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La memoria in pericolo

di Anna Foa

Credevamo che la guerra in Europa non sarebbe mai più tornata, avevamo anche seppellito la memoria della guerra di Bosnia sentendola lontana da noi, anche se lontana non era, credendo che non fosse tale da mettere davvero in discussione la costruzione dell’Europa unita. Credevamo, anche, che quella costruzione memoriale che si era elaborata negli ultimi decenni del Novecento, quella della Shoah, sarebbe durata per sempre, o comunque fino a che non fosse apparsa agli occhi di tutti distante come le guerre puniche.
Si era toccato l’estremo dell’orrore e non sarebbe più successo, come non ci sarebbero più state guerre in Europa. L’idea di una perenne pace europea e quella della memoria della Shoah erano d’altronde fortemente connesse. E se da una parte si poteva, come aveva fatto David Bidussa in un illuminato articolo del 2005, ritenere che “l’Europa come progetto di società aperta era morta sulle colline della Bosnia Erzegovina quando aveva deciso nei fatti che una parte dei suoi popoli non erano degni di difesa”, dall’altra con l’istituzione della Giornata della Memoria come unica ricorrenza civile comune a tutti i paesi dell’UE, si era voluta ancorare la costruzione dell’Europa al rifiuto del razzismo, del genocidio, dell’antisemitismo. Una caratterizzazione chiara, che faceva dell’Europa, almeno in teoria, la sentinella contro il perpetuarsi di atrocità contro i civili e di genocidi, in nome della memoria del più atroce ed estremo di essi.

Era un ottimo progetto, ma com’è noto i progetti sono una cosa, altra cosa ne sono le realizzazioni. Non avevamo, non intendo noi ebrei ma noi esseri umani, bisogno della Giornata della Memoria per credere che Hitler non avrebbe mai più invaso la Polonia e poi l’URSS, e sterminato approfittando della guerra sei milioni di ebrei, oltre a rom, omosessuali, disabili, oppositori politici, soldati. Ne avevamo invece, forse, bisogno per richiamarci a quella memoria per vigilare contro il perpetuarsi di altri genocidi, di pulizie etniche, massacri di civili, ebrei o non ebrei che fossero, di qualunque colore fosse la loro pelle. Ne avevamo bisogno per istituire tribunali internazionali contro quelle violenze, quei genocidi, come a Norimberga, con tutte le carenze di quel primo tribunale. Ne avevamo bisogno per combattere alle radici, quotidianamente, ogni germe di razzismo, compreso l’antisemitismo al razzismo tanto affine. Non ne avevamo bisogno per distinguere con nettezza il genocidio, per quanto estremo, per quanto senza precedenti in quella forma e grandezza, che ha colpito il popolo ebraico da quelli, passati o futuri, contro altri popoli, contro altri esseri umani. Per molti ebrei, la memoria della Shoah ha però sempre più assunto le caratteristiche di uno strumento per rafforzare l’identità, non di uno strumento per combattere il male. E molti non ebrei pensano, credo a torto, di dover sostenere questa funzione identitaria della memoria per rispetto agli ebrei.

Oggi la guerra è tornata in Europa, con una violenza che non può non ricordarci quella di ottant’anni fa. È di nuovo una guerra contro i civili. Una guerra, per di più, che ama richiamarsi, per perpetrare i suoi crimini, a immagini e linguaggi di allora, pur con tutt’altro significato: “Nazisti”, “denazificazione”. Rifiutare questo linguaggio in nome dell’impossibilità di comparare la guerra di oggi a quella di Hitler non basta. È inutile, e contribuisce ancor più a rinserrare la memoria della Shoah in quella che è stata definita una “cassaforte identitaria”. Ma attenti, questa cassaforte è anche una trappola. Se anche questa guerra finirà senza danni troppo vasti e troppo profondi – come se quelli realizzatisi fino ad oggi non lo fossero – credo che trascinerà con sé, oltre all’immagine mitica di una Europa in pace, anche la memoria della Shoah, anche la storia dello sterminio nazista.
Credo che, dagli anni in cui faticosamente si costruiva distinguendosi dagli orrori di una guerra terribile, questa memoria non sia mai stata tanto in pericolo come oggi. Se va bene, sarà l’inizio di un lento processo di oblio, di indifferenza. L’unico modo per salvarla è renderla uno strumento di conoscenza, di confronto del passato con il presente, di attenzione alle terribili possibilità del futuro. Renderla insomma universale e metterla al servizio dell’umanità tutta intera.

Anna Foa, storica

Analisi di

17 maggio 2022

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