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La Memoria universale di Norimberga

di Simone Zoppellaro

Hermann Göring, Rudolf Hess, Joachim von Ribbentrop, Wilhelm Keitel, Ernst Kaltenbrunner e Alfred Rosenberg durante il processo di Norimberga

Hermann Göring, Rudolf Hess, Joachim von Ribbentrop, Wilhelm Keitel, Ernst Kaltenbrunner e Alfred Rosenberg durante il processo di Norimberga (Getty Images)

DA STOCCARDA – Sono parole che guardano al futuro, quelle pronunciate dal presidente tedesco Steinmeier. Parole in cui la memoria del processo di Norimberga, di cui il 20 di novembre ha commemorato pubblicamente il 75esimo anniversario, in cui il mai più rivolto al nazifascismo si traduce in un hic et nunc che riflette un impegno concreto e fattivo, tipico dello spirito tedesco, in una responsabilità universale nei confronti del mondo.

Un discorso denso, che spazia dalla storia tedesca ai crimini nella ex-Jugoslavia, dalla Siria al Sudafrica e alla Colombia, fino ai genocidi del Rwanda e, da ultimo, quello contro gli yazidi del 2014, cui Steinmeier ha dedicato parole toccanti. Parole che, partendo da una riflessione profonda sul passato tedesco e europeo, vogliono spingere a una prassi che non si esaurisca nella semplice presa d’atto degli orrori commessi nel passato. “Noi tedeschi siamo chiamati in modo specifico a portare avanti e difendere questa eredità”: così Steinmeier, con chiara allusione anche a quei movimenti e partiti che, anche qui in Germania, mirano invece a relativizzare questa memoria e a depotenziarla.

Destinatario privilegiato del suo discorso, che il presidente cita tre volte, è l’ultimo procuratore ancora in vita di quel processo (o meglio di quei processi, dato che furono dodici): l’americano Benjamin Ferencz, ormai centenario. Nato da una famiglia ebraica in un territorio, la Transilvania, che proprio nell’anno della sua nascita, il 1920, passò dall’Ungheria alla Romania, Ferencz crebbe, non senza difficoltà materiali e economiche, in un quartiere malfamato di New York, il Lower East Side, dove la famiglia era emigrata per sfuggire alle persecuzioni antisemite in Europa. Un ambiente, quello ebraico di quel quartiere allora assai povero, descritto in quel piccolo capolavoro che è il romanzo del 1934 Call It Sleep (‘Chiamalo sonno’, in italiano) di Henry Roth.

Un profilo altissimo, quello di Ferencz, che non si limita a Norimberga. Come ha dichiarato alla Reuters: "Ci sono pochissime persone che hanno visto quello che ho visto io"; entrato “nei campi di concentramento mentre venivano liberati, con i cadaveri sparsi per terra e con la gente che aspettava di essere bruciata perché il forno crematorio era così sovraffollato”, il procuratore, anche dopo Norimberga, non abbandonerà più un attivismo che lo accompagnerà per tutta la vita, dalla denuncia dei crimini statunitensi in Vietnam fino all’istituzione, cui dedicò tutto il suo impegno, della Corte penale internazionale.

Come dichiarato dal presidente tedesco nel suo discorso: “Non ci sarebbe oggi il Tribunale penale internazionale dell'Aia senza il principale processo di guerra di Norimberga.” E riserva una stoccata a Trump, la cui amministrazione, ricorda Steinmeier, ha lavorato attivamente per contrastarne l’operato. Questo anche tramite sanzioni, in seguito alle indagini aperte all’Aia per verificare se le forze statunitensi abbiano o meno commesso crimini di guerra in Afghanistan. Cosa non accettata da parte del governo americano, che rivendicava una sua competenza esclusiva a occuparsi di tali temi. Ancora una volta, un approccio nazionale e particolare che si oppone a una memoria e a una giustizia universali, simboleggiate da Norimberga.

E proprio in quella celebre aula 600 del tribunale, oggi aperta al pubblico, mentre la città e la Germania tutta erano ridotte a un cumulo di macerie, materiali e morali, come ricorda il presidente, “il mondo ha stabilito un nuovo ordine”. Un ordine che ha riplasmato l’identità tedesca nel profondo, rifondandola anche a partire da quel processo. Processo che oggi è ricordato a Norimberga con uno splendido museo, che ho avuto il piacere di visitare, ricco di materiali multimediali e informazioni che raccontano questo passaggio storico fondamentale per la storia universale.

Toccante e sentita, a conclusione del discorso commemorativo del presidente tedesco, la menzione di due ragazze, Lewiza e Dalal, fra le migliaia di yazide ridotte in schiavitù dall’ISIS durante il genocidio. Come il premio Nobel Nadia Murad, anche loro hanno trovato rifugio in Germania con un programma articolato e specifico, il primo a livello mondiale, non solo di accoglienza ma anche di supporto psicologico per i traumi profondi subiti. Una menzione importante e parallela a quella del processo di Coblenza, dove imputati per crimini contro l’umanità sono due ex-ufficiali dell’apparato di sicurezza del regime di Bashar al Assad.

“Dalal e Lewiza sperano che i colpevoli un giorno dovranno rispondere dei loro crimini davanti alla Corte Penale Internazionale” ha dichiarato Steinmeier. Che prosegue: “Sperano che il loro appello venga ascoltato, perché lo scopo di questi processi non è solo quello di condannare i colpevoli. È importante che le vittime abbiano l'opportunità di testimoniare sui crimini commessi contro di loro, che le atrocità siano documentate e registrate per i posteri. È importante che la verità venga alla luce. Perché nessuno può nascondersi dietro questa verità. Rimane un'eredità, un compito e una prova. Anche questo era l'obiettivo di Norimberga.”

In un discorso denso e profondo, con parole che hanno toccato il cuore di molti, non solo in patria, Steinmeier ci ha lasciato una grande testimonianza di come la Germania di oggi, a 75 anni da quel celebre processo, porti avanti e promuova la memoria di Norimberga e dei crimini del nazionalsocialismo.

Non solo una memoria universale, dunque, ma anche una memoria tutta rivolta al futuro.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

23 novembre 2020

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