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La forza della minoranza, la forza della speranza

di Nadia Neri, psicologa analista

Le immagini che provengono da Israele e da Gaza irrompono nelle nostre coscienze in questi giorni con la loro brutalità, e sembra che tutti si schierino da una parte o dall'altra quasi sempre con rabbia cieca, con attribuzione di colpe storiche, con la certezza che il male stia solo dall'altra parte.

Tanti anni fa partecipai a Roma a un dibattito con i maggiori esponenti della comunità ebraica e del mondo musulmano della città. Al culmine della discussione vi fu un aspro confronto “a colpi di citazioni bibliche”, usate da una parte e dall'altra per affermare la liceità di abitare quella terra, e in quella situazione io sentii direttamente sulla mia pelle l'impossibilità del dialogo. Il tema del conflitto israeliano-palestinese è tra i più infuocati; ci si chiede di schierarsi e si scatena un'animosità sconcertante su ogni singola parola usata.

Condivido perciò pienamente il discorso di David Grossman, pronunciato a Tel Aviv a un convegno sulla pace e pubblicato il 9 luglio sul quotidiano Repubblica. Convengo soprattutto con la sua constatazione che ora in Israele prevalgano l'apatia e la disperazione, alimentate da una destra politica e religiosa oltranzista. Anche tra i palestinesi prevale il fanatismo religioso, e certamente questi elementi rendono pericolosa e incandescente la situazione. In questi giorni tuttavia ci sono state tante scintille di speranza: la dichiarazione congiunta delle madri israeliane e palestinesi contro la violenza, le manifestazioni di Peace Now e tanti altri piccoli segnali di pace che purtroppo sono poco conosciuti, perché i mezzi di comunicazione amplificano soltanto notizie di guerra.

Chi continua a credere nella possibilità della trattativa non deve sentirsi isolato. Non bisogna vergognarsi di credere nella speranza, ma occorre trovare un modo, tanti modi per testimoniare questa fiducia nella pace, sia con gesti spirituali che con gesti laici. Spesso si viene derisi o accusati di essere utopisti – lo stesso Ghandi appariva come tale ai suoi contemporanei -ma la storia, così come l’esempio dei Giusti, ci insegna che anche un solo “no” può salvare tante vite.

Pensiamo alle nostre posizioni come portatrici di idee forti e realizzabili e proviamo a immaginare anche dei gesti profetici, ricordando che spesso ci sentiamo soli perché non riusciamo a diffondere la nostra voce e ad ascoltare quella di chi condivide la nostra posizione. Ma non siamo realmente soli.

Alla fine del '700, il filosofo Immanuel Kant, dopo le tante guerre che avevano insanguinato il suo secolo, scrisse Per la pace perpetua. Alla base di questo prezioso libretto vi è un richiamo a un principio etico che sarebbe la base necessaria su cui fondare una pace autentica.

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

10 luglio 2014

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