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Le bombe in Armenia, i confini e le persone che le mappe non raccontano

di Joshua Evangelista

Sotk, Vardenis, Goris, Kapan, Ishakhanasar. A leggerle così di fila, all’interno di un dispaccio d’agenzia, sembrano città senza abitanti, nomi impronunciabili di luoghi inventati. Le percezioni cambiano solo quando i luoghi li si vive, quando si entra in contatto con le persone che occupano gli spazi, quando i vissuti degli abitanti si intersecano con i nostri.

Almeno 99 persone sono state uccise negli scontri lungo il confine con l'Azerbaigian e diverse città, tra cui le sopracitate, sono state bombardate nelle prime ore di martedì in quella che il governo armeno ha definito una "provocazione su larga scala" dell'Azerbaigian. Qualcuno bene informato mi ha detto che le morti potrebbero essere già molte centinaia.

Circa tre settimane fa guidavo un’auto presa a noleggio proprio in quel lembo di terra fatto di confini tratteggiati sulle mappe che nella geografia reale non trovano riscontro, se non per l’impetuosità dell'Ararat, il monte sacro degli armeni sul quale dal 1921 sventolano unicamente la luna e la stella a cinque punte della bandiera turca.

Sono sincero. Di primo acchito, parlando con i locali nelle enoteche, tra i vigneti e alle entrate dei monasteri, ho pensato che la loro costante ansia di essere accerchiati dai nemici fosse giustificata ma esagerata. Del resto credevo lo stesso parlando con i miei amici ucraini prima dello scorso 21 febbraio. Gli attacchi di due giorni fa hanno dimostrato, ancora una volta, che non si deve mai ascoltare con sufficienza le preoccupazioni di chi vive i luoghi.

In guerra cambia anche il significato delle parole. Si prenda il termine peace-keeping, che letteralmente vuol dire “mantenimento della pace” e che in Armenia equivale alla militarizzazione russa. Li vedi ovunque, i camion russi. Si arrampicano per le impervie e sterrate strade di montagna, sono parcheggiati in doppia e in tripla fila ostruendo le principali arterie del paese. I “peace keeper” russi li trovi ai caffè, mentre discutono di dove andare a cenare. Hanno accento ceceno, daghestano e di altre province lontane migliaia di chilometri da Mosca.

Proprio Mosca, a cui si è rivolto il premier armeno Nikol Pashinyan, chiede di "dare prova di moderazione e rispettare un cessate il fuoco", insomma di usare la diplomazia. Un ossimoro.

Una cosa che colpisce, viaggiando lungo l’Armenia, è che tutto il paese è un confine. Da alcuni punti si potrebbe, idealmente, raggiungere a piedi Iran, Turchia e Azerbaigian in meno di un'ora. Ci sono exclavi che su Google Maps appaiono come dei quadratini gialli, per spiegare che si è nel deserto.

Come il “quadratino” di Kərki, in armeno Tigranashen, un piccolo villaggio di 19 metri quadri che è formalmente un’exclave della Repubblica Autonoma di Naxçıvan (che fa parte dell'Azerbaigian ed è a sua volta un'exclave) ma che di fatto è abitato da rifugiati armeni giunti lì nel maggio del ’92 durante la guerra del Nagorno Karabakh. Si entra in confusione quando dal cellulare arriva l'sms di "benvenuti in Azerbaigian". 

La mappa dell'Armenia è piena di quadratini e linee rette
e di luoghi dai nomi strani, abitati da poche famiglie. Una di queste è quella di Tamara e Gayane. Mamma e figlia, vivono nei pressi di Tatev, un incantevole complesso monastico dell’IX secolo che emerge sul margine di una profondissima gola del fiume Vorotan.

Abbiamo trascorso una notte a casa loro, a mezzo chilometro dal monastero, circondati da galline, vecchie Lada e furgoni senza ruote. Tamara e Gayane ospitano turisti e pellegrini in cambio di pochi darm. Hanno imbandito la loro tavola di fogli di lavash, marmellate, formaggi, creme di melanzane e affettati e si sono intrattenute con noi fino a notte tarda. Ci hanno raccontato del Nagorno Karabakh, ormai per loro inaccessibile, delle difficoltà di affrontare i durissimi inverni armeni, della vita ai tempi dell'Urss, delle strane sfumature della loro lingua.

Ieri a casa loro si sono sentiti i bombardamenti. Già durante la nostra visita avevano detto di avere paura. Entrambe lavoravano come insegnanti nella scuola locale, per meno di cento dollari al mese. L’altra figlia di Tamara, che vive in California, aveva detto loro che non poteva concepire quella vita di stenti e che “piuttosto glieli avrebbe mandati lei qui cento dollari”. Ma non sono i soldi a incupirle. Gayane è intrappolata nel villaggio. Nonostante la sorella sia diventata cittadina americana, lei non può andare a trovarla perché gli americani temono che poi decida di rimanere in California. Vorrebbe viaggiare Gayane, sogna di visitare Venezia, di perdersi tra i vicoli delle città medievali italiane. Ma nemmeno questo è possibile, perché anche l’ambasciata italiana le rifiuta il visto turistico. Evidentemente il fantomatico sostegno agli armeni, che tanto piace quando lo si può usare in funzione anti-islamica per la difesa dei valori cristiani, scompare quando si tratta di rilasciare un banale visto turistico. 

E quindi Gayane rimane lì, al confine, ascoltando le bombe e sognando un mondo diverso dove i confini si possano, se non abolire, almeno superare agilmente.

Joshua Evangelista

Analisi di

14 settembre 2022

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