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La pagella di Trump

Un'analisi delle prime missioni internazionali del presidente

Al liceo gli scrutini sarebbero impietosi con il diplomando della Casa Bianca. La prima missione internazionale del neo presidente americano Donald Trump è stata assai insufficiente, a parte i risultati da mercante di armi, da uomo del banco dei pegni, e nonostante qualche timido spiraglio nell'incontro con Papa Francesco, il quale l'ha comunque costretto a pensare. E non è per niente facile.

Qualcuno, in assenza di crediti scolastici maturati, sperava di salvare il candidato con il ciuffo laccato o più probabilmente posticcio. La maggioranza ha invece deciso di imporgli di ripetere l'anno. Bocciatura. Il viaggio infatti, invece di consolidare le convergenze, ha alimentato le differenze tra gli USA e tutti gli alleati, a partire dagli europei.

I giornalisti degni di questo ruolo, americani, inglesi, canadesi, australiani, israeliani, e anche numerosi italiani, hanno deciso che non si può tacere, costi quel che costi. La verità è che ci troviamo di fronte a un leader imbarazzante, che è il leader dell'unica superpotenza, e siamo spaventati da quel che potrebbe fare, avendo in tasca i codici nucleari. Chi pensa che deriderlo sia un'ossessione antiberlusconiana forse non valuta attentamente il rischio rappresentato dal potere di POTUS (President of the United States, ndr). Ma forse ha ragione, perché può essere possibile che i codici siano sotto il ferreo controllo dei generali che il presidente è stato spinto, o forse costretto, a far entrare nella sua amministrazione.

La prima tappa del lungo viaggio, in Arabia Saudita, è stata il trionfo del commerciante, del mercante nel tempio wahabita, pronto a dimenticare tutto. A ignorare, sentendo il profumo di centinaia di miliardi di dollari, non soltanto le violazioni dei diritti umani, ma il fatto che i suoi ospiti, appunto i sauditi, siano ben poco affidabili. A riceverlo, a onorarlo, a farlo ballare la danza delle spade, i padroni di casa erano accompagnati dal fior fiore dei reami e degli emirati del Golfo, che hanno il vizietto di finanziare e di continuare a occhieggiare ai tagliagole dell'ISIS, i quali sono sempre pronti a massacrare, ultimamente soprattutto i bambini, come e' accaduto contro i cristiani copti egiziani. Viene subito da chiedersi se fosse davvero il caso, Mr. President, di scagliarsi violentemente contro l'Iran, distruggendo la paziente e meritoria tessitura del suo predecessore Barack Obama. Proprio in casa del peggior nemico di Teheran.

Business is business, d'accordo, ma non si può esagerare. Trump ha lisciato per bene i sauditi, poi è andato in Israele, sostenendo di essere appena arrivato dal 'Medio Oriente', forse ignorando che lo stato ebraico è nel cuore della regione. Assai discutibile l'atteggiamento del premier Benjamin Netaniahu, che per tanti versi somiglia a POTUS ma è assai più sofisticato, però si è spinto in una corsa alla piaggeria, a elogiare, anche visivamente, l'illustre ospite. Ha esultato quasi sguaiatamente per gli attacchi all'Iran. Meglio sarebbe stato, per Bibi, essere più prudente, e avere pazienza. Sapendo che il presidente americano, tornato in patria, potrebbe precipitare nell'impeachment. Ora è 'un'anatra zoppa', domani potrebbe stare molto ma molto peggio. Un grande e importante Paese come Israele non si può permettere clamorosi autogol.

Chi ha fatto capire chiaramente a POTUS che le cose non vanno è stato l'unico vero e credibile leader di questo povero mondo, Papa Francesco. Il quale non si è certo premurato di nascondere le differenze che lo separano da Trump, praticamente su tutto. Il pontefice crede nella difesa del creato, quindi nell'ambiente da proteggere. Crede nei poveri e nella solidarietà. Crede che i ricchi debbano tendere la mano ai migranti in fuga dalle guerre e dalla miseria. Crede nei ponti e non nei muri. Ci auguriamo soltanto che a lui, nel rispetto quantomeno della grande autorità morale e religiosa di Papa Bergoglio, POTUS non abbia risposto quello che ha detto a profusione il giorno dopo al vertice della Nato. 'Costa troppo. Gli Stati Uniti non se lo possono permettere'. Frase vergognosa, inqualificabile. Giovani ricercatori, anche italiani, che studiano attentamente l'economia americana, segnalano che negli USA l'1 per cento della popolazione possiede oltre il 70 per cento della ricchezza nazionale, e che vi sono almeno 140 milioni di cittadini ormai precipitati o a ridosso dell'abisso della poverta'.

Il mercante a stelle e strisce aveva in mente due messaggi. Il primo era di ottenere il massimo impegno della NATO sulla guerra contro il terrorismo. Obiettivo raggiunto. E poi si è premurato di insistere perchè tutti paghino il 2 per cento del loro PIL per le spese dell'Alleanza.

Ma il massimo Trump lo ha concesso a Taormina, per il vertice del G7, che ormai ci impone di rivedere la contabilità dei potenti del mondo libero. Un tempo c'era il G8, poi scivolato in un meno impegnativo G7 più 1, visto che la Russia era gradita a metà. Oggi il G7, come ha ricordato uno studioso, è ormai un G6 più 1. Nel senso che ci sono i 6, più o meno d'accordo, e poi ci sono gli USA. D'accordo sulla lotta al terrorismo, poco tolleranti sull'accoglienza ai migranti, rigidi sul protezionismo, contrari alla carta di Parigi sul clima. Trump ha solo concesso al padrone di casa, il nobile, elegante e paziente Paolo Gentiloni, vero signore, che risponderà sul clima la prossima settimana. Sempre che non lo dimentichi.

Il vertice dei potenti, pur salvo nella forma, è stato un quasi fallimento nella sostanza, con la lite tra POTUS e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nessuno dei due, alla fine, ha partecipato alla conferenza stampa conclusiva. Trump ha preso la moglie per mano, dopo che i consiglieri avevano chiesto di evitare le scene di fastidio che non sono sfuggite alle telecamere a Tel Aviv e a Roma, ed è andato a cercare facili applausi tra i soldati americani della base di Sigonella, sostenendo che 'la pace si ottiene con la forza'. Lezione da cow boy di terza categoria. Poi POTUS e Melania sono partiti per tornare a casa. Se la missione internazionale ha prodotto risultati modestissimi, i veri guai per Trump cominciano a Washington e in tutto il Paese. C'è stata quasi una gara per dare i voti ai protagonisti del G7. Personalmente do i voti migliori alla grazia di Paolo Gentiloni, convincente moderatore e maestro nelle cuciture dei troppi strappi; bene Angela Merkel, che ha difeso con determinazione il punto di vista dell'Europa; bravo il debuttante Macron, che ha sostenuto strenuamente la causa dell'accordo sul clima, che fu firmato a Parigi. Trump, però, è stato l'indiscusso protagonista: in negativo, soprattutto.

Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

Analisi di Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera

29 maggio 2017

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