English version | Cerca nel sito:

La Pausa è finita

Konstanty Gebert

Quando negli anni '90 mi occupai della guerra in Bosnia, vissi per un anno a Sarajevo presso alcuni amici nel loro appartamento nel quartiere di Koševo. Un giorno chiesi loro di raccontarmi quale fu il momento nel quale capirono dell’imminente arrivo della guerra. Mi raccontarono di come, nel confort del salotto, guardavano le notizie dei telegiornali. Inizialmente furono scioccati nel vedere i combattimenti in Slovenia, ma la Slovenia era lontana, quasi all’estremità opposta della zona più a nord della Bosnia. Videro poi, la Guerra spostarsi in Croazia - ma i croati, si sa, sono sempre stati un po’ guerrafondai, non è così?

Infine giunsero i colpi di artiglieria a Grbavica e la cosa poteva solo significare che la gente lì era impazzita.

Grbavica, ad ogni modo, si trovava a pochi chilometri di distanza da Koševo e pochi giorni dopo un carro armato risalì la collina vicino al loro stabile, abbatté la torretta e scarico una serie di colpi i quali entrarono tutti in casa attraverso il salotto.

Non si poteva più guardare la TV, e la cosa poco importava visto che da lì a qualche giorno, fu tagliata l’elettricità. Durante l’inverno, facevamo a turno per ripulire il salotto dalla neve. Il lavoro però era vano, non importava con quanta costanza cercassimo di coprire i buchi delle pareti e cercare di riscaldare le camere, la neve tornava a cadervi dentro.

Se la Brexit è stata, o avrebbe dovuto essere, l’equivalente della battaglia di Grbavica per gli americani, ha fallito anche nello scuotere le coscienze di colore che dicono “qui non può accadere” (coloro che ancora non hanno letto l’eponimo e preveggente romanzo di Sinclair Lewis, sono caldamente consigliati a farlo). Ora che Trump sta sparando nel loro soggiorno, purtroppo è troppo tardi. Paradossalmente, la vittoria del candidato isolazionista, ha trascinato gli USA nello stesso vortice nel quale sono caduti i Russi, Turchi, Israeliani e Indiani, Ungheresi e Polacchi, portando a casa il dibattito sulla globalizzazione mai sperato dagli internazionalisti della East Cost. Ci troviamo ora nella stessa palude tutti insieme, includendo quella parte dell’umanità che non è mai riuscita a emergere dalla palude. L’America si è davvero ricongiunta con il mondo.

No, non c’è della Shadenfreude, in questo mio intervento. Gli Stati Uniti sono diventati un raro uccello esotico, una vera è propria democrazia multietnica e razziale, verso il quale molto di noi guardano come la migliore speranza del mondo. L’obbiettivo è stato raggiunto grazie a lotte intestine, iniziate con la fondazione della Repubblica e ancora non del tutto compiute. Pensavamo però che il gradiente del cambiamento fosse inequivocabile e le due elezioni di Barack Obama ne diedero pure un’aria di irreversibilità. L’arrivo del suo successore ci ricorda però, che tutto è reversibile.

Il sentimento di irreversibilità non fu solo un sentimento americano. Il quarto di secolo che seguì il crollo del Comunismo fu il periodo più stabile della recente storia del continente e possibilmente anche dell’intera storia europea. Il nuovo secolo iniziava con l’inaspettata dissoluzione senza spargimento di sangue di uno dei più potenti regimi totalitari di sempre e si evolse di successo in successo. I paesi liberati lasciarono alle spalle il loro passato sanguinoso e costruirono democrazie funzionali, le quali aspiravano alla membership europea invece di dominio sugli eredi dei nemici. La stessa Unione Europea divenne il manifesto del 21° secolo e ricevette il Premio Nobel per la Pace e come il previo vincitore, il Presidente Obama, non tanto per ciò che era riuscita a fare, quanto per tutti i sogni investiti nella causa. Tutti volevano unirsi, dalla nuova democratica Turchia ai nuovi ed emancipati stati della primavera Araba. Il mondo andò in vacanza. La redenzione era quasi vicina.

Ad esser franchi, non tu tutto andò bene. Il trionfo della democrazia in Centro Europa fu accompagnata dagli orrori della guerra dei Balcani, esperienza vissuta dai miei amici di Koševo. La crisi economica smorzò il sogno Europeo e le guerre di Ucraina e Georgia mostrò che l’orso russo non era diventato Winnie the Pooh. Il 11 settembre ci ricordò che il mondo intorno a noi è grande e la guerra in Iraq si trasformò in un esempio di come non reagire alle pressioni dello spazio intorno a noi. L’entusiasmo delle Primavere Arabe si trasformò negli orrori della guerra in Siria e Libia, producendo un flusso enorme di rifugiati, muovendo prima le coscienze verso sentimenti di generosità poi verso la rabbia. La rabbia prodotta confluì in un più generale malcontento il quale simultaneamente biasimò l’Europa di fare troppo e di non fare troppo bene. Ognuno dei singoli eventi preso singolarmente sarebbe stato gestibile e, anche presi tutti insieme non costituiscono una minaccia vitale fintantoché si osservino le regole del gioco. Ma questo non può succedere qui, non ancora.

Per denunciare il fascismo americano, Sinclair Lewis, dovette utilizzare lo strumento della fiction letteraria; l’Europa non era così fortunata. L’esperienza degli anni 30 e 40 è ben cementata nella psiche europea, e la persistenza del Comunismo, il gemello opposto del Fascismo, aiutò a mantenere la memoria fresca. Fascismo significava dittatura, omicidio, guerra e genocidio; il continente unanimemente non voleva più ripercorrere quella strada.

L’impensabile però, pare abbia una scadenza, anche se non è specificata sulla confezione. In primis, la guerra tornò in Europa nei primi anni Novanta, ma venne spiegata come un semplice ritorno al passato; aiutò il fatto che solo i vicini della Serbia erano minacciati e che tutto accadeva lontano e nei nuovi e freschi stati balcanici. Successe poi che non ci fu più il tempo di giustificarsi dicendo che le cose avvenivano in luoghi lontani: questa volta le minacce colpivano i vicini della Russia e significò quindi la possibilità del ritorno della guerra in Europa.

Quando l’estrema destra prese potere in Austria, fu presto svergognata. Quando risorse in Italia, un altro ex stato fascista, fu convenientemente sottovalutato definendo il leader del movimento un clown. Quando ci volle la collaborazione di tutte le forze politiche francesi per prevenire l’ascesa alla presidenza della Le Pen, doveva essere chiaro che l’impensabile era di nuovo pensabile. La vittoria Victor Orban che prese il potere a Budapest e successivamente Jaroslav Kaczynski divenne il burattinaio della Polonia, si sperò che fossero solo dei passeggeri mal di denti. Ci volle la Brexit per scuoterci ma era già troppo tardi, così come fu tardi a Grbavica. L’impensabile divenne pensabile, divenne realtà.

Se anche così fosse, perché bisogna fermarlo?

In Europa, così come negli Usa, non sono mai mancate sacche di popolazione che credono nel valore del sangue e della razza, nella superiorità virile sul sesso gentile e sul considerare quella giungla del mondo come se fosse una serie di azioni legali da risolvere in tribunale.

Attorno a noi non vediamo i conclamati sintomi di quell’era paurosa. Non ci sono persone in ridicole uniformi, con anelli di sudore sotto le ascelle, che urlando in modo grottesco attraverso i microfoni radiofonici. Non vediamo assurdi criminali che marciano in file ordinate per le strade delle città. Non vediamo ebrei nascondersi dietro le porte di casa. Qualsiasi cosa si, Fascismo non è.

Certamente, non possiamo definire Donald Trump un fascista e la sua elezione non rappresenta un indice di cambiamento nei pattern di voto americani. Il candidato repubblicano ha ricevuto meno voti rispetto alla controparte e anche qualche voto in meno rispetto al candidato repubblicano della passata tornata elettorale. La novità, e il pericolo, non risiedono nel fatto della sua elezione, ma nel fatto che si sia potuto candidare. il problema non risiede quindi nelle regole di conteggio dei voti che gli hanno conferito la presidenza, ma nel fatto che abbia vinto il voto. Per questo dico, non esiste più nulla di impensabile.

Molto probabilmente Trump non farà nessuna delle azioni stravaganti sbandierate in campagna elettorale. Non bloccherà i mussulmani americani, o deporterà migliaia di stranieri, costruirà un muro al confine col Messico o distruggerà con le armi nucleari l’ISIS. Non annullerà lIranian Deal ne stravolgerà gli impegni militari americani nei confronti degli alleati, passando d forme contrattuali a proposte mercenarie ( “Scusate ragazzi, gli USA non vi aiuteranno, dopo tutto gli altri ci ripagano di più). sicuramente, non sposterà nemmeno l’ambasciata americana a Gerusalemme. Alla fine, dovrà sempre trovare un compromesso con il suo stesso partito, con l’establishment politico e dovrà valutare costi finanziari e politici con fredda realtà. Al di là dei limiti, è riuscito a rendere tutto ciò pensabile e questo è sufficiente per cambiare il mondo, irreparabilmente e in peggio.

In Polonia la destra al potere esultò inizialmente, un altro smacco contro quelle elite auto proclamatosi giuste che pensavano di aver tutto sotto mano. Questi ultimi hanno perso in Polonia, ora negli Stati Uniti, e ancora non sanno cosa li colpirà. Trump è, non plausibilmente viste le sue posizioni in merito alle questione di genere, aborto, divorzio, e visto la propria visione della confessione religiosa, annunciato come il campione dei tradizionali valori europei: apparentemente, per i cristiani fondamentalisti, l’islamofobia batte il “pussy grab”. Si rumoreggiava nei primi mesi che sarebbe stato un grande amico della Polonia, dato che sua nonna, secondo tali voci, fosse polacca della città di Lwów, passata all’Ucraina dopo la Seconda Guerra Mondiale; si racconta sempre apparentemente avrebbe rivendicato Lwów per la Polonia. Tale promessa, alla luce dei fatti è irrilevante, e ache a buon motivo: la nonna polacca non è mai esistita , essendo una svedese e l’altra tedesca. Con queste teorie confusionarie e di stampo cospiratore, contraddittorie e false unite alle stravaganti promesse, Trump sembra un clone di Kaczynski.

Ovviamente, queste sono cattive notizie per la Polonia. Innanzitutto perché l’amministrazione Trump sarà totalmente indifferente verso le vicissitudini interne al paese. Obama supportò la magistratura e i giornalisti polacchi nella lotta per preservare autonomia e indipendenza dal PiS; Trump mostrerà spallucce, non è un suo problema. In tutta franchezza, bisogna aggiungere che nelle opinioni dei sostenitori del PiS, ancora in maggioranza, ciò sarà una cosa positiva. Questa maggioranza sarà rinforzata dalla vittoria di Trump e potrà sperare nella vittoria nelle elezioni fissate per il 2019. Similmente, Trump sarà totalmente indifferente alle affermazioni cospirazioniste riguardo al presunto coinvolgimento russo nell’ incidente aereo di Smolensk del 2010, nel quale morirono il presidente Lech Kaczynski, il fratello gemello di Jaroslaw e 96 membri dell’etile polacca; ancora, questo non sarà un suo problema.

In secondo luogo, il fatto che Trump abbia pubblicamente minato alla credibilità della NATO darà a Putin l’incentivo per un test. Putin non cerca una guerra totale; il suo vero obbiettivo è riportare i confini dell’occidente dove erano nel 1989. Tra quei confini e gli immutati confini della federazione Russa ci sono la Nato e l’Europa. Tutto ciò che l’America deve capire è che sono molto lontani da Dio e molto vicini a Mosca. Il Trump che stiamo imparando a conoscere accetterà tale spiegazioni.

Esiste la possibilità, ovviamente, che Trump si concentri sulla politica domestica lasciando gli affari di politica estere dei quali conosce poco e non manifesta interesse, nelle mani dei suoi consiglieri politici, i falchi repubblicani. Costoro saranno felici di intrattenere rapporti con questa nuova Russia assertiva; probabilmente il prossimo match avrà luogo sulla frontiera est polacca.

Se vinceranno i falchi, ciò porterà indubbiamente a una Russia sconfitta e frustrata che aspetterà l’opportunità di vendicarsi, se non direttamente contro gli Stati Uniti sicuramente contro la Polonia. E questo, certamente, è lo scenario più ottimistico. Date queste premesse, gli Stati Uniti di Trump, come la Polonia sotto il PiS, non avranno amicizie permanenti, ma solo interessi permanenti e sarà pronto a scaricare la Polonia per un accordo migliore, così come la Polonia scaricò l’opposizione Bielorussa per giungere a un accordo redditizio con il presidente Lukashenka. Non possiamo quindi aspettarci nulla di meglio.

L’effetto Trump in Europa avrà una ricaduta sulle elezioni, fortificando i partiti di estrema destra. Il primo test sarà il 4 dicembre per le elezioni austriache e il referendum costituzionale italiano. L’estrema destra è sicura di vincere anche se le loro vittorie di questi movimenti erano annunciate già prima dell’arrivo di Trump. Il test chiave però si avrà il prossimo anno con le elezioni presidenziali in Francia e quelle parlamentari in Germania. In Francia, il Front National di Marine Le Pen è sicura di entrare al secondo round; ora è molto alta la probabilità di vincere l’intera tornata elettorale. Se eletta, la Le Pen ha promesso di indire un referendum sulla “Frexit”; il risultato è impossibile da prevedere. Se anche in Italia il Governo verrà sconfitto dall’esito del referendum, ci sarà la possibilità di elezioni per l’anno prossimo con la vittoria del movimento populista Cinque Stelle di Beppe Grillo. Grillo ha promesso un referendum per receder dall’euro, e se vinto, un referendum sulla permanenza del paese nell’Unione sarà inevitabile.

La Germania al momento, sembra riuscire a sopportare bene la tempesta, anche se il partito populista e anti-immigrazione “Alternative fur Deutchsland” probabilmente entrerà nel Bunstag come terzo partito (nei peggiore dei casi come secondo). L’AfD, difficilmente controllata dall’establishment, potrebbe salire al governo oppure se organizzata, potrà rendere la Germania ingovernabile attraverso l’azione civica. Processi simili potrebbero manifestarsi in altri paesi di Europa.

Oltre a tutto ciò, una ondata di sentimento anti migratorio e islamofobico, legittimato dal trionfo oltre oceano e poggiante sul malcontento domestico, invaderà il continente. Coinciderà con un drammatico aumento dei rifugiati che raggiungeranno l’Europa. Trump ha recentemente annunciato che abbandonerà il supporto al fronte anti-Assad, muovendo ancora più persone, e contemporaneamente la Turchia denuncerà l’accordo sui rifugiati; si rifiuta di moderare le repressive leggi anti-terrore come chiesto dall’UE. Il risultato vedrà l’Europa rendersi alle richieste turche.

Nessuno di questi processi è legato alla vittoria di Trump, ma all’impensabile che diventa pensabile. Inoltre, tutto ciò avrà l’effetto di di mobilitare colore che, scossi dal torpore, combatteranno con tutto perché ciò non avvenga. Al contempo, le crescenti complicazione dei negoziati della Brexit, potrebbe fomentare i gruppi populisti se Bruxelles sarà troppo dura. Qualsiasi sia il risultato , il vincitore netto è uno solo, la Russia.

Putin ha lavorato duramente contro l’UE, vedendo in essa un nemico capace di frenare il proprio espansionismo, e di predicare i valori di democrazia, pluralismo, tolleranza e stato di diritto. E’ per questo che ha supportato finanziariamente e politicamente i movimenti populisti di estrema destra.

Una debole e cigolante EU, con il Regno Unito fuori da essa, non sarà di certo nella posizione di contestare la già minata credibilità della NATO. Gli stati si sentiranno quindi obbligati a negoziare la propria sicurezza tramite trattati bilaterali con Mosca.

Gli ebrei in tutto questo, andranno e verranno. Saranno tormentati tra lottare contro le spinte antisemitiche comparse durante la campagna elettorale di Trump e tra sostenere il probabile endorsement di Trump verso le dure politiche israeliane contro i palestinesi. La contraddizione tra le due è superficiale. L’amministrazione Trump sembra sostenere gli “ebrei utili”, coloro che combattono contro gli arabi i quali altrimenti andrebbero negli Stati Uniti, al di la che siano terroristi o rifugiati. Ci si aspetterà, zero tolleranza verso gli “ebrei inutili” o pericolosi: gli internazionalisti supporter di Hillary Clinton, gli animi buoni che supporteranno i Musulmani, o gli intellettuali responsabili dei grandi governi e politica corretta.

Jared Kushner, marito di Ivanka, dovrà continuamente respingere le accuse di antisemitismo. Così dovranno fare gli ebrei che accetteranno l’accordo: fuori dalla paura, fuori dalla convenienza o fuori dalla visione del mondo del vincitore delle elezioni. Tutto ciò non sarà una novità: come gli ebrei europei che seguirono i partiti di estrema destra prima che la Shoah precludesse tale opzione e dopo la Shoah, quando il fatto era irrilevante.

Le vacanze e le pause ora sono finite.

Konstanty Gebert

Analisi di Konstanty Gebert

27 marzo 2017

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Scopri tra gli Editoriali

Il libro

Valzer con Bashir

Ari Folman, David Polonski

La storia

Fannie Lou Hamer

Attivista per i diritti civili e politici dei neri