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La Memoria come risposta alle domande dell’oggi

di Anna Foa

Arriviamo alla giornata del 27 gennaio in una situazione diversa da quella degli anni passati, e dovremmo forse rivedere, in questa situazione mutata, anche il nostro modo di fare memoria, il nostro uso della memoria. Perché, come ormai dovremmo aver capito dopo decenni di esercizio della memoria, essa non è solo il semplice ricordo degli eventi passati, e nemmeno il risarcimento dovuto alle vittime di cui ricostruiamo e rammentiamo nome e vicende, ma anche e soprattutto una risposta alle domande dell’oggi, una proposta perché tale memoria non resti sterile.

In Italia sono al governo i diretti discendenti politici di quelli che nel 1938 hanno emanato le leggi razziste e di quelli che dal 1943 al 1945 hanno aiutato gli occupanti nazisti a dare la caccia agli ebrei presenti in Italia e a spedirli in deportazione. E dire aiutato è eufemistico, dal momento che, non smetto di ricordarlo perché non è ancora passato nella mentalità comune, più che aiutato i tedeschi i fascisti di Salò hanno preso in mano direttamente la caccia all’ebreo, sostituendo i tedeschi che erano troppo occupati nel combattere gli alleati e i partigiani per concentrarsi sugli ebrei. Molte sono le ragioni e le modalità in cui una parte così importante della nostra storia è stata cancellata e rimossa, ma quel che conta ora è che i nostri attuali governanti non si fanno più ritegno di richiamarsi a questa origine, ai loro padri di Salò.

E, siccome sono stati eletti democraticamente e rappresentano una grossa fetta dell’elettorato, dovremmo forse ritenere che un terzo dei cittadini italiani sia non solo fascista ma anche antisemita? O dovremmo considerarli ignoranti, incapaci di comprendere il passato, o ancor peggio indifferenti di fronte a questo passato e solo volti a premiare col voto chi promette più vantaggi o minor svantaggi economici, fattore certo importante nella crisi che stiamo attraversando ma non unico o determinante. Dobbiamo davvero credere che ciascuno di coloro che hanno votato gli eredi del fascismo sarebbe pronto, per pagare bollette del gas e della luce meno care, a seppellire nel Mediterraneo donne e bambini in fuga, a lasciare che la Russia di Putin cancelli e rada al suolo lo Stato ucraino, a farsi beffe della democrazia e dei diritti umani. Forse è proprio così, i segnali li abbiamo da tempo. Ma se è così, non abbiamo sbagliato drammaticamente nell’esercizio della memoria?

O forse, coloro che hanno pensato, col voto, che tutto questo fosse ininfluente, che hanno esercitato il loro diritto all’indifferenza, si sentono giustificati dal fatto di non considerarsi antisemiti perché accettano il fascismo solo fino al 1938, condannando le leggi razziste ma non la distruzione della democrazia, e sono legati ad Israele, in un legame che prescinde completamente dalla sua politica ma vuol essere solo una lavatrice in cui candeggiare il passato. Antisemiti noi, tanto filosionisti? si sente dire frequentemente. “Preferiamo chi sostiene gli ebrei vivi a chi ricorda quelli morti, dicono altri, un discorso in cui gli ebrei vivi sono in particolare gli israeliani di oggi, gli ebrei morti i morti nella Shoah. Un discorso che di per sé annulla radicalmente la memoria e che molti nel mondo ebraico hanno fatto e fanno proprio.

Non siete antisemiti, possiamo rispondere, ma come la mettiamo con i diritti umani, con l’uguaglianza, con l’accoglienza del più debole? E basta non essere, o non dichiararsi antisemita, per ignorare tutto il resto, dai genocidi del passato a quelli del futuro, dalle guerre di aggressione all’oppressione dei più deboli?

E come la mettiamo col recente governo di Israele, formato da un’alleanza fra il Likud di Netanyahu e i partiti di estrema destra laica e religiosa? È una destra terribile, apertamente razzista, gli eredi di un partito, il Kach, quello di Kahane messo fuori legge nel 1994 dal governo guidato da Rabin, formato da politici che nel loro passato hanno esaltato Baruch Goldstein, l’autore del massacro di Hebron, e minacciato Rabin poco prima del suo assassinio. Un governo in cui un ministro propone di arrestare come traditori i ministri del governo precedente, su posizioni diverse dalla sua. E un altro ministro si proclama apertamente razzista, omofobo, fascista. Gli israeliani hanno fatto sabato scorso una grandissima manifestazione contro i propositi di questo governo. Guardando quelle immagini abbiamo respirato di sollievo, pensato che l’opposizione esiste, ricordando altre grandi manifestazioni in Israele, come quella contro la guerra del Libano nel 1982. Netanyahu ha risposto che i cittadini israeliani lo hanno liberamente votato. È vero, ma quanto manca, in Israele ma anche in Italia, perché le elezioni divengano plebisciti, i diritti della maggioranza cancellino quelli delle minoranze, in un’avanzata purtroppo non inedita del populismo e dell’autoritarismo? Che cosa possiamo fare per combattere contro tutto questo, noi ebrei della diaspora, noi cittadini di un’Europa ancora a maggioranza democratica? Quanto manca perché anche noi europei ci allineiamo su qualcosa che è forse diverso da una semplice riproposizione del fascismo di cento anni fa ma che non è meno pericolosa per la democrazia che i nostri padri hanno costruito dopo la liberazione?

Torniamo al 27 gennaio. Io credo che questa ricorrenza sia e resti importante. Credo che l’Europa costruendosi ad Unione Europea abbia preso la memoria della Shoah come un principio di libertà su cui crescere e a cui ispirarsi nel suo agire contro ogni razzismo, oppressione, fascismo. Molti sono i problemi, certo. Nel 1989 non abbiamo sostenuto la costruzione della memoria del genocidio attuato dal comunismo sovietico, con l’Holodomor e il gulag. Abbiamo lasciato cadere questa memoria come pericolosa, conflittuale con la nostra, imbarazzante. I membri dell’Associazione Memorial in galera nella Russia di Putin ci ricordano quanto abbiamo sbagliato nel non tentare almeno di mettere insieme queste due memorie. E ancora, non abbiamo alzato a sufficienza la voce per fare sì che davvero la memoria celebrata il 27 gennaio diventasse un monito contro ogni razzismo, ogni genocidio presente e futuro. Per paura di banalizzare la Shoah abbiamo lasciato che diventasse proprietà esclusiva degli ebrei, di noi ebrei, mentre su di essa il mondo intero deve riflettere liberamente. Abbiamo costruito muri per tutelarne l’appartenenza ebraica, non volendo capire che il suo immenso valore oggi è quello di essere un monito per tutti. Abbiamo enfatizzato la sua unicità senza nemmeno preoccuparci di capire che storia ha avuto questa etichetta, e come da criterio utile a comprendere sia diventato un dogma per rifiutare di guardare al mondo e non solo a noi ebrei. Abbiamo rifiutato di considerare giusti coloro che hanno aiutato gli esseri umani in pericolo, restringendo il concetto di Giusto a coloro che hanno aiutato gli ebrei nella Shoah. Giusti per gli ebrei, non per l’umanità.

Che fare oggi, domani che nelle scuole e nelle istituzioni si celebrerà, o dovrebbe celebrarsi, questa giornata? Fose soltanto far sì che tutti, i docenti, gli storici, le istituzioni la usino per interpretare il nostro mondo di oggi, i suoi gravissimi problemi, le difficili prospettive che si aprono. Che non vuol certo dire strumentalizzarla. Ma capire che cosa comporta e cosa ha comportato un tale processo memoriale, quali ne sono i rischi, quali le immense possibilità che ci offre perché davvero, per tutti e non solo per gli ebrei, questo non avvenga più.

Anna Foa, storica

Analisi di

19 gennaio 2023

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