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La violenza nel calcio, note a margine

di Nadia Neri, psicologa analista

Ciro Esposito, trent'anni, napoletano e tifoso del Napoli, è morto pochi giorni fa al Policlinico Gemelli di Roma. La sua colpa è stata di essersi recato nella Capitale per vedere la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Un tifoso romanista gli ha sparato ad altezza d'uomo e viene quasi sempre taciuto che costui è legato ad ambienti estremisti neonazisti, come si evince dalla sua foto pubblicata su tutti i giornali.

Ciro Esposito era di Scampia, il quartiere periferico di Napoli reso tristemente famoso da Gomorra, in grado comunque di esprimere la sua parte migliore attraverso persone come Ciro, un lavoratore, un ragazzo onesto. Un tifoso romanista assieme a molti altri ha pensato bene di assalire i tifosi napoletani, e la sua squadra non era neppure in campo...
Camminando per Roma si sentono giustificazioni di ogni tipo all'accaduto, si sente parlare di vendette da mettere in atto e questa volta il nemico non è il rom, l'omosessuale, l'ebreo, l'uomo di colore, ma "soltanto" il tifoso di un'altra squadra.

I meccanismi che generano la violenza, in realtà, sono sempre gli stessi.

Chiediamoci come sia possibile che la violenza si annidi nelle persone in modo così forte e spietato; voglio precisare che intendo occuparmi solo del fenomeno violenza e non del mondo delinquenziale che vive all'ombra del calcio - penso a scommesse clandestine, totonero e così via. Esistono bande di teppisti organizzati, mascherati da tifosi, in quasi tutte le squadre: assistiamo a manifestazioni di un odio che travalica pericolosamente le rivalità, un odio che ha radici in episodi antichi che vengono ricordati con forza per alimentare risentimenti e spirito di vendetta.

Nel tifo calcistico vi è l'identificazione con la propria squadra, con l'aggravante del sentirsi parte di un gruppo preciso, ben delineato, e questo rafforza un senso di sicurezza di cui molti hanno bisogno perché non l'hanno trovato in famiglia; sentirsi parte di un clan rassicura e offre un senso di forza apparente e perciò pericolosa. Il sentimento dominante è questo: chi è dentro è amico a priori, comunque sia e qualsiasi cosa faccia, e chi è fuori, allo stesso modo, è un nemico.

Descrivo le dinamiche che negli studi degli anni '70 si chiamavano ingroup e outgroup e ribadisco ancora una volta che la patologia consiste sia nel proiettare fuori - solo fuori di noi c'è il male -, sia nel generalizzare. Va anche sottolineato come l'identificazione con un giocatore alimenti la sua idealizzazione e nell'assenza totale di modelli positivi, che dura ormai da decenni, i giovani si rifugiano nell'ideale incarnato dal campione della propria squadra. Voglio chiarire i rischi legati alle generalizzazioni: un rom può essere un ladro, ma il razzismo e il pregiudizio si formano quando sulla base di singoli episodi si generalizza affermando che allora tutti i rom sono ladri.

Nel calcio, purtroppo, è stata incanalata una parte consistente della violenza che esiste nella nostra società e anche in questo caso ciò è favorito dall'acquiescenza dei più - una maggioranza silenziosa e indifferente. Abbiamo assistito per tutto l'anno negli stadi a insulti contro giocatori di colore e soprattutto contro categorie intere, a Roma, a Milano a Torino. Abbiamo sentito invocazioni al Vesuvio affinché 'lavasse' i napoletani e così via, ma in quest'ultimo tragico fatto di cronaca si è arrivati addirittura ad armarsi per sparare ad altezza d'uomo. Ciò significa aver raggiunto il culmine dell'odio e della violenza
Questi sono segnali inquietanti che dovrebbero allarmare tutti e indurre a protestare contro ogni tentativo, anche il più velato, di giustificare o sminuire fatti gravissimi. 
Ricordo sempre con forza - molti l'hanno dimenticato - che la guerra nell'ex Jugoslavia prese avvio da disordini gravissimi avvenuti in una partita di calcio tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado.

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

30 giugno 2014

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