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"La morte non si misura in numeri"

di Regina Catrambone

Foto di Darrin Zammit Lupi/MOAS.eu

Da tempo ormai social media e stampa sono impegnati con le fake news del momento che contrappongono chi accusa le ONG impegnate nel salvataggio di vite in mare e chi le difende.
Sono così tante le dichiarazioni, le prese di posizione, gli articoli - spesso scritti senza troppa cognizione di causa - e gli editoriali che si fa fatica a comprendere.
Improvvisamente tutti sono divenuti esperti di diritto internazionale, diritto del mare, diritti umani e attività SAR (Search and Rescue).

Le luci puntate sulle ONG presenti in mare allungano pesanti ombre sul loro operato. Due le accuse fondamentali: contatti o collusioni coi trafficanti che spingono il loro carico umano in mare in condizioni atroci e finanziamenti privati poco trasparenti.
Come ribadito in varie occasioni, accogliamo positivamente col team MOAS il desiderio di fare chiarezza su eventuali punti oscuri e continuiamo a collaborare con le autorità ufficiali.
Tuttavia, ci rammarichiamo moltissimo per le insinuazioni e le accuse rivolte a MOAS in quanto organizzazione e a me e mio marito a livello personale.

Senza dubbio MOAS è nato dal desiderio della mia famiglia di agire secondo le proprie possibilità e i propri talenti per mitigare la tragedia che si consumava e si consuma ancora nel nostro mare.
Sicuramente avremmo potuto decidere di non prestare attenzione a quella giacca che galleggiava sulla superficie del tratto di mare che solcavamo mentre eravamo in vacanza.
Avremmo potuto ignorare che si trattava dell'unica traccia rimasta di una persona inghiottita dal mare mentre cercava di raggiungere la terra.
Avremmo potuto rimanere sordi all'appello di Papa Francesco che chiedeva una mobilitazione a tutto campo contro la globalizzazione dell'indifferenza.
Avremmo potuto chiuderci nella nostra vita agiata e decidere consapevolmente di non fare nulla per i fratelli e le sorelle che ogni giorno morivano di speranza.

Ma non lo abbiamo fatto.
Quella giacca che galleggiava sull'azzurro del mare è rimasta impressa nei nostri cuori.
Se la priorità della comunità internazionale fosse stata salvare vite in mare o se ci fossero già state organizzazioni umanitarie a pattugliare il mare, la nostra presenza non sarebbe mai stata necessaria.
Così non era, e la nostra risposta è stata il coraggio e l'intraprendenza a fronte dell'inazione e dell'indifferenza.
Nonostante le critiche, le accuse, le violenze verbali in forma di calunnie o insulti non ci siamo mai pentiti di avere scelto la via del coraggio.

MOAS è nata nel cuore della mia famiglia, ma l'idea è stata poi ragionata e vagliata con esperti in materia di salvataggi in mare e ha quindi assunto un profilo estremamente razionale. Prima di procedere alla registrazione di MOAS e alla fase operativa di salvataggio in mare, sono stati molti i passi che abbiamo fatto: dalla ricerca stessa della nave che rispondesse alle nostre esigenze, al suo riadattamento anche in vista dell'uso dei droni, alla creazione di una clinica e all'equipaggiamento a bordo, fino alla scelta del personale che avrebbe reso possibile il recupero di migliaia di disperati condannati a morte certa.

Dalla sua prima operazione SAR ad oggi MOAS ha tratto in salvo oltre 34.000 vite e prestato assistenza a molte altre.

499 persone, ad esempio, sono state fatte sbarcare nel porto di Augusta il 19 Aprile subito dopo il terribile weekend pasquale che, col suo incredibile bilancio di vite umane salvate, ha rappresentato un unicum anche per i più ferrati in materia di migrazioni.
A fronte delle 8.500 persone sbarcate principalmente nei porti siciliani fra venerdì 14 e domenica 16, possiamo dirci fortunati nella conta di chi non ce l'ha fatta.

Ma la morte non si misura in numeri. E nemmeno la vita.
Ogni morto in mare è un morto di troppo, una vita che avremmo potuto salvare.
Una vita il cui peso grava sulla coscienza di ciascuno di noi, come quella del bambino di circa 8 anni che abbiamo portato a bordo della nostra Phoenix quando ormai non c'era più nulla da fare.
La Pasqua, simbolo di resurrezione, per noi di MOAS ha avuto il gusto amaro del dolore per quelle persone decedute fra le onde.

Ma siccome ogni minuto è prezioso, non abbiamo perso tempo e, finita una missione, siamo tornati a Malta per i necessari approvvigionamenti prima di ripartire e salvare altre persone in mare.
E così il 6 Maggio 2017 la Phoenix è entrata nel porto di Catania con 394 persone e il cadavere di un ragazzo della Sierra Leone barbaramente ucciso da un trafficante per aver rifiutato di cedergli il suo cappellino - stando a quanto dichiarato dai testimoni presenti. Fra essi anche il fratello, che per tutto il viaggio ha vegliato su quel corpo senza vita.

Oltre al dolore e alla frustrazione per non aver potuto fare di più, la gioia è stata enorme nel vedere 394 persone salve: madri con bambini neonati, padri con figlie che riparavano dal freddo, ragazzi e ragazze con il corpo segnato dalla tortura e dalla violenza nei cui occhi si leggevano la fatica e la speranza.

È per quelle madri con i loro neonati, per quei padri con le figlie infreddolite e per ogni ragazzo e ragazza che sogna una vita lontana dalla violenza che continueremo a scrutare il mare, a distribuire giubbotti salvagente e pasti caldi, a curare ferite che non dovrebbero essere inflitte a nessuna creatura vivente.
È per tutte le persone che hanno incontrato a bordo della Phoenix quella gentilezza e quell'umanità quasi dimenticate che non ci arrendiamo alle critiche e alle accuse infamanti.

Infine, dobbiamo ricordare che il soccorso in mare non è un'opzione da vagliare a secondo della convenienza che se ne ricava. Si tratta piuttosto di un obbligo sancito a chiare lettere dal diritto internazionale codificato, con particolare riferimento alla convenzione UNCLOS (la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata a Montego Bay nel 1982 ed entrata in vigore nel 1994, ndr).

Da sempre il letale tratto di mare nel Mediterraneo centrale viene attraversato, e dal 2014 siamo di fronte a una drammatica escalation, eppure ancora si gestisce tutto con un approccio emergenziale.
Non dovrebbero essere le ONG a salvare i migranti in mare.
Non dovremmo aspettare che privati cittadini o organizzazioni umanitarie si attivino per mettere fine a un fenomeno intollerabile come questo olocausto del mare.

Rinunciare alle attività SAR avviate da MOAS, come progetto pionieristico in un momento in cui solo le navi di Mare Nostrum soccorrevano le imbarcazioni in difficoltà, significa lasciare morire le persone in mare.
Ma MOAS è nata per salvarle e non rinuncerà alla sua missione fin quando non si troveranno alternative legali e sicure, come i corridoi umanitari su cui lavoriamo ormai da molti mesi.

Regina Catrambone, direttrice e fondatrice MOAS

Analisi di Regina Catrambone, direttrice e fondatrice MOAS

11 maggio 2017

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