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L’anelito alla libertà vale per tutti i popoli

editoriale di Gabriele Nissim

Fino a ieri prevaleva il pregiudizio che le società arabe fossero perennemente bloccate per la loro arretratezza culturale e politica. Sembrava che non ci fossero alternative: o si andava a patti con i despoti e i dittatori, oppure era inevitabile che avrebbero avuto la meglio i fondamentalisti islamici.
C’era il timore che se fosse stato messo in discussione lo status quo i movimenti di contestazione avrebbero portato al potere in tutto il Nord Africa e nel Medio Oriente teocrazie islamiche, come è accaduto in Iran dopo la caduta dello Scià Reza Pavhlevi. Così scarsa attenzione veniva data alle voci libere che si muovevano in quelle società. Molti pensavano che i popoli arabi per ragioni religiose o culturali non fossero compatibili con la democrazia e per questo fossero completamente diversi da noi.
Gli avvenimenti di questi giorni hanno fatto tabula rasa in pochi giorni di questi pregiudizi. Anche nel mondo arabo vale il giudizio di Vassilij Grossman, uno dei più grandi pensatori del Novecento. Ragionando sul totalitarismo e sulla seduzione che aveva esercitato in Europa, quando sembrava impossibile sperare in un cambiamento, scriveva che nonostante tutto nessun regime aveva la possibilità di cambiare la natura umana. L’anelito alla libertà lo si poteva soffocare, ma non distruggere. Alla fine per opera di persone inaspettate esso risorgeva miracolosamente e “ questa conclusione – sosteneva - è il faro della nostra epoca, un faro acceso nel nostro futuro.”

È cominciato tutto il 4 gennaio con la tragica protesta del tunisino Mohammed Bouazizi, venditore ambulante che si è dato fuoco per protesta con lo stesso spirito di Jan Palach nel 1969 a Praga. Ha voluto scuotere le coscienze con una protesta individuale, determinando con il suo stesso gesto una rottura con il terrorismo fondamentalista che per anni ha teorizzato che i martiri suicidi dovevano portare con se nella tomba centinaia di infedeli.
E poi le rivolte prima in Tunisia, poi in Egitto, in Libia e nello stesso Iran, hanno mostrato come il discorso religioso non aveva peso e persino i vecchi slogan antisionisti ed antisraeliani erano completamente lontani dalle piazze. Per la prima volta la responsabilità della crisi non era scaricata né sull’Occidente, né su Israele, né sull’America, ma esclusivamente sui governanti arabi.
L’anelito alla libertà poteva contare su uno strumento nuovo che non esisteva al tempo della resistenza antitotalitaria nell’Est europeo: Facebook e Internet che davano voce alla pluralità soffocata. Al tempo del comunismo i dissidenti si passavano tra di loro i samizdat e discutevano liberamente soltanto nelle cantine e negli appartamenti, quando non c’erano i microfoni nascosti. Oggi invece i giovani arabi hanno riempito le piazze attraverso una discussione libera nella rete e hanno trovato così il gusto di affermare la loro individualità ed il piacere di un confronto e di un dialogo mai fino ad ora conosciuto, in regimi dove la società civile non ha mai trovato ambiti di discussioni autonomi separate dal potere.
Come scrive il politologo francese Olivier Roy una rivolta non basta a fare la rivoluzione. Il movimento popolare non ha leader, né strutture, né partiti politici e questo pone il problema dell’istituzionalizzazione della democrazia. È poco probabile che il crollo di una dittatura faccia nascere subito una democrazia liberale; in molti Paesi arabi, se si escludono gli islamisti e i sindacati, il quadro delle forze politiche organizzate è piuttosto povero.
Ci si può aspettate di tutto, da colpi di stato militari a sanguinose repressioni, come sembra volere il dittatore Gheddafi, al ritorno sulla scena degli islamisti. Eppure l’ingresso nell’arena di giovani e di donne attraverso la grande discussione democratica nella rete segna la possibilità di un nuovo inizio per i popoli arabi.
Sta a noi offrire solidarietà ed aiuto ai blogger e ai giovani protagonisti del cambiamento. Da questi avvenimenti possiamo trarre due lezioni importanti. Non è più tollerabile intrattenere dei rapporti con i dittatori, ritenendo che ci siano dei popoli insensibili alla libertà e alla democrazia. Anche quando abbiamo bisogno del petrolio e di rapporti economici, come accaduto tra il governo italiano e la Libia, mai bisogna creare degli alibi agli autocrati. Si può sempre trattare e ricordare in modo diplomatico il valore dei diritti umani.
Oggi però la politica non è soltanto determinata dai governi. Le società oggi hanno degli strumenti di comunicazione moderna che possono creare dei momenti di dialogo e di confronto con i nuovi democratici arabi, indipendentemente dalla realpolitik degli Stati. Attraverso la rete possiamo anche noi contribuire alla battaglia in corso per la democrazia nel mondo arabo.

Gabriele Nissim, Presidente Gariwo - la Foresta dei Giusti

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Gariwo - la Foresta dei Giusti

2 marzo 2011

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