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La Memoria non gioca a carte

di Vittorio Pavoncello

Il Memoriale della Shoah a Parigi

Il Memoriale della Shoah a Parigi Iantmcfarland

Credo sia necessario seguire dei percorsi logici per i fenomeni posti alla riflessione, e quindi, potremmo dire che la Shoah (per la natura stessa della parola che la connota e definisce) è una cosa che ha colpito gli ebrei. E, quindi, è una cosa che dovrebbe ricordare e attenersi a ciò che al popolo ebraico è stato fatto. Se l’accaduto sia stato, come inconfutabilmente fu, un genocidio riguarda le definizioni che la carta dell’ONU ha voluto determinare in merito alla classificazione del crimine di genocidio. Perché come ci ricorda Anna Foa: se vogliamo un modo senza più genocidi bisogna saperli riconoscere. Per il momento ci basta distinguere che, l’operazione messa in atto dal nazifascismo, fu la determinatezza alla distruzione del popolo d’Israele nella sua interezza. Quindi, apparentemente sembrerebbe giusto e logico che si debba ricordare ed avere memoria solamente di questo fatto. Gli ebrei ricordano. È un invito e un monito che vale per gli ebrei di ricordare ciò che è stato loro fatto. Gli ebrei fanno memoria. E vogliono mostrare ad altri ciò che è stato loro fatto. Questo monito però non è più rivolto soltanto agli ebrei. La memoria della Shoah ad uso e consumo degli ebrei è mostrata al mondo, agli altri (c’è chi, in malafede lo definisce uno Shoah bussines e preferisce il termine “esibita” che più si conviene allo show).

Con la Shoah non siamo più nell’ambito del biblico ricorda ciò che ti ha fatto Amalek, rivolto all’interno del solo popolo d’Israele. Si deve, quindi, rendere più chiaro perché l’insegnamento/ordine biblico si modifica nella situazione attuale. Perché la memoria della Shoah vuole, per essere efficace, anche e principalmente un coinvolgimento di coloro che l’hanno agita, ovvero vuole essere mostrata ed esibita ai distruttori, siano stati questi agenti attivi, partecipi o indifferenti. I processi al termine della guerra altro non volevano che mettere i criminali di fronte alle loro responsabilità.

Oggi, dobbiamo quindi, chiederci: attraverso l’atto della memoria che cosa si vuole mostrare e a chi?

Si vuole forse mostrare l’infondatezza delle ragioni adottate, la falsità delle credenze, le sovrastrutture e principi che hanno mosso gli agenti della Shoah (per usare un termine caro a Giorgio Pacifici che ipotizza e descrive le agenzie del male nelle società) a compiere quelle azioni criminali che la comunità umana andava sempre più considerando come inumane e non degne del concetto di umanità?

Se vogliamo attenerci agli ebrei, dobbiamo anche considerare la storia e i miti che li hanno formati tanto da costruirne la storia, fino ad arrivare ad essere popolo d’Israele.

Questo non vuol implicitamente avvalorare affermazioni come quelle di Max Weber, le quali - nel discolpare l’ebraismo per la nascita del capitalismo, sistema questo più congeniale all’etica protestante - di fatto riducevano gli ebrei ad un popolo paria (probabilmente sulla definizione data da Weber andrebbe fatta una analisi più approfondita in merito alle sue possibili derive razziali). Forse, negli studi e teorie di Weber c’era un Ottocento che mal digeriva le aperture dei ghetti e l’abbattimento dei cancelli, eventi che ponevano “l’emancipazione ebraica” come un quesito difficile da catalogare.

Nella storia e mito degli ebrei, per il nostro discorso sulla memoria, troviamo il mito dell’uscita dall’Egitto, che ha qualche affinità con gli eventi della Shoah, almeno per la distruzione nella quale incorse chi non voleva concedere agli ebrei la libertà (per mito dobbiamo intendere non la veridicità di quanto narrato ma le extra modalità e tempi di ciò che si vuole sia accaduto. La impossibilità di asserzioni puramente storiche fa sì che un fatto parzialmente accaduto abbia dei centri e dei contorni irreali, che però diventano reali nella mente di chi li crede tali).

Alcune interpretazioni del mito dicono, in merito all’uccisione dei primogeniti, che più verosimilmente con l’ultima piaga, prima dell’uscita dall’Egitto, furono distrutti i principi, le fondamenta e proiezioni nel futuro, sui quali si reggeva l’Egitto: politeismo e schiavitù, potere assoluto e dinastico del Faraone, e altro. Torniamo, quindi, alla Shoah dopo quella che apparentemente può sembrare una divagazione, e che non lo è.

Nazifascismo e potere del faraone con la salvezza e fuga degli ebrei verso la Terra promessa o il ricostituentesi stato d’Israele sono distrutti, le loro ideologie sono distrutte, i loro modelli sociali sono demoliti.

Perché con la Shoah si erano riportate in auge concezioni e pratiche come la schiavitù. Una perdita della libertà umana dovuta ad una presunta inferiorità, di qualunque genere questa fosse, del soggetto riducibile in schiavitù. Sebbene una schiavitù etnica e non ancora coscientemente razzista come fu con il nazifascismo fosse già in essere nel Colonialismo.

La Shoah sarebbe stata pertanto, con la sua modalità di schiavitù e genocidio una cosa capitata al popolo ebraico, e che fa unicamente parte della sua storia. Fin qui le ragioni, di chi non vuole che la Shoah sia altro dalla Shoah, potrebbero avere argomenti probanti e l’unicità della Shoah vedersi confermata e legittimata. Però, chi siano gli agenti e perché lo abbiano fatto, per costoro non ha alcuna importanza.

Si è corso il pericolo di essere distrutti da parte di chi ha odiato il popolo d’Israele, il pericolo è stato scampato, e restano 6 milioni di lutti e una catastrofe. Catastrofe è una parola che si lega bene con la parola Shoah. Viene dal greco e significa un capovolgimento inaspettato e repentino, un rovesciamento. Marcel Pagnol, lo scrittore francese, in un suo dramma ne dette il significato di ritorno del passato, forse, per il carattere di capovolgimento che la parola catastrofe porta in sé. Ad alcuni questo accostamento di greco ed ebraico potrebbe far rizzare i capelli e portare alla memoria l’antico conflitto fra la cultura alessandrina e quella biblica, ma quei tempi sono lontani, o almeno si spera che lo siano. La Shoah fu un ritorno al passato, un capovolgimento, quel ribaltamento che fece tornare gli ebrei ad un loro passato mitico nel pieno della loro più o meno tranquilla vita nella storia.

Questa storia di scampato pericolo e salvezza ricorda Purim ma con sei milioni di morti! Il che non è proprio un esempio di contrappasso, in cui coloro che volevano sterminare gli ebrei sono stati uccisi al loro posto, e prima che potessero compiere il male che si erano prefissi. Perché in realtà qui fra una lettura religiosa e una storico/politica le differenze ci sono in tutta la loro evidenza. Il popolo d’Israele stava per essere sterminato totalmente e la Shoah fu solo fermata ma non fu impedita al suo inizio. Come ricorda Furio Colombo: il lavoro di sterminio fu impedito, e coloro che lo stavano compiendo erano nel bel mezzo del loro lavoro e non si sarebbero fermati da soli né alcuno dall’interno lo stava per far cessare.

Questo lavoro di morte fu impedito, interrotto. E su questa interruzione che noi iniziamo a vedere, a scorgere a cosa serve la memoria.

Se la Shoah fosse solo una cosa che riguardasse gli ebrei potremmo convenire con chi vuole che l’unicità della Shoah non sia accostata ad altro. Ma queste posizioni sono di coloro che, pensando di preservare la Shoah facendone una sacralità religiosa, in realtà la rendono una forma di idolatria. Poiché nel divieto di accostare alla Shoah altre forme di sterminio, che poi saranno genocidi, si teme di voler accostare alla unicità del Dio/Shoah altre divinità (spesso e in molti si sono domandati dove fosse Dio ad Auschwitz e durante la Shoah, lamentando la sua assenza e non vedendo che nel volere l’unicità della Shoah si rende unica l’entità Dio/Shoah e il lager un tempio). So bene che questi avvicinamenti potranno indignare, offendere, nel vedere Shoah e Dio accostati in un'unica cosa, ma le responsabilità sono in chi non vuole comprendere che nel popolo d’Israele di unico c’è solo Dio, e tutto il resto dal momento o giorno della creazione è: differenza e differenziazione, singolarità.

Questa passione per l’unicità accade perché si vuole fare qualcosa di unico e sovra storico di un evento della storia, di un fenomeno umano e naturale, che deve diventare unico e assoluto e divino. E al quale nessun altro fatto può o potrà mai essere accostato pena l’idolatria e confusione. Anche su questa dimensione del futuro si gioca l’unicità voluta: non solo non c’è mai stato un evento pari alla Shoah ma in futuro nessun evento potrà mai eguagliarla poiché la Shoah e Dio sono una sola cosa essendo patrimonio, retaggio, storia e lutto, dei soli ebrei. E non ci dovrà mai essere una Shoah nel futuro, per questo il mai più mentre suona come una speranza per l’umanità, suona anche come ineluttabile rivelazione, una rivelazione di Dio avvenuta e per sempre.

La religione della Shoah, quindi, nasce e prospera in chi la vuole unica. E adesso vedremo perché questa affermazione di unicità risulti essere poco suffragata da fatti.

Nell’atto di memoria noi dovremmo ricordare che cosa è accaduto e questo percorso ci porta a vedere che la Shoah fu opera del nazifascismo. Ovvero, non c’era una volontà divina da nessun lato la si voglia guardare, ma c’era piuttosto una ideologia ben precisa: il nazifascismo. E il nazifascismo non fu certo inviato da Dio. E quindi, il nazifascismo, una ideologia politica che aveva determinate concezioni su cosa avrebbe dovuto essere e divenire una società in ragione delle proprie credenze politiche, sanitarie, di guerra e sociali interne. Quindi, ricordando la Shoah si è per forza di cosa costretti a vederla inquadrata in un contesto politico.

E dire il nazifascismo è ciò che fece e portò alla Shoah, vuol avvertire, quindi, di stare attenti al pericolo del nazifascismo?

A chi lo deve ricordare la memoria della Shoah?

Agli ebrei, in parte, si, come storia interna. Ma lo vuole ricordare prevalentemente al mondo dicendo e ammonendo: non fate la Shoah né per noi né per voi, né su di noi ne su di voi.

Nel fare questa affermazione essere israeliti significa, quindi, non essere né nazisti né fascisti. Ciò che dovrebbe essere una memoria per il popolo d’Israele, diventa per ciò una presa di posizione politica e potremmo anche dire di lotta al nazifascismo. Perché la Shoah fu operata dal nazifascismo e dai suoi agenti, non da altre ideologie, religioni o visioni del mondo. Forse, altri commisero stermini verso gli ebrei professando diverse religioni o fedi politiche ma nessuna di queste ostilità raggiunse mai il livello della Shoah. E poiché, come si è detto poco, prima il nazifascismo fu interrotto nella sua azione di Shoah, questa interruzione non è detto che lo sia per sempre, come alcuni e troppi fatti ci mostrano. Ricordare la Shoah, quindi, vuol dire vigilare che il nazifascismo non si ripresenti e non torni a riprendere il lavoro interrotto; essere anche convinti che il lavoro non è stato sospeso o semplicemente interrotto ma che è in pausa, in attesa forse di tempi più propizi.

Analizzando il nazifascismo nella sua totalità non possiamo non constatare che il nazifascismo nella sua concezione razzista dello Stato non aveva solo gli ebrei nelle sue volontà e liste di sterminio, ma erano molti i popoli, le categorie sociali e condizioni genetiche, che aveva in animo di estinguere. Quindi, la memoria per gli israeliti significa anche inserire o aver memoria di tutto ciò. Non solo, quindi, avere memoria di ciò che ti fece Amalech, ma di tutto ciò che fece di Amalech un Amalech.

Apparirà allora, che ogni passaggio del nazifascismo altro non è che l’edificazione di quei lager dove si consumò la Shoah. Lager che non furono solo il campo in una accezione di territorio ristretto ma una concezione di lager diffuso, un enorme, possibile e probabile campo di sterminio come lo fu l’Europa dell’epoca di cui stiamo trattando, in attesa di una nazificazione del mondo.

Quindi, voler avere memoria della Shoah inevitabilmente vuol dire anche avere memoria dei Rom-Sinti, dei dissidenti politici, degli omosessuali, dei neri, dei cristiani e di tutto ciò di cui lo stato razzista del nazifascismo voleva la distruzione. La Shoah non riguarda soltanto le vittime ma anche chi fu carnefice. Se la Shoah è un monito serve sia agli ebrei perché non siano più vittime ignare e inconsapevoli, ma serve anche a non creare più carnefici. Non serve a molto far prendere coscienza alle vittime del loro essere state tali se contemporaneamente non si spingono e disinnescano le spinte che tesero a fare di molti dei carnefici e a divenirlo. Ecco, allora che le cause che possono spingere alcuni a divenire carnefici si devono trovare nella storia e nell’attualità; nelle molte o in alcune di quelle cause che trasformarono, e che potrebbero ancora trasformarlo, un uomo in soldato e poi in un feroce quanto cinico assassino. Le motivazioni possono essere determinate dal bisogno o dalla necessità, ma anche, come abbiamo visto prima, da motivazioni ideologiche e politiche che nel perseguire un bene e un fine politico non si fanno alcuno scrupolo di usare gli uomini come mezzi per i propri fini.

E qui ritorniamo ai fondamenti della schiavitù quando un uomo non è ciò che è ovvero una vita umana ma un mezzo di cui servirsi per un fine. Questo non lo ha fatto solo il totalitarismo nazifascista ma anche altre ideologie che si identificano come comuniste. Quindi, la Shoah può avere delle affinità di principio ma non l’uguaglianza con i vari totalitarismi. Può avere con questi una vasta similitudine nel far l’uso dei mezzi umani per i propri fini, ma non si può e non si deve dimenticare il razzismo come fine, che fu la specificità della Shoah e per il cui fine l’uomo fu ridotto a mezzo. E pertanto, la Shoah può essere paradigma per il mondo a patto che sia gli ebrei sia il mondo di cui gli stessi ebrei fanno parte, vogliano riconoscersi nella singolarità e non unicità della Shoah (singolarità come suggerisce Gabriele Nissim nella sua Carta della memoria).

La Shoah fu prodotto e conseguenza del nazifascismo e laddove questi elementi appaiono risorgere o continuare, il monito della memoria serve ad identificare ciò che di simile può esserci fra il fatto storico e la contemporaneità. Senza dover pensare e credere che la Shoah sia stato il sacrificio e la redenzione da tutti i mali del mondo, senza gravare sulla Shoah tutti i mali del mondo per la redenzione dell’essere umano e del male. Sarebbe farne una retorica religiosa e istituzionale una ipocrisia umana più che una umana pietà. E sarebbe altresì, fare un uso improprio della memoria e renderla schiava, rendere una memoria viva un mezzo per dei fini, e ancora più rilevante è avere sempre presente che Shoah è una parola e non è il nome di alcun Dio.

Postilla

Due definizioni che propongo di memoria e oblio:

Memoria, una struttura presente nella vita in tutte le sue forme. Per ciò che è attinente all’essere umano la memoria gli permette di situarsi nel presente e muoversi verso il futuro. Generalmente la si pensa rivolta al passato ma non è la sua dimensione più vera. La memoria è una epifania della vita. È vita che sboccia, e per questo piena di futuro e aspettative di vivere. Il suo essere intrisa di futuro fa sì che possa trasmettersi ed essere anche senza necessariamente il ricordo di ciò che l'ha generata in questo modo la memoria si fa patrimonio inconscio, ed è la sua realizzazione più completa. Il tempo della memoria è verso l’infinito.

Oblio, è quella volontà e capacità delle attività umana di cancellare la storia e l'esistenza di qualcosa, pensando così che di cancellarne anche la memoria. L’oblio ha bisogno della memoria per esercitare la sua funzione. La memoria può vivere anche senza l’oblio. Oblio è una parola che inizia così come finisce: con una o, simile allo zero. Tutto ciò che c'è fra queste due o fra questi due zero non ha alcun valore, tutto torna all'inizio. L’oblio fra le due o è il tempo ciclico rispetto al tempo della memoria che tende all’infinito.

Vittorio Pavoncello, regista

Analisi di Vittorio Pavoncello, regista

21 dicembre 2020

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