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La Russia che chiude Memorial è un Paese che restaura il passato

di Anna Zafesova

“In Germania è stato chiuso il campo di concentramento di Dachau, con la motivazione che i responsabili di questo museo stanno cercando di calunniare il glorioso passato tedesco. Simon Wiesental, che indagava i crimini dei nazisti, è stato condannato a 15 anni di carcere. No, chiedo scusa, non è accaduto in Germania, è successo in Russia. È stato chiuso, per lo stesso motivo di cui sopra, l'agente straniero Memorial, e a essere stato condannato a 15 anni è lo storico Yuri Dmitriev che indagava sulle stragi compiute dallo stalinismo”. 

La sferzante critica con la quale la giornalista dissidente Yulia Latynina ha inaugurato l'anno nuovo nella sua trasmissione alla radio Eco di Mosca - “sono già trascorse le prime 19 ore dell'anno e nessuno è ancora stato dichiarato agente straniero, o arrestato” - riassume bene il lato surreale dell'ultima notizia dell'anno da una Russia che aveva aperto il 2021 con l'arresto di Alexey Navalny. Dal 17 gennaio al 28 dicembre 2021, meno di dodici mesi per completare la transizione da un autoritarismo più o meno “soft” a una dittatura che equipara un'opinione dissenziente a un reato, e si impegna a produrre un'ideologia obbligatoria per tutti, a cominciare da una versione unica e indiscutibile del passato. In mezzo ci sono stati tanti episodi, dalle migliaia di arresti in piazza alle manifestazioni di protesta alla chiusura di Ong e media, passando dal voto di settembre alla Duma che hanno segnato il distacco definitivo della Russia dal concetto di democrazia elettiva, e concludendo con l'escalation militare senza precedenti al confine con l'Ucraina. Ma la decisione della Corte Suprema russa di liquidare la Ong più vecchia del Paese è stata un finale coerente quanto simbolico di un'ideologia ormai compiuta che giustifica e guida questa metamorfosi.

A differenza di tanti altri movimenti o media, Memorial infatti non era nella prima linea della battaglia politica, anche se i suoi attivisti erano impegnati su molti fronti, dalle torture nelle carceri alle persecuzioni dei dissidenti alla divulgazione nelle scuole. Fondata da Andrey Sacharov, l'associazione era celebre soprattutto per aver denunciato e documentato i crimini del comunismo. È stato grazie all'immensa banca dati raccolta da Memorial che milioni di ex sovietici hanno scoperto che fine hanno fanno i loro genitori e nonni, fucilati, arrestati, morti nel Gulag o deportati. È stato grazie a Memorial che molte vittime sono state riabilitate, e i loro eredi hanno avuto la possibilità di ottenere risarcimenti o pensioni. Memorial era, come si capisce già dal nome, un monumento vivente, la storia che non si dimentica, il “mai più” che segnava un limite da non oltrepassare nel resuscitare il passato sovietico. L'organizzazione conta di poter continuare a funzionare, sotto altri nomi e attraverso una serie di alias giuridici con sede anche in Paesi europei come l'Italia, ma questo limite ora non c'è più. E nulla può essere più sintomatico dell'arringa del procuratore che ha accusato Memorial non di quei reati procedurali che gli sono stati incriminati formalmente, ma del vero “crimine” ideologico: “ha coperto di fango la nostra storia, cercando di convincere noi, i nipoti dei vincitori, a vergognarci di un passato che ci viene raccontato come terribile, e l'Urss come regime di terrore”.

Il problema è che l'Urss è stata un regime di terrore, e i nipoti dei vincitori – nella Seconda guerra mondiale, quella vittoria che Vladimir Putin negli anni ha trasformato nell'evento più importante della storia nazionale e dalla quale deduce tutte le sue rivendicazioni di dominio territoriale in Europa e nel mondo – sono spesso anche i nipoti dei carnefici del Gulag. A differenza della Germania, la Russia non ha nemmeno tentato un processo di riflessione e ammissione di colpa, e se nei primi anni post-comunisti questo velo steso sul passato poteva sembrare una necessità per non spaccare un Paese già tormentato, ora appare una scelta valoriale precisa: poche settimane prima della sentenza Memorial la giustizia russa ha respinto la richiesta di alcuni parenti delle vittime dello stalinismo di svelare i nomi dei loro assassini per “non fomentare odio”. La colpa non soltanto non si espia, si occulta, e Stalin – già da anni in cima alle classifiche dei leader preferiti dei russi – viene definitivamente riabilitato.

È l'ultimo tassello di una restaurazione passata da film e manifesti, monumenti e libri (il manuale unico di storia voluto da Putin liquida le purghe staliniane in pochi paragrafi), dalla raffigurazione del dittatore su un'icona nella nuova cattedrale del ministero della Difesa (cancellata dopo una grande polemica) alla nazionalizzazione del museo dei prigionieri politici nel campo Perm'-35. La Russia entra nel 2022 come un regime che vuole restaurare politicamente (non economicamente) l'Unione Sovietica, e se le richieste avanzate da Putin alla agli Usa e ai loro partner europei nella Nato vorrebbero tornare a prima del crollo del Muro di Berlino, con la spartizione dell'Europa in sfere d'influenza che passano più o meni dai confini imposti da Yalta, la liquidazione di Memorial riporta l'orologio della storia ancora più indietro, al 1984, prima che Mikhail Gorbaciov iniziasse la sua opera di liberalizzazione. La denuncia dei crimini del comunismo stalinista ne era stata la colonna portante, quella svolta dopo la quale il tentativo di riparare la facciata del socialismo reale dandogli un “volto umano” era diventata un'opera di demolizione del totalitarismo. Un'opera che purtroppo non è stata conclusa. L'avvocato di Memorial Genri Reznik ha citato davanti alla Corte Suprema il famoso passaggio di Anna Akhmatova sulle due Russie, “quella che stava dentro e quella che metteva dentro”, e ha aggiunto che “in questa aula, queste due Russie si guardano in faccia”. Ed è evidente che il prossimo disgelo a Mosca inizierà esattamente da dove erano iniziati quelli di Krusciov e Gorbaciov: dalla detronizzazione di Stalin.

Anna Zafesova

Analisi di

11 gennaio 2022

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