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Le elezioni in Egitto

editoriale di Pietro Somaini

Il 28 novembre comincia il lungo e macchinoso processo elettorale che dovrebbe segnare la transizione tra una dittatura militare durata 60 anni, passando da Nasser, Sadat e Mubarak, e un regime civile e pluralista, ancor prima che pienamente democratico. Ma, come si sta vedendo in queste ultime settimane, questo processo è tutt'altro che pacifico. Innanzitutto il sistema elettorale farraginoso e macchinoso è frutto delle pressioni contradditorie che il Consiglio militare ha subito dalla scorsa primavera dopo la cacciata di Hosni Mubarak. Nelle prossime ore non si avrà alcun risultato ufficiale poiché le elezioni per il Majliss (Assemblea popolare) saranno in tre fasi in altrettanti gruppi di governatorati durante un periodo di ben 6 settimane terminato il quale si aprirà una fase della stessa durata per eleggere il Consiglio della Shura o Camera Alta. Entro giugno 2012 dovrebbero aver luogo le elezioni presidenziali dopo le quali, in teoria, si dovrebbe avere un passaggio completo delle consegne tra potere militare e potere civile democraticamente eletto.


In realtà l'acutizzazione dello scontro politico e costituzionale tra i manifestanti di varia estrazione della piazza Tahrir del Cairo, di Alessandria ed altre città minori che ha fatto una quarantina di morti e centinaia di feriti è dovuto all'evidente volontà dei militari di non abbandonare il potere e i privilegi politici ed economici che da decenni detengono e di proseguire una sorta di mubarakismo senza Mubarak. La presidenza americana ha emesso un duro comunicato che invita a un rapido passaggio dei poteri tra militari e governo civile democraticamente eletto. Gli Usa, dai tempi degli accordi di Camp David del 1978 forniscono all'Egitto un aiuto economico - militare di 1,3 miliardi di dollari all'anno. Fino ad oggi i militari egiziani sotto la guida dell'anziano feld maresciallo Muhammad Hussein Tantawi, già ministro della difesa sotto Mubarak, che è, di fatto, il capo dello Stato, sono i garanti dell'ancoraggio filo americano dell'Egitto. Il Passaggio, che Washington sembra chiedere, da un governo (dittatoriale) militare ad uno civile potrebbe rimettere in discussione a breve o medio termine la vicinanza del Cairo all'Occidente. 


Sotto la pressione delle manifestazioni e degli incidenti di piazza Tahrir si è dimesso il governo  di Essam Sharaf, cui è succeduto l'anziano ex primo ministro di Mubarak degli anni '90 Kamal  Al Ganzuri. Mohammed Al Baradei ex segretario dell'Aiea e premio Nobel per la Pace spinto da piazza Tahrir ha detto di essere pronto a rinunciare alla candidatura alle presidenziali a giugno per formare   da subito un governo di impronta civile sganciato, in qualche modo, dall'ipoteca militare. Ma sembra essere troppo tardi. Oggi dovrebbe cominciare il lungo e faticoso processo elettorale i cui risultati per la Camera Bassa si dovrebbero conoscere solo tra oltre un mese e mezzo. Fino a qualche settimana fa il consensus degli analisti dava per favoriti Fratelli Musulmani con il Partito libertà e giustizia. In seconda battuta venivano le formazioni salafite islamico integraliste legate e finanziate dall'Arabia saudita che sembravano pescare voti tra i ceti più poveri ed arretrati e, infine, nelle province, gli esponenti locali, più o meno riciclati come indipendenti, del vecchio regime mubarakista. Ai nuovi partiti laici liberali o socialisti sarebbero rimaste le briciole se si eccettua il vecchio partito Wafd che potrebbe raccogliere il voto di buona parte dei cristiani copti. L'atteggiamento attendista, quando non ostile ai moti di piazza Tahrir del vecchio gruppo dirigente dei Fratelli musulmani potrebbe, secondo alcuni analisti, aver fatto perdere consensi ed insinuato divisioni nel movimento proprio quando si trovava all'apice della popolarità. Secondo altri la gran massa degli elettori egiziani sarebbe stanca di rivoluzionarismi giovanili in un momento in cui l'economia si trova in una grave crisi sia per il crollo del turismo, sia per il rifiuto di qualsiasi riforma da parte dei vertici militari negli ultimi mesi, sia per il complessivo clima recessivo internazionale. 


In generale si può dire che le recenti e recentissime elezioni tunisine e marocchine segnano una tendenza di fondo a favore dell'islamismo moderato, vale a dire, nel caso dell'Egitto, dei Fratelli Musulmani ai quali, attraverso l'esempio turco, tutti questi partiti e movimenti si ispirano, pur nella grande differenza delle situazioni nazionali.
L'atteggiamento ambiguo e tatticista della Fratellanza musulmana egiziana, forse, non nasconde che quest'ultima è interessata quanto gli altri a sbarazzarsi della sessantennale tutela militare.

Analisi di Pietro Somaini, giornalista

28 novembre 2011

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