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La memoria di Boris Pahor

di Francesco M. Cataluccio

Si è spento, all’età di 108 anni, un altro grande scrittore di Trieste, di lingua slovena, considerato uno dei massimi testimoni della persecuzione nazifascista. Boris Pahor (Trieste, 26 agosto 1913 - 30 maggio 2022) ha ripercorso, con accenti indimenticabili, la tragedia del suo popolo, quello sloveno, che dal fascismo nella Venezia Giulia venne privato della lingua e della cultura in un’escalation che culminerà nella brutalità della violenza. Intellettuale profondamente implicato nelle questioni del suo tempo, antifascista, partigiano, legato al Personalismo cristiano e allo stesso tempo ateo, riferimento per un’intera generazione d’intellettuali sloveni, nel dopoguerra non ha esitato a denunciare il massacro dei prigionieri di guerra anticomunisti e la tragedia delle foibe suscitando un’aspra reazione da parte del regime jugoslavo e pesanti diffidenze da parte italiana. All’inferno dei totalitarismi novecenteschi Boris Pahor ha dedicato articoli, saggi, interviste, romanzi e racconti.

Pahor assistette, all’età di sette anni, all’incendio, appiccato dai fascisti italiani, del “Narodni dom” (Casa del Popolo), sede centrale delle organizzazioni della comunità slovena di Trieste, il 13 luglio 1920, nel corso di quello che lo storico del fascismo Renzo De Felice definì "il vero battesimo dello squadrismo organizzato”. Un’esperienza che segnò Pahor per tutta la vita e che affiora spesso nei suoi romanzi e racconti. Pahor visse drammaticamente il trauma della negazione forzata dell'identità slovena, attuata dal regime fascista (violenze squadriste, divieto di parlare sloveno, soppressione delle scuole e delle attività culturali e ricreative in quella lingua). Finita la scuola media ed essendo stata soppressa l'istituzione slovena, frequentò il seminario di Capodistria (fino al 1935), e poi quello di Gorizia fino al 1938, quando abbandonò gli studi di teologia. Si legò a giovani intellettuali antifascisti sloveni pubblicando racconti, in sloveno, in riviste clandestine. Richiamato a combattere nell’esercito italiano, fu prima in Libia e poi sul Lago di Garda come interprete degli ufficiali jugoslavi prigionieri.

Dopo l’8 settembre 1943 entrò in clandestinità legandosi alla organizzazioni partigiani slovene. Nel gennaio del 1944 venne arrestato, incarcerato e torturato dalla Gestapo, infine deportato in un campo di lavoro Germania. Ha raccontato l’orrore dei lager nel romanzo autobiografico Necropoli (1967; trad. it. con prefazione di Claudio Magris, Fazi editore, Roma 2008) considerato ormai un classico della letteratura concentrazionaria. Nel libro ha ripercorso la vicenda che dal campo di Natzweiler-Struthof nei Vosgi l’ha portata a Dachau e a Bergen Belsen. Un libro che ha gettato una nuova luce sulla tragedia dei campi.

Tornato a Trieste, dove nell’immediato dopoguerra erano fortissime le tensioni tra la comunità italiana e quella slovena, collaborò a diverse riviste slovene e insegnò letteratura (si era laureato nel 1947) nelel scuole di lingua slovena. Nel 1975, assieme all'amico triestino Alojz Rebula, Pahor pubblicò un esplosivo libro-intervista con il suo vecchio amico poeta cattolico sloveno Edvard Kocbek (Edvard Kocbek testimone della nostra epoca) dpve si denunciava il massacro di 12.000 prigionieri di guerra appartenenti alla milizia collaborazionista slovena perpetrato dal regime comunista jugoslavo nel maggio del 1945, con la connivenza delle truppe britanniche. Il libro provocò durissime reazioni da parte del regime di Tito per lunghi periodi gli fu vietato l'ingresso in Jugoslavia. La sua rivista “Zaliv” (Golfo), che diresse dal 1996 al 1991, divenne un luogo di riferimento dei dissidenti jugoslavi.

Molto sensibile al tema della Memoria, nel 2011, dichiarò: “Della memoria se ne fa un uso politico. E spesso, nel ricordare la propria tragedia, può accadere che si tenda a dimenticare quanto è stato fatto agli altri. A questo proposito citerei quanto avvenuto con le foibe. Quando se ne cominciò a discutere si trascurò di ripercorrere quanto era accaduto negli anni precedenti agli sloveni, con la politica di snazionalizzazione avviata dal fascismo e le sue dure conseguenze, censurando così una parte di storia e impedendone una piena comprensione. Tornando alla Shoah, spesso ho avuto l’impressione che Primo Levi fosse turbato proprio da quest’aspetto, soprattutto per le ripercussioni che ciò poteva avere nella percezione collettiva del conflitto mediorientale” (Daniela Gross, Intervista a Boris Pahor, “Pagine Ebraiche”, febbraio 2011).

A lungo ignorato come scrittore in Italia, soltanto a partire dall’inizio degli anni Duemila, dopo la pubblicazione e il successo del capolavoro Necropoli (1997) è stato riconosciuto e premiato. Tra i suoi libri ricordiamo:Il rogo nel porto (Zandonai, Rovereto 2008); Una primavera difficile (Zandonai, Rovereto 2009); Dentro il labirinto (Fazi editore, Roma 2011) Figlio di nessuno (con Cristina Battocletti, Rizzoli, Milano 2012); Oscuramento (La nave di Teseo, Milano 2022).

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

Analisi di

31 maggio 2022

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