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La Francia e l'Affaire Sarah Halimi

di Alberto Toscano

«La révoltante injustice» è il titolo di copertina del settimanale parigino Actualité Juive, a proposito della vicenda che sono già in tanti a chiamare Affaire Sarah Halimi, esprimendo anche nel linguaggio un implicito riferimento ai fantasmi del passato: a quell’altro «affare» che ha sporcato la storia francese con la macchia nera dell’antisemitismo. Certo la Francia di oggi è ben diversa da quella che condannò il capitano Alfred Dreyfus e che ci è stata recentemente riproposta dal film di Roman Polanski L’ufficiale e la spia. Ma anche oggi qualcosa non va. Il dibattito e la mobilitazione (oltre 25 mila persone in piazza a Parigi domenica 25 aprile) sull’Affaire Sarah Halimi esprimono la necessità di cambiare la legge e anche la mentalità di chi è chiamato a farla rispettare.

Qualche passo indietro. Il 4 aprile 2017, il corpo straziato di una pensionata di 65 anni, Sarah Halimi, è stato rinvenuto in una strada del quartiere parigino di Belleville. La donna era stata sequestrata, picchiata e infine gettata nel vuoto dal suo appartamento al terzo piano. I connotati antisemiti dell’omicidio sono stati evidenti fin dall’inizio. Sarah Halimi, che viveva sola, è stata vittima dell’aggressione di un giovane vicino di casa musulmano – Kobili Traoré, immigrato dal Mali – che la conosceva come ebrea praticante e che ha infierito su di lei urlando le frasi «Questo è per vendicare i miei fratelli!», «Allah Akbar!» e «Ho ucciso il demonio!». Rapidamente arrestato, l’assassino ha potuto evitare il processo perché al momento dei fatti era sotto l’effetto dell’hashish. Il crimine e il movente antisemita sono assodati. Il processo sarebbe stato un’importante occasione per far luce sulle trame di un certo antisemitismo di matrice islamista. Ma per la giustizia francese tutto si perde in una nebbia di cannabis.

Qualche precisazione al riguardo. L’iter giudiziario a carico di Traoré si è snodato in varie perizie psichiatriche, l’ultima delle quali – nel marzo 2019 – ha attestato il «delirio» dell’imputato, che sarebbe stato incapace di intendere e volere al momento del crimine. La Procura ha chiesto (giugno 2019) il processo per omicidio aggravato dall’odio antisemita. Ma, al momento di celebrarlo, i giudici hanno accolto – il 12 luglio 2019 in primo grado e il 19 dicembre successivo in appello - la tesi dell’irresponsabilità penale dell’assassino e hanno dunque bloccato la procedura. Gli avvocati della famiglia di Sarah Halimi hanno presentato ricorso in Cassazione, ma pochi giorni fa – il 14 aprile – anche in questa sede le loro speranze sono state deluse: l’assassino Traoré non può essere processato perché al momento dell’aggressione non sarebbe stato padrone dei propri atti (a causa dell’hashish e ai sensi dell’articolo 122 del Codice penale transalpino). Niente processo vuol dire niente giustizia. Resta l’allarme sul fronte dell’antisemitismo.

In questi quattro anni, il dramma della famiglia Halimi è diventato sempre più chiaramente il simbolo della realtà e dei rischi di un nuovo antisemitismo, violento, legato al radicalismo islamico e oggettivamente favorito dalla miopìa e dalla sbadataggine di alcuni tutori della legge. In un disegno satirico pubblicato da Actualité Juive (a commento di quanto deciso dalla Cassazione lo scorso 14 aprile), si ironizza sull’atteggiamento delle istituzioni francesi di fronte ai crimini antisemiti. Ecco il contenuto di quel disegno. Un poliziotto ferma un’auto e dice al guidatore: «Ma lei sta fumando hashish al volante?!». Risposta: «È per non avere problemi se metto sotto un ebreo!». Certo la Francia esce malconcia da questa vicenda. Il presidente Emmanuel Macron se ne rende conto e promette una modifica del Codice penale.

Negli ultimi dodici anni la striscia dei crimini antisemiti di matrice islamista ha visto in Francia la morte di undici innocenti. Le vicende più note e drammatiche sono cinque e vale la pena di ricordarle sommariamente. Nel 2006 la cosiddetta «Banda dei barbari», guidata dal venticinquenne Youssouf Fofana, ha sequestrato, torturato e ucciso Ilan Halimi, 23 anni, scelto e colpito per puro odio antisemita. Subito dopo la morte di Ilan, avvenuta il 13 febbraio 2006, Fofana è fuggito in Costa d’Avorio dove ha (inutilmente) tentato di evitare l’estradizione in Francia a causa delle sue origini locali. Il 19 marzo 2012 c’è stato l’attacco del terrorista franco-algerino Mohammed Merah alla scuola ebraica di Tolosa, dove sono stati uccisi tre bambini (di tre, sei e otto anni) e un insegnante, padre di due di loro. Il 9 gennaio 2015, due giorni dopo l’attentato islamista alla redazione di Charlie Hebdo, il terrorista Amedy Coulibaly ha attaccato il supermercato Hyper Cacher, alla Porte de Vincennes di Parigi, e ha ucciso quattro uomini (di 20, 21, 45 e 64 anni), presenti in quel centro commerciale specializzato nei prodotti alimentari Kasher. È stata poi la volta dell’omicidio di Sarah Halimi e di un altro crimine particolarmente odioso: il 23 marzo 2018, l’ottantacinquenne Mireille Knoll è stata pugnalata a morte nel proprio domicilio, nella stessa zona di Parigi in cui viveva Sarah Halimi. Dopo aver ricevuto i figli di Mireille Knoll, il primo ministro dell’epoca, Edouard Philippe ha definito l’aggressione alla donna come “assalto d’infame brutalità” e ha denunciato in Parlamento “l’antisemitismo che non passa, che continua, che si trasforma, che riappare mutando”.

La scia di sangue degli ultimi anni dimostra che l’attuale mutazione del virus antisemita in Francia è legata alla radicalizzazione islamica di una parte (molto minoritaria ma non certo trascurabile) dei fedeli di questa religione. I protagonisti del fenomeno della radicalizzazione islamica pensano d’aver bisogno di nemici e di vendette. Li trovano nel mondo dell’informazione, nel mondo dell’economia, tra i rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Ovviamente non li trovano solo attraverso l’odio antisemita. Ma li trovano anche attraverso l’odio antisemita. Gli ebrei sono nel mirino di questo nuovo antisemitismo in cerca di “diavoli” da eliminare.

Ecco il nuovo antisemitismo collegarsi alla situazione esistente nelle periferie urbane in cui c’è una maggiore presenza di popolazione islamica originaria delle varie parti del continente africano (in particolare Maghreb ed ex Africa coloniale francese). La Francia, la cui la popolazione islamica supera i sette milioni di persone, ha mostrato in passato (passato ormai remoto) una grande capacita d’integrazione degli immigrati. Oggi la macchina dell’integrazione è in panne e con essa sono in crisi anche i canali attraverso cui in altri tempi erano stati ottenuti buoni risultati su questo terreno: il lavoro, il tessuto sociale urbano, la scuola. Al posto del vecchio intreccio sociale ed etnico dei quartieri popolari, le banlieues vedono spuntare zone omogenee per l’origine della loro popolazione; compresi i quartieri della periferia di Marsiglia e di altre città in cui le informazioni sulla gestione degli immobili sono esclusivamente in lingua araba. In quegli stessi quartieri e in quelle stesse banlieues, le scuole diventano l’ultima trincea di una possibile integrazione. È lì che un protagonista della “battaglia della laicità” ha sfidato gli integralisti islamici al prezzo di essere sgozzato. Era lo scorso autunno e quel militante dei “valori repubblicani” si chiamava Samuel Paty. Non era ebreo, ma lo tsunami d’intolleranza che lo ha sommerso ha molto in comune con certe dinamiche alla base del nuovo antisemitismo. Come Paty, nemmeno la poliziotta Stéphanie Monfermé, accoltellata a morte il 23 aprile scorso da un giovane immigrato tunisino al commissariato di Rambouillet, era ebrea. Ma anche lei, come Sarah Halimi, è stata assassinata al grido “Allah akbar!”.

Queste considerazioni non escludono affatto la presenza di altre matrici d’antisemitismo nell’attuale società transalpina. È il caso di un antisemitismo più politico e più legato ai riflessi della questione palestinese. Ecco un esempio recente. Sul muro esterno della prestigiosa università parigina di Sciences politiques, in rue Saint-Guillaume, è comparsa il 12 aprile la scritta “Mort à Israël” accanto a una stella di David, sbarrata in segno di spregio. Sciences politiques non è un polo universitario qualsiasi. È la culla dell’élite francese, dove oggi si esprimono i dibattiti considerati culturalmente più impegnativi e più anticipatori dell’avvenire. In realtà, osservando l’attuale situazione di Sciences Politiques a Parigi, sorge qualche dubbio in proposito, ma questo è un altro discorso. Resta il paradosso che l’élite francese e la sua tradizionale culla di rue Saint-Guillaume si sono appassionate negli ultimi anni per la moda, coltivata a partire dal 2018 dal movimento dei “gilets gialli”, della contestazione anti-élites. La culla dell’élite contesta l’idea stessa dell’esistenza di un’élite. Sembra un ossimoro ed è invece la contraddizione di una società francese disorientata, che rischia di perdere i suoi punti di riferimento e la fiducia nei suoi stessi valori tradizionali. Nelle agitazioni sociali in cui quel disorientamento si è recentemente tradotto spuntano vecchi-nuovi discorsi a sfondo antisemita, in stile anti-élites. La minestra riscaldata sulla “lobby ebraica al potere” ha fatto capolino anche nella cucina dei “gilets gialli”, alcuni dei quali hanno creduto di poter insaporire questo tipo di discorsi parlando degli anni trascorsi da Macron alla Banca Rotshchild.

Il movimento dei “Gilets gialli” è stato visto con favore sia dalla sinistra radicale sia dalla destra lepenista (che ne ha tratto maggiore beneficio alle elezioni europee del 2019 e che potrebbe avvantaggiarsene anche alle future scadenze elettorali: regionali e dipartimentali del prossimo giugno; presidenziali e legislative della primavera 2022). Il vero collante tra le varie anime di protesta è appunto consistito nella veemente campagna “anti-élites”, in cui si sono inseriti alla rinfusa slogans molto diversi tra loro. Vigilare sul fronte dell’antisemitismo non significa solo perseguire episodi sanguinosi e tristemente eclatanti, ma interrogarsi anche su fenomeni che talvolta sembrano sfiorare la goliardia e che vanno invece presi molto sul serio. È il caso del segnale d’allarme tirato in questi giorni da alcuni medici, farmacisti e operatori del settore sanitario pubblico e privato, secondo cui un numero sempre più significativo di persone – gente comune, di ogni origine sociale – ha appiccicato alla propria tessera sanitaria un pezzo di carta con le parole Teva, j’en veux pas, rifiutando così la prescrizione di prodotti della grande casa farmaceutica israeliana Teva.

La Francia attuale ha i mezzi e le possibilità per far fronte ai pericoli che la minacciano, antisemitismo compreso. Ma ha interesse a non sottovalutare nessuno di quei pericoli. L’anno che la divide dalle elezioni presidenziali è il periodo ideale per affrontare quella riflessione, che impegna in prima persona i settecetomila francesi che si sentono legati all’ebraismo e che si sentono dunque colpiti dalle multiformi espressioni del vecchio e del nuovo antisemitismo. Detto questo, sarebbe assurdo considerare la Francia come un’isola di antisemitismo in un’Europa tollerante. In Francia si sono verificati casi particolarmente gravi, ma il pericolo è ovunque e anche per questo è importante dare un riflesso europeo alle riflessioni in corso in ogni Paese.

Alberto Toscano, giornalista e saggista

Analisi di

4 maggio 2021

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