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La giustizia non si può negoziare

le parole del Dr. Denis Mukwege

Il Dr. Mukwege al Giardino di Milano

Il Dr. Mukwege al Giardino di Milano

Pubblichiamo di seguito l'intervento del Dr. Denis Mukwege, medico congolese Premio Nobel per la pace 2018, al Giardino dei Giusto di tutto il mondo di Milano, dove dal 14 marzo 2019 c'è una targa a lui dedicata. 

È con grande emozione, ma anche con una nota di speranza, che mi rivolgo a tutti voi qui oggi. Io ho viaggiato molto nel mondo, ma sono davvero meravigliato dagli italiani e dalle italiane. Credo che abbiate qualcosa di formidabile in voi stessi che si concretizza in modo inaspettato, attraverso, ad esempio, un giardino dove si insegna ai ragazzi che non si può costruire un avvenire se non sulla giustizia. Questa vostra solidarietà è una ricchezza, che volete condividere con una persona come me, che vive a otto ore d'aereo da qui. Ve lo devo dire: avete una forza straordinaria. Ci sono dei Paesi in cui, quando viene posta la domanda "dove si trova il Congo?”, giovani intellettuali non sanno rispondere. Mentre qui in Italia, in un luogo così lontano, ho sentito la vostra vicinanza nel voler costruire un mondo in cui condividere, tutti, la stessa umanità.

Questa mattina ho incontrato dei ragazzi che hanno fatto una manifestazione per la giustizia e la legalità e ho detto loro: "La giustizia non si può negoziare. La giustizia si deve imporre a tutti”, è l'unico modo che abbiamo per garantire un futuro ai nostri ai bambini di oggi. Credo che sapere questo già a sette anni - l’età di alcuni dei più piccoli che ho visto stamattina - sia molto importante, perché imparare da giovani a valorizzare chi merita di esserlo è un insegnamento per tutta la vita.

Prima di parlarvi del Congo, vorrei dirvi alcune cose. Anche se vi siete guadagnati la democrazia, se siete in uno Stato di diritto, se avete scelto la giustizia, non pensiate che la vostra sia una vittoria definitiva: è una battaglia che continua, che si trasmette di generazione in generazione. Se la diamo per scontata, se pensiamo che non rimanga più nulla ancora da fare, rischiamo di perderla. Ero alle Nazioni Unite il 23 di aprile, e ho potuto constatare fino a che punto il mondo stia facendo passi indietro su cose che consideravamo già come acquisite, su cui non pensavamo di dover più discutere. Siamo in un mondo trascinato da diverse correnti, ma io sento che in Italia c'è una forza che può stabilizzare la nostra nave, la stessa che si sta capovolgendo per quanto riguarda i valori della democrazia, del rispetto dell’altro e dell’umanità.

Come ho detto prima, oggi però sono qui per parlarvi anche del Congo. Sono vent’anni che lavoro senza sosta come medico, per assistere donne vittime di violenze estreme, e penso che - parlando della Repubblica Democratica del Congo -, non si possa non dire che da due decenni sta subendo una guerra della quale la sua popolazione non sa nemmeno i motivi. Non è una guerra tra le tribù congolesi, non è una guerra tra le religioni, e non è nemmeno una guerra tra territori che se ne contendono altri: è una guerra per controllare le risorse naturali del Paese. Dio ha benedetto i congolesi con delle terre rare, che si trovano in grande quantità nel Paese, ma chi le controlla non permette alla popolazione di disporre di quelle ricchezze, lasciandola in una situazione di povertà intollerabile. Esiste la possibilità di sfruttare le risorse minerarie congolesi nel modo giusto, rispettando la vita umana. Tuttavia, persone che desiderano solo avere grandi benefici senza nessuno sforzo impiegano i bambini e le donne nelle miniere, senza rispettare alcuna norma: ogni giorno decine di bambini muoiono nel fondo di un buco per andare a cercare coltan, mentre le donne vengono allontanate dai loro villaggi o utilizzate come schiave sessuali. Tutto questo è semplicemente inaccettabile.

Si potrebbe far lavorare delle imprese italiane in Congo, rispettando le norme internazionali, ma nessuno lo vuole, perché, da un lato, il deterrente è la guerra e, dall’altro, è molto più facile ottenere i minerali pagando dei bambini con una banana o qualche arachide. Riuscite a capire fino a che punto, se noi non reagiamo di fronte a questo cinismo, stiamo ipotecando il futuro dei nostri figli? Siamo in una situazione in cui, distruggendo le donne, mettiamo in discussione il nostro presente, e, distruggendo i bambini, poniamo un fermo al nostro futuro.

Qual è il risultato di questi comportamenti? 

Oggi si parla di milioni di morti. C’è chi azzarda la cifra di sei milioni di persone. Le notizie sul Congo parlano di massacri ogni giorno. Centinaia di migliaia di donne vengono violentate continuamente. Il bambino più piccolo che ho curato aveva sei mesi e la donna più anziana non sapeva dire la sua età ma sicuramente superava gli ottant’anni. I loro corpi erano stati devastati in modo indescrivibile. 

Attualmente, circa 4 milioni di congolesi sono costretti a cambiare villaggio ogni tre mesi, a seguito degli attacchi che subiscono, diventando degli sfollati. Non hanno campi, non hanno l'acqua, non hanno da mangiare, non hanno cure: sono dei candidati alla morte. Ciò che sto raccontando potete chiederlo anche ai molti missionari italiani di diverse congregazioni che, dai luoghi più lontani del Congo, hanno creato dei ponti con l’Italia.

Quello che voglio chiedervi oggi è quindi, per prima cosa, di continuare a costruire ponti e non muri su cui mettere filo spinato. In secondo luogo, vorrei dirvi che è stato realizzato un rapporto delle Nazioni Unite, fatto da esperti dell'Alto commissariato dei diritti umani, che ha identificato 617 crimini di guerra, crimini contro l'umanità e anche crimini di genocidio. Sono dieci anni che questo rapporto è stato emesso e non c'è un solo suggerimento che sia stato messo in atto. Purtroppo, sono le stesse persone che hanno sepolto vive delle donne a Mwenga, che hanno bruciato Kasika, che hanno incendiato chiese, che hanno assassinato preti e arcivescovi, a dirigere il Paese. Queste persone continueranno ad uccidere sotto gli occhi del mondo intero. Quindi vi chiedo, signore e signori, di aiutarci a esigere giustizia. L'Italia è una potenza europea. Voi italiani, anche se ne dubitate, siete nella posizione di fare delle pressioni affinché questo rapporto non resti solo in un cassetto. E speriamo che un giorno non debbano più scomparire prove e sparire testimoni. 

Oggi abbiamo bisogno di tutti voi per sollecitare il Consiglio di sicurezza affinché crei un tribunale internazionale per giudicare questi crimini e far indietreggiare la macabra guerra della Repubblica Democratica del Congo. Noi ci crediamo, non perché vogliamo che le persone vadano in prigione, ma perché vogliamo che chi ha commesso dei crimini non possa più continuare a commetterne. Desideriamo che la posizione delle donne nella società sia rispettata, e che non si possa più considerarle come una sottoclasse da maltrattare. Solo la giustizia permette di garantire i valori morali di una società.

Denis Mukwege, medico congolese Premio Nobel per la pace 2018

Analisi di Denis Mukwege, medico congolese Premio Nobel per la pace 2018

23 maggio 2019

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