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La "mia" Palmira

di Maria Teresa Grassi

Il sito di Palmira

Il sito di Palmira Foto di Maria Teresa Grassi (Archivio Pal.M.A.I.S.)

Percorrendo il deserto siriano tra Damasco e l’Eufrate, a circa metà strada si trova una grande oasi - e questo è normale in ogni deserto del mondo - e una grande città romana - e questo è certamente meno frequente. La città è Palmira.

In antico l’accesso avveniva attraverso la Valle delle Tombe, uno degli angoli più suggestivi di tutto il sito. Sulle pendici delle montagne e a fondo valle si stagliavano sul cielo azzurro alte torri quadrangolari, le grandi tombe familiari, a due o tre piani, dove trovavano posto decine di defunti, ognuno in un loculo sigillato da una stele con il suo ritratto, il suo nome e i legami di parentela con il fondatore della tomba.

I celebri ritratti funerari dei palmireni offrono oggi, in tutti i principali Musei del mondo, un’immagine di lusso e ricchezza: una opulenta, silenziosa e serena comunità di uomini sdraiati a banchetto con ricche vesti ricamate e di donne con sfolgoranti gioielli.

La ricchezza dei palmireni veniva innanzitutto dai commerci: tra il II e il III sec. d. C. riuscirono ad avere quasi il monopolio del grande commercio del lusso che arrivava dall’Oriente. Le merci preziose - dalla Cina, dall’India, dalla penisola arabica - dopo aver percorso le acque del Golfo Persico, risalivano l’Eufrate, attraversavano il deserto fino a Palmira e proseguivano il viaggio verso la costa del Mediterraneo, per essere infine imbarcate verso Roma e i centri principali di tutto l’Impero Romano. Palmira era un tappa obbligata lungo questo e altri percorsi dalla Persia e dall’Asia centrale, e divenne un’importante “città carovaniera”.

I palmireni organizzavano e finanziavano i viaggi, avevano uomini e fondachi lungo il percorso, intrattenevano buoni rapporti politici e diplomatici sia con le altre potenze dell’area mesopotamica che con i predoni del deserto, garantendo assoluta sicurezza e successo certo alle carovane.

La ricchezza accumulata da alcuni clan palmireni dovette essere enorme, dato l’immenso margine di guadagno sul commercio di beni quali i tessuti pregiati (tra cui la seta della Cina), le pietre preziose, le perle, le spezie. 
Fu così che costruirono le loro spettacolari tombe, e anche le tombe divennero un “affare” per i clan palmireni: molte epigrafi testimoniano la vendita e l’affitto di parte dei loculi, e spesso il figlio primogenito del fondatore della tomba ne era l’amministratore: business is business ….. e i palmireni erano dei veri maestri in questo campo.

Non solo, però, monumentalizzarono la città dei morti, ma trasformarono in maniera altrettanto spettacolare la città dei vivi, traendo ispirazione e modelli dalle grandi metropoli dell’Oriente Romano, in primo luogo Antiochia, la capitale della provincia di Siria.

La spina dorsale dell’antica Palmira era la Grande Via Colonnata, una maestosa via affiancata da portici colonnati, lunga più di un chilometro, che l’attraversava da Ovest, dove arrivava la via di Damasco, a Est, al santuario di Bel.
Tutte le colonne di Palmira hanno una peculiarità: lo slancio del fusto è interrotto da una mensola sporgente, su cui in antico era posta una statua, in pietra o, più probabilmente, in bronzo. È difficile immaginare questo singolare paesaggio urbano antico, con decine di statue sulle colonne, spesso accompagnate dalle iscrizioni che ricordavano i nomi e le benemerenze dei personaggi onorati.
Le colonne di Palmira non sono solo colonne nel senso tradizionale del termine, ma diventano anche - soprattutto - un supporto per quelle statue onorarie che si trovavano sì ovunque nel mondo romano, ma che solo a Palmira potevano vantare una collocazione così spettacolare.

Il grandioso santuario di Bel era conosciuto dai palmireni come “la casa dei loro dei”, perché Bel non era solo in questo immenso luogo sacro e con lui erano venerate molte altre divinità.
Fino alla drammatica recente distruzione, il tempio e il muro del recinto sacro erano straordinariamente ben conservati, grazie all’ininterrotta manutenzione a cui erano stati sottoposti nei secoli. Il tempio era stato trasformato in chiesa cristiana e poi in moschea, e tutt’intorno era stato costruito un villaggio dove avevano trovato protezione e rifugio, a partire dal Medioevo, gli abitanti dell’oasi. Negli anni Trenta del Novecento, all’epoca del mandato francese sulla Siria, proprio lo smantellamento del villaggio e il trasferimento forzato della popolazione in un nuovo e più moderno centro abitato, creato nei pressi del sito archeologico, segnò l’inizio della sua valorizzazione.
La nuova città fu chiamata Tadmor, riprendendo il nome più antico di Palmira, noto da documenti del II millennio a. C.

L’altro tempio ben conservato - e anch’esso distrutto in questi mesi - apparteneva al dio Baalshamin. Costruito nel corso del tempo dai membri di un potente clan palmireno, testimonia la presenza a Palmira di un altro pantheon, al vertice del quale si pone Baalshamin, “signore dei cieli”.
La convivenza nella stessa città di Bel e di Baalshamin (entrambi Zeus nella traduzione greca), accanto a molte altre divinità che sarebbe lungo elencare, è la migliore testimonianza del melting-pot dell’antica Palmira. Nell’oasi si mescolano e convivono uomini, dei, tradizioni, culture: arrivando da Ovest, dal Mediterraneo, dal mondo greco-romano, Palmira doveva apparire una città “molto” orientale, ma per chi giungeva da Est, dall’area mesopotamica o dalla Persia, Palmira era già pienamente occidentale.

La sua cultura, dai tratti fortemente originali, si pone in un ideale punto mediano fra Oriente e Occidente. La violenza che oggi distrugge Palmira, per chi è consapevole del suo antico ruolo di crocevia di culture, appare ancora più drammatica.

In realtà Palmira ha continuato a essere un luogo d’incontro: tante le voci, le lingue, le culture che si incontravano a Palmira fino a pochi anni fa. Non erano più le voci dei mercanti antichi, ma erano quelle degli archeologi moderni; alle contrattazioni si era sostituito un ampio e stimolante dibattito scientifico intorno a un sito che, dal 1980, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Sul campo erano impegnati studiosi siriani, polacchi, francesi, tedeschi, svizzeri, austriaci, danesi, giapponesi e americani, a cui si era aggiunta nel 2007 una missione italiana, il cui progetto ambiva esplorare un ambito poco noto, quello della vita privata degli antichi abitanti dell’oasi.

La straordinaria esperienza umana, culturale, scientifica vissuta nei quattro anni (2007-2010) che ho passato a Palmira, e che per altri studiosi durava da decenni, è stata interrotta.
È stata drammaticamente spezzata anche la vita dell’ultimo signore di Palmira, Khaled al-Asaad, impegnato per decenni nello studio, nella valorizzazione, nella conservazione del sito archeologico.

Non dobbiamo dimenticare il suo sacrificio, la sua testimonianza contro la barbarie che oggi rischia di cancellare non solo il sito, ma anche un intero paese e un popolo.

Maria Teresa Grassi, Università degli Studi di Milano - Direttore della Missione Archeologica Italo Siriana di Palmira Pal.M.A.I.S.

Analisi di Maria Teresa Grassi, Università degli Studi di Milano - Direttore della Missione Archeologica Italo Siriana di Palmira Pal.M.A.I.S.

2 novembre 2015

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