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La guerra in Ucraina sconvolge l’idea rassicurante dell’unicità del male

di Gabriele Nissim

La guerra in Ucraina ci dovrebbe spingere a ragionare in modo nuovo sulla politica della memoria e su tutti i limiti che stiamo incontrando negli ultimi anni.
Non ci dobbiamo chiedere solamente come agire in queste circostanze, ma anche se abbiamo dato alla nostra società gli strumenti culturali per capire e comprendere.
Incontriamo tanto stupore perché siamo sempre portati a ritenere, quando parliamo della Shoah, del fascismo, della Resistenza, che il male di quei tempi bui dell’umanità non si possa ripetere. Abbiamo sempre l’idea che dopo quegli orrori del passato l’umanità sia vaccinata. Per questo inconsciamente rifiutiamo qualsiasi paragone con il passato.

Non accettiamo l’idea scomoda che il male, sia pure in forme diverse, sia sempre ripetibile. Per noi è difficile accettare l’idea che costantemente dobbiamo diventare sentinelle nei confronti del male estremo. Non basta ricordare nel modo migliore ma, come insegna Liliana Segre, bisogna costantemente rimanere in allerta, poiché il male del passato è sempre dietro l’angolo; anche nel nostro tempo.

Per questo trovo che sia un errore ritenere che possa esserci distorsione della memoria della Shoah, quando si fanno delle comparazioni con altri crimini dell’umanità contemporanei. Un documento dell’Ihra (l’alleanza internazionale contro l’antisemitismo) presentato al Ministero dell'istruzione scrive per esempio come sia pericoloso “trovare paragoni tra quanto è avvenuto nella Shoah con eventi non collegati, o altri genocidi ed atrocità di massa... poiché possono distorcere la comprensione delle implicazioni e del significato della Shoah.”

In questo ammonimento non c’è tanto il bisogno di non cadere in generalizzazioni e banalizzazioni, o la necessità di ricordare una specificità storica (il genocidio universale degli ebrei per un motivo di fantasia, come scrive Yehuda Bauer), quanto una propensione troppo ottimistica che porta a ritenere che il male non si possa ripresentare.

Amiamo ripetere che il male del passato non è comparabile, perché desideriamo rimanere tranquilli, come se le forze della notte fossero come il Big Bang che non si ripresenterà più e che possiamo soltanto ascoltare con degli strumenti elettronici.
Ricordiamo il passato con l’idea di preservare la storia tragica delle vittime nelle casseforti dei memoriali, ma non con l’idea che il male sia sempre contemporaneo all’uomo e che ogni volta si tratta sempre di scegliere da che parte stare.

Se vogliamo, il discorso sull’unicità della Shoah è molto rassicurante.
In fondo ci fa sentire meglio. Non potrà più accadere qualche cosa di simile e possiamo dunque rimanere tranquilli.
Tante reazioni alla guerra in Ucraina che sentiamo nei talk show non esprimono solo delle posizioni criticabili, ma in fondo partono dal presupposto che quanto accade in Ucraina non si debba ritorcere sulle nostre vite. Ci si preoccupa che quel male non ci tocchi e non, piuttosto, di capire come spegnerlo, dato che ci riguarda. Ci illudiamo che quel male tenuto lontano rimarrà distante dalla nostra storia. È il nostro istinto primordiale di sopravvivenza che ci spinge a non farci carico di quello che ci accade attorno. Se ne accorse molto bene Jan Karski quando incontrò il giudice della Corte costituzionale americana Felix Frankfurter, che a una sua richiesta di aiuto per gli ebrei del ghetto di Varsavia rispose che per la sua serenità preferiva non pensarci. Tanti oggi somigliano a quel giudice americano alla ricerca di un quieto vivere.

C’è però anche un altro elemento sui cui dovremmo ragionare in modo autocritico.
Non siamo stati capaci di trasmettere alla società una conoscenza delle macerie e dei crimini contro l’umanità commessi dal totalitarismo sovietico e che hanno segnato i popoli dell’Europa centrale e le ex repubbliche sovietiche. Non è un caso che ci sia stata poca sensibilità di fronte alla decisione di Putin di mettere fuori legge l’organizzazione Memorial, che dai tempi di Andrej Dmitrievič Sacharov e di Helena Bonner era impegnata a documentare per la Russia e il mondo intero il meccanismo dei gulag e delle persecuzioni sovietiche. Persecuzioni che, come aveva indicato Varlam Tichonovič Šalamov nei racconti della Kolyma, avevano portato alla disumanizzazione dell’uomo con percorsi molto simili a quelli di Hitler.

In un bel volume pubblicato dal Foglio, Il mondo dopo Putin, lo studioso Andrea Graziosi ci ricorda - come del resto aveva intuito Raphael Lemkin - che Stalin aveva concepito l’Holomodor, la carestia indotta che portò a 4 milioni di morti, per colpire non solo i contadini che rifiutavano la collettivizzazione forzata, ma la stessa idea di una identità nazionale ucraina autonoma.
C’è una somiglianza con la dekulakizzazione dell’allora dittatore comunista con i discorsi di denazificazione di cui parla Putin.
L’obiettivo è il medesimo. Utilizzare forme genocidarie nel tentativo di soffocare lo spirito nazionale di un popolo. Se non si è consapevoli del passato totalitario non si comprende l’ostinazione e la resistenza di un popolo che non vuole farsi soggiogare.

Non vorrei sembrare irrispettoso, ma troppo spesso una memoria della Shoah autocentrata e non inclusiva ha cannibalizzato la memoria del totalitarismo sovietico. Non è un caso che quando il Parlamento europeo aveva votato, il 19 settembre 2019, una mozione contro i due totalitarismi per ricordare il patto Ribbentrop-Molotov molti in Italia avevano storto il naso, sostenendo che non si potessero fare delle comparazioni tra il nazismo e il comunismo di Stalin.
Dopo la guerra in Ucraina dovremmo ripensare alle politiche della memoria, non per diluire la portata della Shoah, ma per fare di quella memoria - del resto proprio negata dal totalitarismo sovietico che non parlava mai di vittime ebraiche, da Babi Yar al campo di Auschwitz - una lente di ingrandimento per mettere a fuoco tutti i genocidi di ieri e di oggi.

Come ebreo sono convinto che la memoria della Shoah si tramanderà nel tempo se saprà ricongiungersi a tutte le atrocità di massa, senza per questo negare la sua specificità sconvolgente.
È c’è soltanto un modo per farlo, che non si risolve soltanto nelle discussioni storiche, ma in un impegno concreto per rendere finalmente all’ordine del giorno il comandamento morale votato alle Nazioni Unite dopo il ’45 che chiedeva un impegno costante per la prevenzione dei genocidi nella storia. Come sosteneva George Steiner durante il simposio della rivista “Judaism” a New York nel 1967, bisognerebbe affermare che si è veramente ebrei impegnati nel ricordo della Shoah e della persecuzione millenaria del proprio popolo quando si è in prima linea nella difesa di ogni parte dell’umanità minacciata.
Abbiamo un unico privilegio come sopravvissuti, raccontò allora: “La nostra differenza è che proclamiamo che non c’è differenza tra gli esseri umani.” E lo stesso principio vale per un armeno, un ruandese, un cambogiano, un bosniaco e oggi un ucraino.
Può sembrare un paradosso, ma noi comprendiamo veramente la Shoah non se diventiamo paladini della sua unicità ma, come intuiva Yehuda Bauer, se comprendiamo fino il fondo la possibilità di una sua ripetitività, sia pure in forme diverse.

L’Ucraina ci ha ricordato che il male estremo è sempre immanente e per questo dobbiamo insegnare ovunque i meccanismi della sua prevenzione, per imparare a riconoscerlo quando si manifestano i primi segnali.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di

16 maggio 2022

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