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La seconda fase della guerra in Siria

di Alberto Negri

Per la guerra siriana dei sette anni comincia la seconda fase, forse ancora più pericolosa della prima conclusa dalla vittoria della Russia e dell’Iran che sono riusciti a tenere in sella Bashar Al Assad. Come dimostrano gli ultimi raid missilistici su Aleppo e Hama per colpire postazioni iraniane e di Damasco e le accuse a Teheran del premier israeliano Benjamim Netanyahu, sarà da un lato un conflitto fatto di azioni militari di Israele e Occidentali nei confronti dell’Iran in territorio siriano e dall’altro si ricorrerà a una sorta di diplomazia punitiva per provare a imporre nuove sanzioni a Teheran.

Il presidente americano Donald Trump si prepara il 12 maggio a disdire l’accordo sul nucleare firmato con Teheran. Un accordo siglato con il Cinque più Uno nel luglio 2015 che, adesso, l’Europa di Macron-Merkel difende fino a un certo punto perché si dichiara pronta comunque a negoziarne un altro. Come se l’intesa fosse stata violata dagli iraniani: in realtà sono gli Stati Uniti che non la rispettano imponendo sanzioni secondarie alla banche europee che concedono crediti all’Iran. Bloccano così anche i prestiti per le commesse delle aziende italiane (circa 25-30 miliardi di dollari). Ma questi sono dettagli perché la legalità internazionale e gli accordi, come dimostra il caso dei dazi americani, dall’Europa all’Asia, sono ormai carta straccia.

Agli europei converrebbe che gli americani uscissero dall’intesa sul nucleare con Teheran dove resterebbero con cinesi e russi nella posizione di potere negoziare con il regime degli ayatollah. La stessa mossa americana di annullare l’accordo lascerebbe ancora una volta gli Usa in posizione di difficoltà: Washington soddisfa gli alleati israeliani e sauditi ma rischia di regalare a Mosca un’altra carta diplomatica. Il presidente russo Vladimir Putin è in fondo l’unico leader che nella regione parla con tutti, dai siriani, gli israeliani, ai sauditi, dai turchi agli iraniani.

Per ora comunque resiste bene la solidarietà atlantica nello scatenamento di nuovi conflitti nel Mediterraneo di cui la Siria è il banco di prova, con la prospettiva, se Israele lo vorrà, di allargarlo al Libano degli Hezbollah, il partito di Dio sciita alleato della Repubblica islamica iraniana. Qui, anche gli ineffabili politici italiani dovranno svegliarsi, nel Sud del Libano sono di stanza sulla Blue Line con la missione Onu (Unifil) oltre mille soldati italiani su 4.500 peacekeeper, tutti al comando degli alpini della Julia.

Nel 2006 quando si scatenò il conflitto Hezbollah-Israele, l’Italia fu al centro della mediazione internazionale per il cessate il fuoco. L’allora Ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema fece una storica passeggiata tra le macerie dei quartieri meridionali di Beirut e Roma. Oggi - questa è una constatazione ovvia - siamo ai margini di tutto.

Per ora si segnala soprattutto la nascita di un asse sempre più solido tra gli Usa e gli alleati degli americani - Francia e Gran Bretagna - con lo Stato ebraico, che non manca occasione. Anzi. Come ben dimostrano le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu che, in diretta tv globale, ha accusato l’Iran: «Abbiamo le prove di un programma nucleare segreto». Praticamente, per distruggere il delicato accordo di pace avviato da Obama e dalla leadership europea, è tornato alla carica con la stessa sceneggiata di qualche tempo fa al Congresso Usa. E come ben dimostrano anche le minacce fatte in precedenza dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman, che ha rimarcato che gli israeliani sono pronti in ogni momento a scatenare raid e attacchi missilistici, subito avallati del resto dal nuovo segretario di Stato Usa Mike Pompeo. Il neo-segretario di Stato ha anche giustificato le dozzine di morti per le proteste di Gaza affermando che «Israele ha diritto a difendersi», un refrain ben conosciuto che conferma il doppio standard della politica Usa in Medio Oriente: Israel First, Israele viene prima di tutto. Chi accetta questo slogan verrà preso in considerazione come un amico, chi lo rifiuta se la passerà male, anche lo stesso Putin, che per tenere buoni gli oligarchi, sotto pressione per le sanzioni internazionali, ha bisogno di appoggiarsi al mondo del business dello Stato ebraico.

In poche parole c’è un asse atlantico-israeliano che detta la nuova agenda delle Guerre Mediorientali. La supervisione di questo secondo capitolo del conflitto siriano è affidata a Israele che, con il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e il riconoscimento della città come capitale dello Stato ebraico contro ogni risoluzione dell’Onu, è diventato ufficialmente il poliziotto americano della regione, come ai tempi dello Shah Reza Palhevi l’Iran era il guardiano del Golfo degli Stati Uniti.

Si tratta di un regolamento di conti che dura quasi da quarant’anni, dall’anno della rivoluzione nel 1979 e dalla presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa di Teheran il 4 novembre dello stesso anno: l’era della destabilizzazione cominciò allora, seguita dalla guerra in Afghanistan contro l’Urss.

In molti hanno cercato di individuare le origini del conflitto siriano. È stato spesso letto in Occidente come uno scontro tra sciiti e sunniti, come l’esito di una rivoluzione fallita, come un conflitto per le pipeline del gas o come una guerra per procura delle Grandi Potenze. In realtà, ci sono dentro tutti questi elementi: in questa guerra non c’è un solo imputato e una sola colpa, ma ci sono concorsi di colpa e molti imputati.

È ovviamente cominciato tutto con la rivolta contro il regime di Assad nel 2011 e questo conflitto è stato per alcuni periodi di tempo un conflitto interno. È diventato un conflitto internazionale nel momento stesso in cui, il 6 luglio del 2011, l’Ambasciatore americano Ford è andato a passeggiare in mezzo ai ribelli di Hama per dare il segnale che il regime di Assad si poteva colpire. Poi c’è stato il coinvolgimento della Turchia, che ha aperto la strada del Jihad facendo affluire migliaia di combattenti islamici da tutto il mondo musulmano. E questa è stata la parte del conflitto che ha trascinato dentro come finanziatori della guerriglia anche le monarchie del Golfo.

La guerra siriana è cominciata come una rivolta, è proseguita come una guerra civile, ma è subito diventata una sorta di guerra per procura con la partecipazione di tutte le potenze con l’obiettivo di abbattere il principale alleato dell’Iran. Ricordiamoci che la Siria, nel 1980, è stato l’unico Paese arabo a schierarsi con Teheran, quando ci fu l’attacco di Saddam Hussein.

Il messaggio odierno è chiaro: si sdogana Kim Jong-un che incontrerà Trump con un menù abilmente apparecchiato dal triangolo Pechino-Pyongyang-Seul, ma si deve ribaltare l’Iran – Paese dal regime discutibile ma che difende strenuamente la propria sovranità – a favore della preminenza strategica israeliana nella regione. La Siria e magari anche il Libano, dove si è appena andati alle urne, rischiano quindi di essere il campo di battaglia di un altro conflitto ancora più ampio.

Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra

Analisi di Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra

7 maggio 2018

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