologica del pianeta, il musulmano che si assume una responsabilità sul fenomeno del terrorismo, chi è promotore di pace e di accoglienza in un ambiente ostile, chi si ostina ad immaginare un mondo senza muri è un anticipatore delle grandi battaglie future che aspettano l’umanità. Come è accaduto per i Giusti della Shoah o per i dissidenti sovietici, oggi costoro sono spesso ai margini o vengono guardati come illusi buonisti, ma con il loro esempio indicano la possibilità della scelta nel mondo di oggi e ci fanno comprendere il nuovo campo di battaglia in corso e la possibilità di un nuovo inizio.

Il bene non è un sacrificio

Come però trasmettere una speranza realista e spiegare il concetto che ogni essere umano nel suo piccolo può contare nel mondo e fare sempre una differenza?

Può sembrare un azzardo, ma anche attraverso la rilettura di tante testimonianze positive bisogna educare i giovani a comprendere che agire per il bene degli altri non è mai un sacrifico o una privazione, ma è invece un percorso che può rendere la vita più piena, più ricca e più bella.

Si trova la propria felicità facendo bene agli altri, perché facendo il bene altrui si fa il bene a se stessi. È questo il messaggio fondamentale dei giusti.

Non è invece formativo indicare che il sacrificio di sé rappresenti un valore o la strada obbligata per un mondo migliore. L’idea che il bene sia una rinuncia apre la strada alla deresponsabilizzazione.

“Chi me lo fa fare, perché dovrei soffrire per il bene?” è la reazione comune a questo tipo di sollecitazione.

Dietro a questo concetto c’è in fondo l’idea che la vita terrena sia soltanto un passaggio e che il premio per un nostro sacrificio troverà il vero riconoscimento nella vita dell’aldilà. Dunque l’uomo sarebbe condannato a soffrire per trovare la gloria in un altro mondo.

Inoltre se si associa la virtù alla privazione e alla rinuncia della propria vita il bene diventa una prerogativa possibile solo per santi ed eroi, quindi una opzione metafisica al di là dell’umano.

Tutt’altro discorso è insegnare che in tante situazioni mettersi al posto degli altri ed agire per la giustizia del prossimo significa coltivare il proprio carattere e la propria personalità. Mantenere la parola data, tenere fede alla propria promessa, significa metterci la faccia e fare un atto di volontà che presuppone anche dei rischi.

Per agire ci vuole sempre carattere e determinazione. Non basta avere una opinione giusta o mettere un click sui social per un causa, come si direbbe oggi. Bisogna mettersi in gioco nella propria vita come insegnavano i filosofi stoici. Una scelta attiva è sempre un salto nel vuoto, perché il risultato non è mai garantito.

Ma se guardiamo alla genesi di un comportamento di chi ha agito in contingenze estreme nelle dittature e nei genocidi in corso, ci accorgiamo che il punto di partenza che ha determinato un’azione coraggiosa è sempre la salvaguardia della propria umanità e del proprio benessere morale.

Si rischia dunque per salvare un altro uomo per la salvaguardia della nostra felicità.

Hannah Arendt spiega così il segreto dei Giusti che li spinge a resistere e ad agire: “I non partecipanti (al nazismo)… furono gli unici[4] che osarono giudicare da sé; e furono in grado di farlo non perché disponessero di un migliore sistema di valori o perché i vecchi standard di moralità restassero ben piantati nelle loro teste… essi si chiesero fino a che punto avrebbero potuto vivere in pace con la propria coscienza se avessero commesso certi atti; e decisero che era meglio non fare nulla, non perché il mondo sarebbe cambiato per il meglio, ma perché questo era l’unico modo in cui avrebbero continuato a vivere con loro stessi. Ciò spiega perché alcuni di loro scelsero infine la morte, quando furono obbligati a partecipare in qualche modo agli atti del regime. Per dirla in modo crudele, ciascuno di loro rifiutò l’omicidio; non perché volesse continuare ad obbedire al comandamento “non uccidere”, ma perché non voleva passare il resto dei suoi giorni con un se stesso-assassino.”

Il bene possibile degli uomini

Per tenere sempre accesa la speranza di un bene possibile alla portata di tutti è necessario non cadere nell’errore di santificare le figure dei Giusti e di raccontare le loro vicende come se fossero opera di uomini perfetti.

Dobbiamo abituarci a pensare che può diventare un uomo giusto chi è un imbroglione nella vita, chi ha abbracciato l’ideologia più assurda, chi aiuta gli altri senza per questo rinunciare ai suoi piccoli e grandi vizi, chi vive nel modo più disordinato, chi apparentemente si presenta come il peggiore egoista. Non importa come si comportava in precedenza, quanto piuttosto come poi si è trasformato. È errato ricercare la coerenza assoluta: bisogna guardare con umiltà alle scelte fondamentali di un individuo nei momenti di crisi dell’umanità. Non esiste sulla faccia della Terra un bene puro, ma sempre un bene fragile e contradditorio. Dobbiamo accettare l’ambiguità del bene perché non è opera di un Dio, ma di un essere umano che per la sua vita limitata lotta prima di tutto per la sua sopravvivenza e non può mai essere portatore di un bene assoluto.

Anche chi è mosso dalle migliori intenzioni commetterà degli errori e non sarà mai all’altezza di un imperativo categorico assoluto, come osserva Agnes Heller.

Un essere umano può idealmente abbracciare il mondo[5], ma non può aiutare tutti coloro che soffrono. E anche quando fa il possibile, prendendosi cura delle persone che sono attorno a lui, lascerà indietro qualcuno e apparirà cosi inadeguato.

Riconoscere senza alcuna retorica che la maggioranza degli essere umani possono essere responsabili solo compiendo piccole cose[6], come scriveva Marco Aurelio, l’imperatore filosofo nei suoi Ricordi, non è però il segno dell’impotenza degli esseri umani di fronte ad un male estremo, ma lo è anzi della loro possibilità concreta di potere fare in ogni situazione un piccolo passo che può cambiare il mondo.

Moshe Bejski osservava che una grande responsabilità morale durante l’Olocausto non l’aveva chi temeva per la propria vita e non si era sacrificato per salvare degli ebrei, ma l’avevano quegli indifferenti che nonostante la possibilità di compiere dei piccoli gesti erano invece rimasti a guardare.

Colpevoli erano dunque coloro che potevano fare qualche cosa senza rischiare troppo e che invece per il loro quieto vivere avevano voltato la testa dall’altra parte e non avevano fatto il bene possibile.

Le cose peggiori nella storia non accadono perché mancano i santi, i grandi eroi o gli uomini consapevoli che in anticipo comprendono tutto, ma perché gli individui spesso preferiscono sfuggire a una piccola responsabilità che potrebbero esercitare nella loro vita quotidiana.

Ciò che manca dunque non è il bene assoluto e impossibile, ma quello fragile e imperfetto.

Per questo motivo è pedagogicamente sbagliato, quando si narrano le storie dei Giusti; porre l’accento su un eroismo inavvicinabile, che paradossalmente deresponsabilizza chi è portato all’indifferenza.

La più vera e sincera risposta sarebbe la seguente: “ Chi me lo fa fare se per aiutare qualcuno in pericolo devo rinunciare al mio piacere, alla mia famiglia, alla mia stessa vita. Scusate, sarò anche un vile, ma non me la sento di fare l’eroe. Mi state chiedendo qualche cosa che è al di fuori delle mie possibilità umane. Non sono un superuomo. I Giusti non hanno nulla a che fare con quello che sono veramente. Posso allora capire chi è rimasto a guardare.”

Un lavoro sulla memoria dei Giusti, per essere efficace, deve quindi umanizzare e rendere evidenti senza alcuna censura tutte le loro contraddizioni, ambiguità e persino sorridere su tutti i loro difetti.

Ricordare per esempio[7] che Giorgio Perlasca si finse diplomatico spagnolo e

salvò tanti ebrei a Budapest perché forse si era innamorato di una bella ragazza ungherese o che lo scrittore tedesco Armin Wegner[8], dopo avere denunciato in una lettera a Hitler la persecuzione degli ebrei, quando fu arrestato e poi torturato nel carcere per salvarsi la pelle scrisse un memoriale difensivo in cui si rendeva disponibile a lavorare per il Terzo Reich.

Più si accorcia la distanza tra un uomo normale ed un uomo virtuoso, più si dimostra che il bene possibile è alla portata di tutti perché i Giusti non sono al di là dell’umano: sono fragili come tutti noi.

La funzione del Giardino dei Giusti nella società

Quale è la funzione dei Giardini dei Giusti nella società? Perché proponiamo la loro estensione nelle scuole e in ogni città d’Europa e del mondo come una nuova esperienza nella politica della memoria e dell’educazione alla responsabilità?

In primo luogo perché crediamo che la bellezza della persona buona non debba rimanere chiusa in un caveau nascosto di un museo, ma diventare fruibile per tutta la società come fonte continua di esempio e di emulazione.

A nessuno verrebbe mai in mente di nascondere una opera di Raffaello o di Michelangelo alla vista della gente. La stessa cosa dovrebbe valere per le azioni degli uomini giusti che si sono assunti una responsabilità nei momenti più bui dell’umanità. Essi ci danno piacere e gioia come una bella opera d’arte.

Sappiamo che chi compie una azione buona non lo fa per apparire, ma per il suo benessere.

Lo sottolineano lo stoico Marco Aurelio[9] e san Matteo[10] i quali ammoniscono che il bene non dovrebbe mai venire compiuto per ricercare un ricompensa, ma per il gusto di farlo.

Eppure proprio la consapevolezza della fragilità degli esseri umani dovrebbe farci comprendere che chi compie un atto di umanità, prendendosi tutti i rischi personali, non dovrebbe mai essere lasciato solo e trovare in qualche modo un riconoscimento pubblico.

Anche l’uomo migliore e con il carattere più forte e determinato si arrende o soccombe se viene trascurato e dimenticato.

Chi fa del bene non è un dio o un superuomo ma per andare avanti ha bisogno di sentire il calore della gratitudine[11].

Ecco perché Gariwo ritiene che la piantumazione di alberi nei Giardini dedicati agli uomini Giusti rappresenti uno stimolo all’opinione pubblica per l’esercizio costante del ringraziamento. Non esiste infatti solo una indifferenza nei confronti delle vittime, ma anche nei confronti di coloro che sono andati in loro soccorso.

Così gli educatori che promuovono i Giardini si trasformano in pescatori di perle che, come osservava Walter Benjamin, riportano alla luce frammenti di umanità che per la distrazione dei più rimarrebbero nascosti negli abissi della Storia.

Questa visibilità non solo rompe il muro dell’oblio, ma trasmette alla società il gusto di ricordare il bene e il valore della riconoscenza.

Dalla scoperta che gli atti di bene e di responsabilità danno sollievo e trasmettono speranza per il futuro nasce spesso una spinta alla gratitudine: il piacere di conoscere e di ammirare la bellezza della persona buona crea infatti un meccanismo nuovo di emulazione.

La gente che ritrova con i Giusti un senso nella vita e una maggiore fiducia nell’umanità sente così il bisogno di valorizzare e di prendersi cura di quanti si sono impegnati per il bene e la dignità umana.

I Giardini incentivano la gratitudine non perché la società la sente solo come un dovere morale, ma perché le persone vivono il momento del ringraziamento come un piacere esistenziale che arricchisce la propria dimensione umana.

Ecco perché la moltiplicazione dei Giardini nelle città porta ad un nuovo fenomeno civile: arrivano a Gariwo e alle municipalità centinaia di richieste per la piantumazione di nuovi alberi e tante persone sentono il bisogno di raccontare storie anche personali che altrimenti sarebbero dimenticate.

Il metodo della comunicazione indiretta

I Giardini non sono però un luogo di commemorazione, ma una struttura il cui fine è lo stimolo delle coscienze e l’educazione alla responsabilità.

Il metodo è quello della comunicazione indiretta.

Nel Giardino il visitatore non ascolta prediche, ma viene sollecitato da storie di uomini che lo invitano a riflettere.

Lo spiega bene Pierre Hadot, quando ricordando l’insegnamento di Kierkegaard parla del valore pedagogico del messaggio indiretto che incentiva una scelta libera e mai imposta[12]. Non c’è niente di peggio che un richiamo morale che si presenta come un ordine perentorio o una verità assoluta.

Se si dice direttamente cosa fare, si detta una condotta con un tono di falsa certezza. Invece, grazie alla descrizione dell’esperienza vissuta da un altro, si può lasciare intravvedere e suggerire un atteggiamento, lasciar cogliere un richiamo che l’altro ha la libertà di accettare o di rifiutare. Sta a lui decidere. È libero di credere o di non credere, di agire o di non agire.

Tutta la struttura architettonica del nuovo Giardino dei Giusti di Milano è stata concepita con questo scopo.

Prima di tutto il visitatore viene stimolato alla comparazione tra le varie storie di responsabilità nei differenti genocidi o totalitarismi. Chi passeggia tra gli alberi e le targhe viene sollecitato ad avere una visione universale della condizione umana e a non fermarsi solo davanti ad una storia che lo ha toccato da vicino, come è il caso del fascismo in Italia. Egli infatti conosce diverse storie di resistenza morale che riguardano altri Paesi e differenti contesti storici.

Il passo successivo è lo stimolo alla comparazione tra passato e presente, perché accanto alle storie dei Giusti della Shoah, del gulag, o del genocidio armeno, trova esempi di responsabilità morale che riguardano il nostro tempo. Così riceve il messaggio che il meccanismo della scelta per gli esseri umani di fronte al male non si esaurisce mai nella storia. Egli comprende meglio il presente perché lo legge attraverso la memoria del passato e riflettendo sulle scelte difficili dei nostri contemporanei (chi per esempio ha rischiato la vita oggi per salvare i migranti o ha lottato contro il terrorismo o per la libertà delle donne nel fondamentalismo religioso) diventa più empatico nei confronti dei Giusti del passato, che non gli appaiono più come se fossero vissuti in un film tragico che non li riguarda.

Alla fine del suo percorso si ritrova in due piazze. La prima, più piccola e personale, dove si può sedere su una panchina e meditare, da solo o con un amico.

Nella seconda si trova in un anfiteatro più grande, concepito per creare un momento di discussione collettiva di una scuola, di un’associazione, di un gruppo di quartiere…

Il visitatore può cosi uscire dal suo anonimato e mettersi in discussione davanti ad una piccola polis, in cui può esprimere pubblicamente le sue posizioni. Egli così si mette in gioco ed esprime, dopo la visita, la promessa della sua responsabilità: ha prima scoperto le storie degli altri e ora deve cominciare a narrare la sua.

È una sorta di esercizio spirituale che comincia quel giorno, ma che poi con un atto di libera scelta si può estendere nella sua vita attiva e quotidiana.

Il Giardino ha così una funzione maieutica di tipo socratico. Attraverso le storie dei Giusti il visitatore si è posto delle domande e può forse mettersi in discussione e affrontare senza alcuna imposizione i suoi stessi pregiudizi, che Socrate chiamava i pensieri congelati.

Il Giardino svolge poi una funzione importante nella condivisione e nel dialogo tra minoranze che vivono nelle città metropolitane con esperienze, religioni, riferimenti culturali diversi; per ebrei, armeni, ruandesi che sono sopravvissuti ad un genocidio; migranti dall’est europeo che hanno vissuto in regimi totalitari comunisti; donne che hanno sperimentato l’oscurantismo religioso in Africa e Asia; musulmani che in Bosnia e in Thailandia hanno subito la pulizia etnica. Per tutti costoro l’esperienza del bene e del male e il concetto stesso di Giusti e di responsabilità hanno valenze diverse. Ognuno è portato a rinchiudersi nella sua storia creando una concorrenza tra le memorie che spesso rende complicata l’empatia tra minoranze.

La struttura che non a caso si chiama Giardino di tutto il mondo rompe le barriere ed è concepita attraverso percorsi originali di visite guidate volto a creare una memoria condivisa.

I musulmani che lo visitano apprendono la condizione degli ebrei e l’importanza di chi ha lottato contro l’antisemitismo, a loro volta gli ebrei si confrontano con chi ha cercato di salvare delle vite nel genocidio armeno o in quello ruandese. E anche gli stessi europei occidentali che sono legati all’esperienza storica dell’antifascismo possono aprirsi alla conoscenza della resistenza al totalitarismo comunista, la cui comprensione ancora oggi risulta difficile e crea molti ritardi nella costruzione politica e culturale dell’Europa. Troppo spesso la discussione accademica su chi ha subito il male maggiore rischia di coprire un male con un altro male. Quando si affrontano i crimini contro l’umanità non può mai valere il concetto del male minore.

Con questa impostazione universale Gariwo cerca di mostrare che un genocidio o un crimine non riguarda solo la minoranza che lo ha subito, ma deve diventare memoria di tutta l’umanità.

Fino ad oggi si è verificato spesso un equivoco, anche se mai esplicitato. Quando si parlava di Giusti si riteneva (pur sostenendo il contrario) che riguardassero la memoria solo del popolo che veniva oppresso. Invece, si deve affermare l'idea che ogni volta che accade un genocidio viene ferito il mondo intero. Per questo motivo, un Giusto che va in soccorso di un uomo di una minoranza perseguitata diventa sempre un custode di tutta l’umanità. E i Giusti non esistono per un solo contesto storico poiché in ogni circostanza ci sono uomini coraggiosi e responsabili che agiscono per difendere la dignità umana (e direi oggi anche il pianeta).

Il Giardino indica inoltre che una scelta etica e di responsabilità avvenuta nei differenti contesti ha una matrice morale comune. Non c’è infatti differenza tra chi ha aiutato un armeno, un ebreo, o un musulmano. C’è una umanità comune in tutti i gesti di solidarietà.

La memoria del bene quando viene elaborata permette di superare le distanze e i pregiudizi: la bellezza della persona buona ha una funzione straordinaria perché permette di comprendere l’appartenenza comune al genere umano. Un uomo giusto non ha più una patria in particolare, ma appartiene al mondo intero e ha la forza di commuovere e di stupire.

L’esperienza di Charta ‘77 e l’educazione alla responsabilità

Come i Giardini dei Giusti possono stimolare le grandi scelte degli individui?

È fondamentale che attorno ad essi ci sia sempre un cervello pensante collettivo che sia in grado di trasmettere una conoscenza approfondita del tempo in cui si vive.

Il suo compito è quello di indicare non delle soluzioni a priori, ma degli ambiti in cui gli esseri umani sono chiamati a scegliere nella contingenza storica in cui sono stati gettati nella loro esistenza.

Gariwo ha preso come riferimento l’esperienza storica di Charta ’77 che a Praga negli anni della resistenza al comunismo aveva chiamato gente di cultura e di estrazione diversa a fare i conti con il proprio tempo, indicando dei possibili itinerari e dei comportamenti virtuosi.

Per essere buoni e virtuosi bisognava comprendere il contesto, perché ogni cittadino nel suo piccolo margine di possibilità era chiamato, come scriveva Shakespeare nell’Amleto, a raddrizzare il proprio tempo. Un compito del resto che non si esaurisce mai nella storia e che si presenta di generazione in generazione.

Per questo Jan Patocka e Vaclav Havel, i fondatori della Charta, proponevano dei documenti sui cui i cittadini praghesi erano stimolati a riflettere e a pensare.

Con lo stesso spirito Gariwo, assieme a filosofi, pensatori, scienziati, uomini di cultura, elabora di volta in volta delle Carte delle responsabilità attorno ai grandi problemi di oggi.

Attualmente le grandi sfide da cui nessuna persona responsabile si può sottrarre riguardano la difesa e la cura del pianeta minacciato dal riscaldamento climatico; la scelta tra la responsabilità globale e la chiusura in pericolosi nazionalismi; la difesa della democrazia politica di fronte alle suggestioni del populismo e della democrazia illiberale; preservare la pace e le pratiche di non violenza di fronte alla guerra e alle minacce terroristiche.

Per agire quindi è necessaria, come aveva intuito Havel, una conoscenza che i buoni maestri devono potere trasmettere alla società.

L’educazione al pensare come esercizio spirituale che Pierre Hadot aveva indicato in alcune pratiche prese dal mondo classico[13] (la capacità di guardare il mondo dall’alto e di porsi da un punto di vista universale, la predisposizione a mettersi sempre nei panni degli altri, la consapevolezza della fragilità della vita che accomuna gli esseri umani che dovrebbe spingerli a cooperare e ad essere amici, l’esercizio della volontà che determina il carattere e la libertà di una persona) si deve quindi accompagnare ad una conoscenza delle dinamiche del mondo.

Un esempio fra tutti. Se ai tempi della Shoah fossero circolate in modo molto più chiaro le informazioni sui campi di concentramento e sulla politica nazista, con ogni probabilità si sarebbe determinato un maggiore coinvolgimento delle società per il soccorso degli ebrei. Di questa rimozione sono stati responsabili molti governi, come quello americano e sovietico che non allertarono le opinioni pubbliche, e così gli stessi ebrei non si resero conto del pericolo a cui andavano incontro.

Come scrive Anatolij Kuznecov in Babij Jar il suo libro censurato durante gli anni del comunismo , gli ebrei in Ucraina al momento dell’invasione tedesca non si resero conto del pericolo a cui andavano incontro perché i giornali sovietici dopo il patto Ribbentrop Molotov “non facevano altro che magnificare ed esaltare Hitler, il migliore amico dell’Unione Sovietica, e non davano nessuna notizia della situazione degli ebrei in Germania e in Polonia. Così tra gli ebrei di Kiev si potevano persino trovare entusiastici ammiratori di Hitler, considerato uno statista di talento.[14]

Ecco perché il compito di un Giardino dei Giusti attraverso la promozione di figure positive è quello di allertare la cittadinanza alle scelte a cui tutti sono chiamati nelle nuove emergenze del presente.

Come essere Giusti nel nostro tempo? Questa è la domanda che gli educatori che promuovono i giardini pongono alla società.

Il metodo, come aveva ben compreso Vaclav Havel nel suo splendido testo, Il potere dei senza potere, non è però di tipo illuministico con indicazioni astratte che piovono dall’alto, ma consiste nell’indicare delle pratiche positive che tutti possono seguire nella loro vita quotidiana.

Il commediografo, ispiratore di Charta ‘77, allora aveva compreso che la trasmissione della conoscenza doveva creare forme di vita alternativa attraverso cui si poteva erodere dal basso il potere totalitario.

La consapevolezza del tempo negativo in cui i praghesi si trovavano schiacciati doveva stimolare i cittadini a creare una società parallela che realizzasse esperienze di vita virtuosa.

Non si trattava di dare l’assalto al potere e di indicare dei nemici, riproponendo per l’ennesima volta una logica totalitaria che vedeva nella conquista giacobina del Palazzo la soluzione di tutti i problemi, quanto invece di costruire delle buone pratiche che cambiassero il modo di vivere delle persone.

La forza di questa prospettiva stava nella creazione di un movimento collettivo di emulazione che educava anche i peggiori a ravvedersi e a cambiare strada.

Ecco perché Havel, pur resistendo contro un potere totalitario, come Etty Hillesum non cadeva mai nella logica di una resa dei conti finale tra un noi e un loro (alla base della cultura del nemico), ma si proponeva sempre di creare movimenti di autoeducazione collettiva.

Con questo stesso spirito Gariwo ha cercato di dare una risposta ai meccanismi dell’odio e del disprezzo che vediamo oggi nei social media e nella politica e che possono diventare, se non adeguatamente affrontati, dei pericolosi germi del male e generare conflitti pericolosi.

Oggi assistiamo infatti a due fenomeni tra loro correlati a livello del Potere, ma anche nei costumi diffusi nella società.

Il primo è l'uso dei social da parte dei politici per campagne che generano disprezzo e creano nemici tra la gente.

Una volta i dittatori come Hitler, Mussolini e Stalin manipolavano gli individui attraverso le piazze con una tecnica innovativa che galvanizzava le persone attraverso raduni di massa ed una comunicazione diretta dove il tiranno dal balcone si rivolgeva direttamente alla folla e si presentava come il suo rappresentante assoluto; oggi invece i politici peggiori hanno creato dei nuovi balconi per condizionare le persone attraverso un uso spregiudicato dei social e la diffusione di fake news nella rete.

Attraverso apparati creati ad hoc fanno circolare campagne politiche che scavalcano le istituzioni e i media tradizionali e creano di volta in volta dei nemici contro cui la gente si dovrebbe scagliare. Chiedere un like per un tweet che parla alla pancia della gente e fa scattare in loro gli istinti peggiori contro i migranti o gli avversari politici può avere lo stesso effetto di un discorso di Mussolini in Piazza Venezia contro gli ebrei e il potere giudaico massonico nelle banche.

Questo meccanismo di comunicazione che porta al disprezzo e all’insulto non riguarda solo i peggiori politici, ma è anche diventato una pratica negativa nel modo di dialogare sulla rete.

Sono tanti oggi sui social che si presentano come portatori di una verità assoluta e stigmatizzano chi non la pensa come loro, che invitano la tribù che li segue a insultarlo e a isolarlo con parole durissime. Ognuno può dire ciò che vuole senza avere nessuna competenza in merito, ma solo per sentito dire. Così spesso la gente quasi inconsapevolmente si abitua a cercare nemici da tutte le parti, pronta a recepire i messaggi politici peggiori e a riproporli nella sua vita quotidiana.

Per questo abbiamo proposto una Carta delle responsabilità nei social media

che stimoli le persone a creare una società parallela (secondo l’insegnamento di Havel) che vigili sull’odio e sulle fake news e in cui le persone parlino con garbo e rispetto dell'altro. Se ci si abitua a questo comportamento virtuoso, sarà più facile isolare gli odiatori di professione e porre un freno alla politica del disprezzo personale in politica. Dobbiamo creare un Web di amici e non di nemici.

Un secondo tema è quello di contribuire nello sport ad una contesa positiva, come diceva il poeta greco Esiodo, che stimoli al rispetto dell’avversario e all’amicizia nella competizione, nel tifo e nella narrazione degli avvenimenti sportivi.

L’agonismo sportivo che presuppone una componente relazionale dove gli uomini competono gli uni con gli altri è sempre un indice, nel bene e nel male, del livello di civiltà del genere umano.

Può essere usato dalle dittature per veicolare il messaggio della superiorità di una razza o di una nazione e diventare uno strumento di propaganda ideologica per regimi totalitari; oppure può diventare l’espressione della ricchezza morale di una società democratica che esalta l’eguaglianza nella contesa sportiva e il cui fine è sempre l’esaltazione della prestazione individuale o collettiva in uno spirito di amicizia.

Negli anni recenti l’esperienza più significativa di un agonismo buono ci viene dal Sudafrica, dove, dopo gli anni dell’apartheid, il presidente Nelson Mandela volle che la squadra nazionale di rugby diventasse il veicolo di una riconciliazione tra i bianchi ed i neri, simbolo dell’integrazione possibile nel suo Paese.
Invece la partita di calcio del 13 maggio 1990 allo stadio Maksimir tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado scatenò una guerriglia sanguinosa tra le rispettive tifoserie che anticipò la guerra civile nella ex Jugoslavia. In quello stadio non si tifava per lo sport, ma si vedeva nella contesa sportiva la lotta contro un nemico che doveva essere annientato. Quella partita, strumentalizzata dai nazionalisti, preparò così all’imminente guerra. Si odiavano i calciatori avversari per sostituire il pallone con le armi. Oggi in un tempo pericoloso dove riemergono l’odio e i nazionalismi, dove in nome di una religione si commettono massacri, dove negli stadi si insultano gli atleti neri, dove ad un atleta arabo si impedisce di gareggiare e stringere la mano ad un israeliano, è necessario rilanciare i valori della contesa buona e positiva nell’agonismo sportivo.
Come la storia ha insegnato, qualche volta lo sport può salvare il mondo, perché i comportamenti degli atleti, dei tifosi e anche dei giornalisti sportivi possono influenzare positivamente la vita democratica nelle nostre società. Per questo motivo abbiamo scritto una Carta delle responsabilità nello sport sottoscritta da grandi campioni olimpici, da atleti di tutte le discipline e da grandi firme del giornalismo, poiché l’odio che oggi circola nella società trova alimento nelle degenerazioni del tifo sportivo allo stesso modo delle peggiori pratiche di comunicazione sui social.

La posta in gioco è una presa di coscienza collettiva contro la cultura del nemico e dell’hate speach che caratterizza le nostre fragili democrazie.

I Giardini dei Giusti del nostro tempo hanno un compito che nessuno si sarebbe immaginato: fare conoscere gli uomini Giusti che hanno compreso che la cura del pianeta è fondamentale per la salvaguardia del futuro dell’umanità, assieme alla creazione di un movimento di emulazione che spinga ad una responsabilità collettiva in grado di rompere ogni barriera.

In questo caso si dovrebbe aggiornare la massima del Talmud. Non basta più dire chi salva una vita salva il mondo intero, ma il mondo intero lo dobbiamo salvare tutti assieme.

[1] “ L’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. È una malattia della propria anima. L’odio non fa parte del mio carattere. Se, in questo periodo, arrivassi veramente ad odiare, sarei ferita nella mis stessa anima e dovrei cercare di guarire al più presto possibile.[…] Riassumendo, voglio appunto dire questo: la barbarie nazista suscita in noi in noi una medesima barbarie che utilizzerebbe gli stessi metodi, se oggi avessimo la possibilità di agire come vorremmo. Questa nostra barbarie va respinta interiormente, non possiamo coltivare quell’odio presente in noi, perché altrimenti il mondo non risalirà dalla melma di un solo passo.” Etty Hillesum, Diario, Adelphi eBook.

[2] Gabriele Nissim, Il tribunale del bene, la storia di Moshe Bejski, l’uomo che creò il giardino dei giusti, Milano, Mondadori, 2003.

[3] Eraclito .“ Il carattere dell’uomo è il suo destino.”

[4] Hannah Arendt, La responsabilità sotto la dittatura, in Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio, a cura di Jerome Kohn, Torino, Einaudi,2004,p.37.

[5] “La responsabilità per gli altri ha inizio da coloro con i quali siamo veramente uniti da legami di mutualità e reciprocità, e si espande in direzione di coloro con i quali potremmo entrare in tale rapporto. Per quanto riguarda tutti gli altri con i quali dividiamo questa terra, possiamo fare tanto per loro, possiamo stringerli nell’abbraccio della carità e della solidarietà, ma non necessariamente ci prendiamo la responsabilità per loro.” Agnes Heller, L’etica della personalità, l’altro e la questione della responsabilità, in Agnes Heller, La bellezza della persona buona, DIABASIS, la ginestra

[6] “ Non sperare nella repubblica di Platone, ma accontentati che una cosa piccolissima progredisca, e pensa che questo risultato non è poi così piccolo.” Marco Aurelio cit. in Pierre Hadot, Che cosa è la filosofia antica?, Torino, Einaudi, 1998,p.270.

[7] Gabriele Nissim, Il bene possibile, essere giusti nel nostro tempo ,Utet, Milano,2018, p.5

[8] Gabriele Nissim, La lettera a Hitler, storia di Armin Wegner combattente solitario contro i genocidi del Novecento, Mondadori, Milano, 2015, p.175.

[9] “ Cosa vuoi di più, quando hai fatto del bene ad un uomo? Non ti basta avere compiuto una azione conforme alla tua natura? Cerchi una ricompensa? Come se l’occhio cercasse una ricompensa perché vede, oppure i piedi perché camminano…L’uomo nato per beneficare, quando ha beneficato qualcuno…ha compiuto quello a cui è destinato e ha ottenuto quello che gli spetta.” Marco Aurelio, Ricordi, Einaudi, Torino, 2015.

[10] “ Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l’elemosina non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nella sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la sinistra ciò che fa la tua destra, affinche la tua elemosina resti segreta; e il padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà.” San Matteo, Vangelo, Edizioni San Paolo, Milano, 2008.

[11] Gabriele Nissim, il bene possibile op.cit. p.35.

[12] “ Se si dice direttamente. Fate così o fate colà, si detta una condotta con un tono di falsa certezza.Invece, grazie alla descrizione di una vita spirituale vissuta da un altro, si può lasciare intravvedere e suggerire un atteggiamento spirituale, lasciar cogliere un richiamo che il lettore ha la libertà di accettare e di rifiutare. Sta a lui decidere. È libero di credere e di non credere, di agire o di non agire.”Pierre Hadot, “ La filosofia come modo di vivere”, Torino, Einaudi.

[13] Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino, Einaudi,

[14] Anatolij Kuznecov, Babij Jair ,Adelphi Edizioni, Milano, 2019,p.104

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di

21 dicembre 2021

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