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La Memoria giusta e i Giusti della Memoria

di Gérard Malkassian

Gerard Malkassian

Gerard Malkassian Foto di Francesca Cassaro

Pubblichiamo di seguito l'intervento di Gérard Malkassian alla conferenza "La prevenzione dei genocidi", primo dei quattro incontri dedicati alla crisi dell'Europa e i Giusti del nostro tempo organizzati da Gariwo in collaborazione con il Teatro Franco Parenti, con il patrocinio dell'Università degli Studi di Milano e della Fondazione Corriere della Sera.

La mia testimonianza ha poco da dire purtroppo sulla prevenzione e la repressione dei genocidi, perché è legata a uno sterminio compiuto da molto tempo. Tuttavia costituisce un esempio degli effetti tragici dell’impunità e dell’oblio di un genocidio: il silenzio piombato sul caso armeno dopo il Trattato di Losanna del 1923 è stato uno dei fattori che hanno probabilmente incoraggiato i nazisti a commettere il loro crimine. È stato però suo malgrado una porta sul presente e sul futuro. Il cammino che abbiamo intrapreso partendo da questo abisso - noi, alcuni Armeni della diaspora, e loro, i Giusti della memoria, in quanto salvano la memoria turca molestata - porta verso la prevenzione delle violenze politiche odierne, tramite una rottura con la tradizione statale turca di risoluzione violenta dei problemi. Porta anche verso la lotta contro le violenze di massa che si perpetrano tutt’oggi su terre di cultura musulmana contro minoranze islamiche, cristiane, yazide. Quando siamo davanti alle atrocità eseguite dai sicari dell’Isis nelle zone dove cento anni fa un’altra minoranza sparì, siamo convinti che il fatto che una potenza islamica riconosca una carneficina commessa tempo prima sul suo territorio - allontanandosi dalla giaculatoria vittimistica nella quale si riparano troppo spesso i suoi governi - costituirebbe uno shock, una svolta etica decisiva per la vita morale dei popoli di questi paesi.

La domanda sulla prevenzione dei genocidi si divide, secondo me, in due rami. Prima della sua attuazione, l’educazione e la cultura sono importantissimi fattori preventivi: il valore del rispetto delle minoranze, della risoluzione pacifica dei conflitti, la conoscenza della storia, la memoria mantenuta delle tragedie del passato, tutti questi elementi sono utili per allontanare la gente e i dirigenti dal demonio della violenza di massa. Altro è sapere come impedire un genocidio in corso o «incoando». Penso che solo l’intervento energico e inflessibile, anche armato– almeno sotto forma di minaccia credibile - anche di altri Paesi può ostacolare dirigenti che si sono decisi a varcare la soglia dell’orrore organizzato - non dimentichiamo che i Tedeschi potevano impedire a Talaat e ai Giovani Turchi di annientare gli Armeni. Pensiamo a Liman von Sanders, ufficiale superiore tedesco. Quando vietò nel 1916 al vali (prefetto) ottomano la deportazione degli Armeni di Smirne, la sublime Porta cedette e gli Armeni di Smirne non furono deportati. Abbiamo anche in mente le accuse indirizzate alla Francia per il suo atteggiamento troppo passivo e torbido nei confronti del genocidio dei Tutsi nel Ruanda. Ora comincia il rompicapo: tale passo suppone il riconoscimento del diritto d’ingerenza negli affari interni di uno Stato, un diritto molto contestato e difficile da fare accettare nel principio e in casi concreti, da molti Paesi, cominciando dalle grandi potenze. Si potrebbe risolvere il nodo della questione con una decisione dell’ONU, ma sappiamo quanto sia difficile e rischioso aspettare un accordo tra le grandi potenze per intervenire prima che sia troppo tardi. Poi, anche dopo aver superato questo ostacolo, come accertare l’urgenza e il modo dell’intervento? Siamo spesso presi tra esagerazioni, bene o male intenzionali, sulla gravità della situazione e discorsi tranquillizzanti o cinici che negano reati evidenti. L’esempio recente della presa di Aleppo (dicembre 2016) parla da solo. Poi vengono altre domande: quando intervenire, con quale modo, fino a che punto, senza rischiare di aggravare la sorte della gente o l’equilibrio geopolitico?

La mia esperienza è quella della ricostruzione progressiva di me stesso e dei rapporti col Paese carnefice che era la patria dei nostri genitori. Il dialogo che è stato iniziato tra Armeni e Turchi - ancora pochi per varie ragioni, limitati a ambienti artistico-intellettuali - apre un cammino originale per varie ragioni e potrebbe mandare un segnale a tanti popoli minacciati o già caduti nella voragine della relazione tra un carnefice e una vittima. Ci siamo incontrati dieci anni fa, dopo l’assassinio del giornalista armeno-turco Hrant Dink. Da una parte, membri della comunità armena di Francia, in cerca di riconoscimento della verità ; dall’altra parte, membri di una nazione dalla quale gli Armeni ormai non si aspettavano niente, se non la fine dell’umiliazione. Due date sono da tenere in mente. L’Appello al perdono, una petizione varata da intellettuali turchi nel dicembre 2008, che ha raccolto più di trentamila firme in poche settimane. Il Sogno comune, poi, firmato da centinaia di Armeni e Turchi nel 2014, e del quale sono stato uno degli iniziatori. Delineavamo insieme un percorso di riconciliazione basato sull’apertura progressiva della società e dello Stato turco, nei primi anni del governo Erdogan, alla verità sul passato, al riconoscimento della parte armena nell’identità della repubblica turca, e principi di riparazioni costruttive includendo gli eredi dello sterminio nella diaspora e lo Stato d’Armenia. Ahmet Insel, Cengiz Aktar, Taner Akçam, Pinar Selek, Ragip Zarakolu, ecco alcuni nomi di questa gente coraggiosa che si è alzata e ha strappato la cortina d’acciaio che ricopriva quello che si deve considerare il passato buio della fondazione della repubblica turca. Rispondendo all’appello del 2008 con una lettera pubblica, avviando la dichiarazione del 2014 insieme, abbiamo voluto accompagnare questi Giusti nel loro percorso intimo, pericolosissimo verso una memoria giusta. Mi riferisco al concetto elaborato da Paul Ricoeur in La mémoire, l'histoire, l'oubli, pubblicato nel 2000 (La memoria, la storia, l'oblio, Cortina, Milano, 2003) e ripreso dal mio amico Michel Marian in Le Génocide arménien. De la Mémoire outragée à la mémoire partagée (« Il genocidio armeno. Dalla memoria offesa alla memoria condivisa », 2015). Ricoeur definiva "memoria giusta", lo sforzo di alimentare ed arricchire, col dialogo, tra gli eredi del boia e quelli della vittima, il ricordo del crimine sofferto e commesso, alla luce del continuo lavoro critico della storia e della riflessione filosofico-morale. Solo in questo modo si può avere, nel nostro caso, una memoria equa e condivisa tra i Turchi e gli Armeni, rifuggendo da giudizi estremi.

Il nostro lavoro comune è così andato avanti: a poco a poco sempre più firmatari hanno usato il « G-word » (« genocide »), che rimane al centro delle polemiche in Turchia (basti pensare che il deputato Garo Paylan –HDP, Partito Democratico dei Popoli- è stato recentemente sospeso dal Parlamento per averlo usato nell’aula). E questo è stato possibile perché non abbiamo posto la parola genocidio come prerequisito per il dialogo - come ancora fanno molti Armeni troppo diffidenti -, ma come obiettivo da raggiungere.

Voglio perciò accennare a tutti i Giusti della memoria, a tutti quelli in Turchia che, nonostante il silenzio, le menzogne pesanti imposte da decenni dai poteri statali e istituzionali, si sono impegnati da più di quindici anni nella riscoperta e diffusione della verità. Nella spartizione del peso di questo passato con gli eredi armeni della Catastrofe (Aghet) o del Grande Crimine (Mets Yeghern), nell’intenzione di rinnovare e rifondare i valori della Turchia contemporanea.

Affrontiamo qui, con la questione dei valori, l’altro tema di questo ciclo: l’Europa in crisi. La prospettiva dell’avvicinamento all’Unione Europea è stata notevole nel risveglio della coscienza in Turchia. Le aspettative europee - il riconoscimento del genocidio fa parte dal 1987 dei requisiti per l’adesione all’Unione -, hanno fatto da anni dei valori etici promossi dall’Europa un incentivo per le autorità politiche e una guida, una fonte di speranza per tutti gli ambienti e le persone favorevoli all’ingresso in Europa. Cosa accadrà da oggi in poi mentre l’Europa si sfalda poco a poco anche su scelte dei valori morali e politici, quando è bloccata davanti alle sue dissonanze interne e alle guerre che si svolgono a pochi chilometri dai suoi confini? Quando tace quasi totalmente di fronte alla repressione multilaterale e antidemocratica che si scatena in Turchia su iniziativa del Presidente Erdogan, per paura di essere invasa da centinaia di migliaia di profughi e di rifugiati dalle zone in guerra? Andiamo inoltre: quanto pesano sul governo turco le minacce, le ammonizioni emesse da istituzioni europee, quando queste e la maggior parte dei Paesi membri hanno chiuso la porta all’Europa, che già si socchiudeva sempre di più negli ultimi sessant'anni? Non rimane oggi quasi nessun mezzo di pressione e, pertanto, nessuna speranza di uscire dall’infernale miscela di nazionalismo e di islamismo, che caratterizza l’attuale corso politico in Turchia.

Solo un’Europa forte e unita sui valori che potrebbe riportare l'attenzione sull’avvicinamento all’Unione - fissando condizioni salde nel campo dei diritti umani e della democrazia - e aiutare a contrastare l’ondata anti-occidentale che si diffonde in Turchia favorendo il rovesciamento delle alleanze, l’avvicinamento innaturale con la Russia e l’Iran. Tale Europa esige probabilmente una nuova fondazione dal basso, dai cittadini, un modo di procedere rinnovato, più orientato verso le società civili. Le possibilità ci sono, basta scandagliarle e sfruttarle. Non dimentichiamo le trasformazioni enormi conseguite negli ultimi anni in Turchia fino a quando il governo AKP accettava, forse per calcoli bui, il gioco dell’apertura alla diversità.

Vorrei soffermarmi su due aspetti originali che hanno caratterizzato la riscoperta della memoria in Turchia: la maggior parte del peso del Grande Crimine viene a poco a poco assunto da vari settori del popolo turco, erede del carnefice. Inoltre il processo è guidato da personalità di spicco che uniscono lo sguardo interno sulla storia della Repubblica e lo spirito europeo. Concluderò il mio intervento con l’evocazione di tre Giusti: il giornalista Hrant Dink, l’avvocatessa Fethiye Çetin e la scrittrice Asli Erdogan.

Hrant Dink, giornalista armeno-turco, fondatore del periodico Agos, ha avuto un triplice ruolo. Ha segnato in primo luogo il risveglio della comunità armena in Turchia, un movimento di « Armenian Pride », d’orgoglio armeno, proseguito dal movimento di giovani Nor Zartonk (« nuovo Risveglio » o « nuovo Risorgimento »), dopo novanta anni di un'esistenza muta, cupa in un ambiente ostile, o quantomeno indifferente. In secondo luogo ha legato la riapertura delle pagine nere della storia degli Armeni a un rinnovamento dell’identità turca fondata sulla tolleranza, la verità, la dignità. Terzo, ha promosso la lotta non violenta a favore di tutte le minoranze etniche, religiose, sessuali. Il suo assassinio, il 17 gennaio 2007- esattamente dieci anni fa - ha evidenziato quanto la vita di un Giusto è fragile, esposta all’odio e alla sopraffazione. Però oltre la sua fine tragica è diventato un testimone-simbolo di un altro modo d’impegno civile.

La sua avvocatessa, Fethiye Çetin, è da anni impegnata nelle lotti civili. Il suo libro, Anneannem, pubblicato nel 2004 (Heranush, mia nonna, tradotto da F.Beltrami da Alet Edizioni nel 2011), è stato un grande successo e ha provocato un’emozione profonda nell’opinione pubblica turca. Ci racconta la sorte della sua nonna materna, un’orfana, un « resto (o rifiuto) della spada », come dicono in Turchia, adottata da un famiglia turca, islamizzata. Poco prima della sua morte ha svelato il suo segreto alla nipote. Sappiamo oggi che casi simili sono numerosi e segnano una peculiarità del caso armeno-turco : il retaggio di questa vicinanza tragica è l’esistenza d’Armeni islamizzati, più o meno coscienti della loro origine, e anche tante famiglie dove una vittima è stata inserita nel sangue del carnefice. Alla coscienza della sofferenza, del trauma ereditato si mescolano il sentimento della colpa e il desiderio di riscoprire le proprie radici.

La terza Giusta della memoria a cui voglio rendere omaggio è la scrittrice Asli Erdogan. Autrice del Mandarino meraviglioso (tradotto da Giulia Ansaldo da Keller Editore) è stata appena scarcerata ma ancora agli arresti domiciliari e sotto l’accusa pesantissima di "incitazione al disordine" e di "appartenenza a un’organizzazione terroristica". In vari articoli scritti per il periodico Özgür Gündem (Agenda libera), pubblicati di recente in Francia, riesce a intrecciare una parola poetica personale, il giudizio intransigente sulla situazione in Turchia e un richiamo alla solidarietà con tutti gli oppressi nel mondo. Ma si stacca costantemente nella sua analisi la coscienza che il ciclo infinito delle violenze politiche in Turchia riconduce alla strage fondatrice di 1915.

Vorrei citare come esempio le ultime righe di un articolo di Asli Erdogan nel periodico Özgür Gündem, che le ha procurato le sue seccature giudiziarie. Il titolo dell’articolo è: "Siamo colpevoli". Dice così:

Accusare la vittima di mentire significa far cadere il crimine sulle spalle di quelli che ne furono i martiri: ecco probabilmente perché le nostre terre sono piene di fosse che scaviamo e richiudiamo senza tregua. Strapiombe d’ossa, di ceneri, di silenzio… Non siamo capaci di guardare nè negli occhi di questa donna picchiata a morte, poi buttata sul ciglio dell’autostrada, neanche i resti dello scheletro del partigiano…Invecchiamo per dimenticare, dimentichiamo assassinando e dimentichiamo sempre che portiamo in noi questi cadaveri. Far fronte è tutt’altra cosa che accettare. Vuol dire essere capace d’affrontare lo sguardo delle vittime, sapere lasciarli parlare. E troppo tardi forse, troppo tardi per i morti, ma lasciamo gli scampati raccontarci la Grande Catastrofe. Noi, ormai diventati un altro « noi ». Un’ultima parola prima del primo maggio : la piazza Taksim è nostra, quelli che ci sono morti sono nostri…ogni volta che marceremo verso questa piazza irriconoscibile nonostante i manganelli, i cannoni ad acqua, i gas lacrimogeni, ogni volta che ci incammineremo, sarà nostra.

(tradotto dal francese, Asli Erdogan, « Nous sommes coupables », 2014, Le silence même n'est plus à toi, 2017, Actes Sud)

« Noi » dice Asli, intendendo così un doppio « noi », spaccato in due, quelli di prima, i carnefici che hanno perpetrato la strage, uniti a quelli di oggi, che la negano e rimangono sordi alle voci d’oltretomba. E un secondo o un terzo « noi », quelli che ascoltano queste voci, questo rumore di fondo inquietante. E questa comunità d’ascolto del reato originario della repubblica turca, si prolunga in una comunità di resistenza alla violenza politica attuale, quella che si è scatenata a Taksim e si rinforza sempre più, ma che si radica in soprusi passati, prima nel Dersim, più volte contro le minoranze religiose, i movimenti sociali, culturali. Ed è grazie a questa comunità di memoria che si può riappropriare lo spazio pubblico confiscato dal potere.

Asli Erdogan è una degli intellettuali, artisti, giudici, universitari minacciati, imprigionati, allontanati dal lavoro, emarginati dalla società, senza nessuna prova obiettiva di pericolo o di complicità coi fomentatori del colpo di stato fallito dell’estate 2016. 

Tutti questi combattenti della libertà di pensiero e di espressione ci chiamano. Noi, Europei, siamo pronti ad ascoltarli e a trovare mezzi per aiutarli o siamo decisi a sacrificare questa gente che aderisce ai nostri valori e a tradirla per rifuggire dalle nostri responsabilità storiche e morali ? Dalla nostra risposta comune dipenderà l’Europa di domani.

Gérard Malkassian, docente di filosofia a Parigi

Analisi di Gérard Malkassian, docente di filosofia a Parigi

17 gennaio 2017

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