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La "legge della nazione" in Israele

di Gabriele Eschenazi

Ebraico e democratico. In questi due aggettivi si è sintetizzata storicamente l'essenza d'Israele. L'idea era che non esiste alcuna contraddizione tra i due concetti, che la stessa Dichiarazione d'Indipendenza del 14 maggio 1948 ha messo sullo stesso piano. In questi giorni una nuova legge approvata dal governo israeliano e prossima ad essere votata dal Parlamento sta minando quella che sembrava una granitica certezza. 

La "legge della nazione" prevede che Israele sia definito lo “Stato del popolo ebraico", che il diritto all'autodeterminazione nazionale sia riservato solo agli ebrei, che l'ebraico sia l'unica lingua ufficiale dello Stato e che alla lingua araba sia riservato soltanto un non ben chiaro statuto speciale. Potrebbe poi essere anche inserita la possibilità di creare spazi d'insediamento differenziati per nazionalità. Questa, in realtà, è la versione più estrema della legge, che esiste in diverse stesure elaborate dai partiti che compongono la coalizione di Netanyahu. Quasi certamente al voto non sarà portata tale versione, ma nemmeno i ministri sanno quali saranno esattamente i contenuti proposti di fronte al Parlamento. I partiti di centro Yesh Atid di Yair Lapid e Hatnuà di Tzipi Livni minacciano di lasciare il governo se non sarà approvata la loro versione, che tende a mettere il concetto di Stato democratico sullo stesso piano di quello ebraico - e non in posizione subalterna. 

Al di là dunque delle diverse possibili versioni, il dibattito verte sui principi. Se questa legge venisse approvata nella sua forma più nazionalista, i cittadini israeliani arabi e drusi si troverebbero privati del diritto alla loro identità nazionale. Potrebbero infatti non essere più riconosciuti alcuni diritti collettivi - ad esempio quello a usare l'arabo come lingua d'insegnamento nelle proprie scuole. Come ha scritto sul quotidiano Haaretz la professoressa Yuli Tamir, già ministro dell'educazione, il riconoscimento dell'arabo come lingua ufficiale dello Stato ha significato di fatto fino ad oggi riconoscere che in Israele vive un altro popolo, che parla un'altra lingua. Negare questo diritto, dice sempre Yuli Tamir, aumenterà la tensione e quindi gli atti di violenza tra i due popoli. Dopo l'approvazione di questa legge "non riconosceremo più noi stessi”, ha scritto Iossi Sarid, storico leader della sinistra israeliana, che ha anche invitato i partiti di centro e quelli dell'opposizione a lasciare la Knesset fino alle prossime elezioni. Il capo dell'opposizione laburista Itzhak Herzog ha invitato i partiti di centro a far cadere il governo. Persino un anziano falco del Likud come Moshe Arens, già ministro della difesa, ha detto che si tratta di una legge "inutile e dannosa". "Non è con una legge che potremo fare d'Israele uno Stato ebraico. Lo Stato ha già tutte le caratteristiche di uno Stato ebraico: l'inno, la bandiera, la lingua, la cultura espressa in lingua ebraica", ha ribadito Arens. 

Contro la "legge della nazione" si è schierato anche il Dipartimento di Stato americano, che ha invitato Israele a rispettare i principi della democrazia. Netanyahu, proiettato verso le elezioni anticipate, sembra determinato a portare la legge in porto. Mira a recuperare i voti persi a destra in favore di Naftali Bennet, il leader del partito religioso nazionalista Israel Beitenu. Le tensioni tra cittadini arabi ed ebrei sono sempre al massimo e la presentazione di questa legge non fa che esacerbare gli animi. In più è proprio la politica nazionalista del governo di destra a dividere sempre più Gerusalemme, proclamata a più riprese capitale indivisibile. Quartieri palestinesi e quartieri ebraici sono separati da un muro virtuale di ostilità crescente, e potrebbe non essere lontano il giorno che anche qui vengano eretti muri veri come prima del 1967.

Forse solo lo scioglimento del Parlamento potrà impedire che per ora questa legge oscurantista e antidemocratica venga approvata. Niente però esclude che venga riproposta nella prossima legislatura, soprattutto se la composizione dell'eventuale nuovo Parlamento darà, come sembra dai sondaggi, una solida maggioranza ai partiti nazionalisti e clericali.

Gabriele Eschenazi, giornalista e scrittore

Analisi di Gabriele Eschenazi, giornalista e scrittore

25 novembre 2014

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