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La storia eroica e drammatica di Antonina Wyrzykowska

di Konstanty Gebert

Antonina Wyrzykowska (1916-2011) abitava col marito Aleksander nella campagna di Janczewko, nei pressi di Jedbawne. Il 10 luglio 1941, furono testimoni del massacro degli ebrei, da parte degli abitanti del villaggio, aizzati dai tedeschi (cfr. J. T. Gross, I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia. Mondadori 2002).

Poco tempo dopo i tedeschi crearono un ghetto a Łomża, nel quale rinchiusero gli ebrei della città, quelli sopravvissuti al massacro di Jedbawne, e altre persone. I Wyrzykowski portarono cibo alla gente rinchiusa nel ghetto fino a che non fu liquidato, alla fine del 1942. Allo stesso tempo, ospitarono (in rifugi ricavati nella loro fattoria, sotto il porcile e il pollaio) 7 persone, scampate al massacro di Jedwabne, fuggite dal ghetto in liquidazione. A quel tempo avevano già due figli piccoli. Aiutando gli ebrei, mettevano a rischio non soltanto la propria, ma anche la loro vita. Nonostante la vicinanza dei soldati tedeschi e le loro ricerche fatte da pattuglie con i cani, i nascondigli non vennero scoperti.

Nel gennaio 1945, dopo l’arrivo dell’esercito sovietico, gli ebrei potettero uscire fuori. Erano: i fratelli Berek e Mojżesz Olszewiczów; la fidanzata di Mojżesz, Elka; Szmul Wassersztajn; Izrael Grądowski; Jankiel Kubrański e la sua fidanzata Lea Sosnowska.

Per i Wyrzykowski fu invece l’inizio di tempi difficili. Quando si diffuse la notizia che erano riusciti per due anni e mezzo a nascondere degli ebrei, nella notte tra il 13 e il 14 marzo 1945, si presentarono a casa loro 6 vicini appartenenti alle formazioni partigiane nazionaliste. “Ci costrinsero a sdraiarci per terra e ci percossero coi bastoni”, ha raccontato Antonina Wyrzykowska ad Anna Bikont, autore del libro My, z Jedwabnego (Noi, di Jedwabne, Wyd. Czarne 2015). “Mi picchiarono così tanto che non avevo nemmeno una parte del corpo che non fosse coperta di lividi”. Gridavano: “Voi, scagnozzi degli ebrei, avete nascosto quelli che hanno messo in croce Gesù”, “Parla, dove hai messo l’ebreo?”. Io dicevo: “Da molto non ci sono più ebrei”. Infatti loro se n’erano andati tutti via, soltanto Szmul era rimasto e se ne stava nascosto sotto le patate, nella cantina del vicino. Fecero del male a mio padre. Ci portarono via quasi tutto. Attaccai i cavalli al carro. Fui abbastanza forte...”. “Quando tornò indietro era già l’alba”, ricordò suo marito che, su consiglio del suocero, si era nascosto dagli aggressori, “perché questi sono affari tra uomini, e alle donne non faranno del male. Ma lei quando scese dal carro perse conoscenza”.

Il giorno successivo fuggirono a Łomża, dove si erano nel frattempo stabiliti gli ebrei che avevano salvato. Non sarebbero più tornati a Janczewko. In aprile Antonina Wyrzykowska consegnò al locale Ufficio di polizia una denuncia per l’aggressione subita, con i nomi di coloro che l’avevano picchiata. Uno di loro fu condannato (uno storico dell’Istituto per la Memoria Nazionale, IPN, ha descritto questo fatto come: “consegna di partigiani dell’Esercito dell’Interno, AK, nelle mani del regime comunista”!).

La situazione era pesante. Come ha detto Antonina: “Ho nascosto 7 persone per 28 mesi in un rifugio nel porcile sotto lo sterco. Faccio notare che loro erano senza un soldo. Non mi interessava il denaro, ma salvare vite umane; non c’entrava la religione, erano esseri umani. Dopo la liberazione, sono stata picchiata molte volte e anche loro sono stati in pericolo, quindi ho dovuto lasciare il mio Paese”.

In autunno infatti emigrò assieme a coloro che aveva salvato (escluso Izrael Grądowski). Il marito Aleksander e i figli rimasero in Polonia. Dopo alcuni mesi di permanenza nel campo profughi a Linz, in Austria, Antonina comprese di non poter vivere senza i suo familiari e tornò indietro. Andarono ad abitare a Bielsko Podlaski, dove potettero comprare una casa e della terra, grazie all’aiuto di uno di quelli che avevano salvato. Ma non ebbero fortuna. La piccola azienda agricola fallì e, alla fine degli anni Sessanta, dovettero andar via.

Grazie al sostegno dello storico ebreo Szymon Datner, la famiglia Wyrzykowski si trasferì a Milanówek, vicino a Varsavia. Antonina trovò lavoro come custode, facendo la pendolare con Varsavia. Poi lavorò come commessa. Aleksande morì, quando Antonina lavorava come donna delle pulizie. Tuttavia, iniziò a viaggiare negli Stati Uniti su invito dei suoi amici ebrei. Con il tempo le visite all'estero si fecero sempre più lunghe: Antonina viveva ormai tra i due Paesi.

Nel 1976, i Wyrzykowski vennero riconosciuti da Yad Vashem come Giusti tra le Nazioni, e 17 anni dopo, anche i loro genitori, ormai defunti, vennero ugualmente onorati. Nel 2007, il presidente polacco Lech Kaczyński decorò Antonina con la Croce di Commendatore dell'Ordine della Polonia Restituta. La proposta di intitolarle il liceo di Jedwabne fu respinta dal consiglio comunale. E il sindaco, Krzysztof Godlewski, che aveva avuto l’idea di onorare Antonina in questo modo, dovette addirittura andarsene.

Per tutto il dopoguerra Antonina ebbe paura di condividere le sue conoscenze sull’allora poco conosciuto pogrom di Jedwabne. Fu presente alle celebrazioni di Varsavia del 60° anniversario del massacro, ma si rifiutò di recarsi a Jedwabne. Quando le fu chiesto, da Anna Bikont, a quante persone avesse detto che nascondeva ebrei, rispose: “Avrei potuto dirlo a persone fidate, ma uno non se ne vanta perché ha paura. (...) Ho avuto il piacere di salvare la vita di alcuni ebrei. Ma la gente ha considerato negativamente questo fatto. Forse se, alla fine degli anni ‘40, avessi nascosto degli uomini di colore, l’avrebbero visto diversamente. Del resto lei sa in che Paese viviamo: mi dica quante persone ci sono in Polonia favorevoli al fatto che ho nascosto degli ebrei? Uno su dieci forse è troppo? Bisogna dire onestamente che quando si ha un ebreo per amico, si hanno subito dei polacchi come nemici”.

Antonina Wyrzykowska verrà onorata, martedì 23 settembre, nel Giardino dei Giusti di Varsavia, con la collaborazione di Gariwo.

Konstanty Gebert, giornalista

Analisi di

13 settembre 2021

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