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La Responsabilità, tra compiti e bisogni

di Salvatore Natoli

Salvatore Natoli al Teatro Franco Parenti

Salvatore Natoli al Teatro Franco Parenti

Pubblichiamo di seguito l'intervento del filosofo Salvatore Natoli all'ultimo appuntamento con il ciclo "La crisi dell'Europa e i Giusti del nostro tempo", tenutosi il 18 maggio presso il Teatro Franco Parenti.

Ringrazio di essere stato invitato alla presentazione di questa Carta, che è una “tavola di valori” ma ancor più una “indicazione di compiti”. È chiaro infatti che, per quanto si è detto sulla verità, i valori vanno ridefiniti nel tempo, nei contesti, nelle emergenze. È chiaro che ci sono delle cose che trascendono la congiunturalità; ma noi siamo soggetti storici, singoli soprattutto, ed è nel momento e nel contesto che bisogna fare valere il valore. Quindi diciamo che la Carta è l’apertura ad un compito illimitato e, in questo senso, estensibile ed integrabile.

Ringrazio anche di essere qui, perché lo sono stato più o meno fin dall’inizio. Mi fa molto piacere avere accompagnato sin dai primi vagiti l’iniziativa di Gariwo, e il fatto che sia cresciuta, che abbia avuto un incremento, che abbia trovato un grande consenso, è già un segno della fecondità del bene.

Mi interessa mettere in evidenza alcuni punti della Carta, alcune questioni, aprire dei focus di ragionamento. La chiave di questa Carta è la Responsabilità; responsabilità che si può intendere in due modi fondamentali. Innanzitutto l’adempimento di un compito assegnato (ovvero tu sei responsabile perché hai un compito assegnato e devi portarlo a termine), perché l’assegnazione di un compito vuol dire fondamentalmente che rispetto a te ci sono persone che hanno delle aspettative, e se tu non realizzi bene il tuo compito tu deludi tali aspettative. Ne consegue che la prima forma di essere Giusti è quella più normale e ordinaria: fare quello che si deve fare dove si è, che è la nozione giudaica di Giusto.
La forma preliminare del Giusto è quindi l’osservante, cioè chi rispetta i precetti. E i precetti, se non sono cose arbitrarie - e non lo sono mai perché si stabilizzano nel tempo - sono i doveri che ognuno deve compiere per soddisfare l’aspettativa di un altro. Ecco allora che da questo punto di vista la prima forma della responsabilità è fare bene quello che si deve fare. La misura in cui essi agiscono bene è quindi la soddisfazione che danno ai loro utenti o la capacità di soddisfare in modo adeguato i bisogni.

Di contro, la prima deviazione della responsabilità, e anche quella più ordinaria e più diffusa, è non fare bene quello che si fa. La prima domanda che dobbiamo porci è “ma noi facciamo bene quello che dobbiamo fare? Adempiamo il nostro compito? Tradiamo le aspettative degli altri o invece veniamo incontro ad esse?”. La prima forma d’ingiustizia è disattendere un’attesa, che equivale a tradire una promessa. Questo è lo stadio primo, quello più direttamente personale.

Vi è poi un livello più profondo della responsabilità che non riguarda il rispetto o l’adempimento di ciò che è assegnato, ma la risposta ad un bisogno che perfino è inespresso
Tutti noi siamo portatori di bisogni. In questo caso quindi la dimensione della responsabilità non è il fare ciò che si deve ma l’ascoltare il bisogno dell’altro,  sentirsi corresponsabili della vita altrui. E questa è la prima forma reale di sentimento di reciproca obbligazione.
La responsabilità non è fare ciò che io devo, ma riconoscere la voce dell’altro, perché tutti siamo portatori di bisogni. Non solo, ma molte volte non siamo nemmeno perfettamente consapevoli di quello che vogliamo ed è l’altro che ci permette di comprenderlo, che ci rivela noi stessi. Noi siamo un cumulo di desideri, di bisogni, di pulsioni, ed è nella relazione con l’altro che abbiamo un criterio di verità, perché è nel rapporto e nell’interazione con l’altro che la pulsione e il desiderio si portano a parola, diventando discorso.

Questo è il dialogo. C’è dialogo se ti metti in ascolto con l’altro. Il dialogo è difficile, perché l’atteggiamento interiore del dialogante - quando comincia a parlare con un altro - è l’idea che alla fine la potrà pensare in modo radicalmente diverso da come la pensava all’inizio.
Il dialogo suppone quindi l’atteggiamento del proprio radicale auto-cambiamento alla luce della parola dell’altro, o la conferma della propria convinzione perché dall’altro, nel dibattito, viene la possibilità di poterla riaffermare. Se tutto questo viene a mancare, il dialogo non è possibile, e siamo in presenza di una retorica del dialogo in cui le persone non si parlano, si intrattengono.

I danni peggiori sono nati da soggetti che hanno combattuto per la verità, si sono immolati per la verità, hanno ucciso e si uccidono per la verità. Ne è un esempio il kamikaze. Si capisce quindi che la via verso la verità passa attraverso la sua interrogazione - la scepsi. Poi si trova, ma si trova per momenti, per intervalli, per tagli. Parlando con Gabriele Nissim citavo il film Silence, di Scorsese, in cui alla fine il gesuita, arrivato in quelle terre per evangelizzare, dinnanzi alla tortura che viene imposta ai convertiti dice: “Dio non può volere questo, allora è meglio abiurare, piuttosto che credere in qualcosa che ha come conseguenza questa distruzione dell’uomo”.

Passando al secondo argomento, chi è quindi il Giusto?
Inizierei con un’affermazione che definisco di ottimismo tragico - anche perché, ritengo che l’ottimismo o è tragico o è stupidità, perché non si può essere ottimisti dinnanzi all’orrore. In che consiste l’ottimismo tragico? Consiste in un ragionamento per absentia. Con quello che vediamo nel mondo, quello che leggiamo sui giornali, noi siamo in una guerra continua; c’è una crudeltà sterminata, ci sono centinaia di migliaia di morti al giorno, per non parlare di quelli che muoiono per fame. Se uno ci pensa, perde il respiro. E allora la domanda fondamentale è quella che si facevano i cabalisti: “come fa a stare in piedi il mondo dinnanzi a questo orrore, perché ancora non è crollato, perché non si è disfatto?”. 
La risposta è perché ci sono i Giusti, anche se non sappiamo chi sono, e non lo sapremo mai. E i Giusti che conosciamo, come dice Gabriele, sono quelli che conosciamo ex post e per caso. Vi dico di più, non possiamo neanche dire che sono Giusti in assoluto, che hanno sempre compiuto atti di giustizia. Se guardiamo le loro biografie, infatti, spesso notiamo che questi individui hanno storie ambigue, tutt’altro che cristalline. Nonostante questo, di fronte al Male estremo hanno compiuto un atto che in quel momento ha aperto una dimensione di verità. 
Infatti la caratteristica del Giusto è il suo essere un deviante, ma non perché abbia intenzione di deviare, come atto programmato. Il giusto è un deviante perché, nonostante ci sia una condotta comune ritenuta come ovvia, oltre un certo limite percepisce d’istinto che non si può andare oltre.

Tutti erano fascisti, nel comportamento collettivo, quelli che non lo erano non lo potevano nemmeno dire - pochi erano gli oppositori -, e poi c’erano persone relativamente indifferenti in quel regime, che tutto sommato si adattavano, che non erano oppositori politici. Tuttavia, quando queste persone videro i primi segni di persecuzione degli ebrei, non esitarono ad allontanarsi dal comportamento comune e si impegnarono nel salvataggio degli ebrei.

I Giusti quindi percepiscono che qualcosa sta superando il limite, e se ne rendono conto quando ancora gli altri non lo vedono; è in questo senso che sono inauguranti, esemplari. Alcuni di questi storicamente li abbiamo riscoperti, ma probabilmente molti Giusti, che hanno salvato e aiutato i perseguitati, sono ancora sconosciuti.

Il Giusto non è colui che si propone, ma colui che opera per il bene senza farlo vedere mai, e questo deve motivare le nostre personali individualità. Dobbiamo fare il bene non perché lo si sappia, dobbiamo fare il bene per farlo. In un mondo centrato tutto sulla vanagloria, la dimensione dell’apparire prevale, rispetto all’umiltà dell’agire. Nella rete hai la costante esibizione spudorata di te, e menti anche su te stesso; puoi perfino simulare dolore per attrarre, per destare pietà.
La rete non è il luogo della verità, ma è il luogo più perfetto della menzogna, non c’è la scepsi crudele che domanda e interroga. 

Ci vuole quindi una rivoluzione cognitiva. Ci vuole una rivoluzione cognitiva nelle scuole - “imparare a pensare” e non “imparare delle cose”, socraticamente iniziare a studiare per dilemmi, e non per affermazioni.

Questo educa al dibattito pubblico, che procede per dilemmi, per argomenti contrapposti, altrimenti non è dibattito. Perché quindi non abbiamo un dibattito pubblico? Perché abbiamo una lotta competitiva che punta sulle emozioni per vincere. Per vincere devi titillare il peggio dei soggetti, devi entrare nei loro desideri, nel loro basso ventre, per sedurli. Di conseguenza, non è necessario produrre argomenti, ma basta lavorare sui sentimenti forti e di base: il desiderio, l’ira, la paura, la voglia. È un po’ utopistico, difficile da realizzare, invece, un dibattito politico pubblico che abbia l’asciuttezza, ed il tempo, del ragionamento.

Vedete bene che tutto questo diventa pratico, quotidiano; il professore lo deve fare ogni giorno, questi pensieri devono entrare nella media, costante quotidianità.
Perché il Giusto, quando si vede - e raramente si vede -, è colui che persevera costantemente nel tempo in ragione del bene, sentendosi, rispetto a questo, costantemente inadeguato.

Occorre partire da queste considerazioni per fare in modo che quello che è una Carta possa trasformarsi in vita, nel ritmo ordinario delle nostre esistenze.

Salvatore Natoli, filosofo

Analisi di Salvatore Natoli, filosofo

18 maggio 2017

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