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Le parole, i totalitarismi e i populismi

di Francesco M. Cataluccio

Pubblichiamo di seguito l'intervento del saggista e scrittore Francesco M. Cataluccio al quarto Incontro Internazionale di GariwoNetwork "Conoscere il mondo, ripensare la memoria". 

Quando facevo gli studi di dottorato in letteratura e filosofia a Varsavia, nella prima metà degli anni Ottanta, sono stato a stretto contatto con gli ambienti dell’opposizione. Di quell’esperienza, che ho in parte raccontato nel mio libro Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo (Sellerio 2010), mi è rimasto impresso ancor oggi il loro rapporto con il Linguaggio.

Ricordo che una volta mi trovavo in ascensore con lo storico dissidente Adam Michnik e lui mi mostrò sogghignando la targhetta sopra la pulsantiera dove stava scritto “Dzwig osobowy” (letteralmente: “montacarichi uso persone”). In polacco, mi disse, esisteva la parola per questo marchingegno che ci stava portando su (“Winda”): “Ma il potere, manipolando la lingua, ci spersonalizza e ci fa sentire una specie di pacchi da trasportare su”.

Mi pare di poter affermare oggi, allora non ne fui del tutto consapevole, che la critica e lo smascheramento del linguaggio siano stati la più potente arma, pacifica, di battaglia dei dissidenti e degli oppositori. Il Potere è stato sconfitto anzitutto dallo smantellamento sistematico (attraverso la letteratura, la poesia, il teatro, i saggi) del suo linguaggio, delle menzogne che esso trasmetteva, della insostenibilità della sua “Neolingua”.

“Neolingua” è il termine che fu coniato da George Orwell nel suo romanzo distopico 1984 (Nineteen Eighty-Four, 1949). Lo strumento del Potere non è soltanto la violenza, quanto l’azzeramento della Memoria e l’imposizione di una Lingua falsa che dice menzogne sulla realtà. Fine specifico della Neolingua (Newspeak) non è solo quello di fornire un mezzo espressivo che sostituisca la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Una volta che la neolingua fosse stata radicata nella popolazione e la vecchia lingua (archelingua) completamente dimenticata, ogni pensiero eretico (cioè contrario ai princìpi del Partito) sarebbe divenuto letteralmente impossibile, almeno per quanto attiene a quelle forme speculative che derivano dalle parole.

In Polonia (come in altri paesi socialisti: basti pensare al “teatro dell’assurdo” di Václav Havel) la critica della “neolingua” (Nowomowa) e all’ingerenza pesante della Censura fu una battaglia politica e culturale per la Verità contro le menzogne del Potere. Denunciare la falsità della lingua del potere, allo stesso tempo, significava mostrare come la gente fosse affetta da una povertà di linguaggio: un deserto di senso.

“C’è un momento
in cui le vecchie parole non hanno più valore né importanza
e nuove parole ancora non ci sono
un momento in cui tutti i trionfi si rivelano essere
banali travisamenti//
(…) mentre la speranza non possiede in propria difesa
neanche una parola”.
Adam Zagajewski (La fine del mondo, 1975)

La poesia era quindi considerata parola da opporre all’oblio. Grazie agli autori dell’emigrazione (primo fra tutti il poeta premio Nobel Czesław Miłosz) e alle case editrici di riviste e libri all’estero (che davano la possibilità agli autori tartassati dalla censura di far conoscere le loro opere) e a molti letterati e pensatori coraggiosi, fu possibile vincere la battaglia per la Memoria e la Verità.

Il poeta e critico Stanisław Barańczak, (1946-2014) scrisse un testo esemplare da questo punto di vista: Il bavaglio e la parola (1978). Egli si diceva convinto che dire la verità fosse un dovere morale verso la gente anonima. Secondo lui la poesia “deve essere Diffidenza, Critica. Smascheramento: “Deve essere tutto questo fino a quando a questo mondo non sparirà l’ultima bugia e l’ultimo atto di sopraffazione”.

La categoria della “diffidenza” verso il linguaggio menzognero della propaganda (ma anche di tutto il linguaggio corrente, dei giornali e della radiotelevisione, e persino di alcune opere letterarie “ufficiali”) è stata centrale in Barańczak. La tecnica fondamentale di opposizione doveva essere una decostruzione della lingua della menzogna, che si accompagna al “parlare diretto”, difficile in tempi nei quali:

“La parola ‘verità’ è
un titolo di giornale, la parola ‘libertà’ e
‘democrazia’ sono al servizio
di un generale della polizia”.

Il Potere usa la lingua come strumento di dominio. La filosofa spagnola María Zambrano (1904-1991), esiliata durante la dittatura di Francisco Franco, ha consacrato gran parte della sua opera a riflettere su cosa accade alle parole e al pensiero in un regime totalitario. Anzitutto la perdita del senso di comunità: “In simili condizioni, se vogliamo relazionarci con i compagni e le compagne che si trovano nella stessa nostra situazione, scopriamo che è impossibile vivere insieme agli altri e, di conseguenza, vivere”. Chi vive in un regimi totalitari si sente isolato, lontano dal suo prossimo. È diffidente, confuso, isolato. Il potere ottiene questo risultato controllando l’arte del discorso: rendendo i concetti opachi, istillando paura e incertezza, sommergendoci di rumore.

La sopravvivenza dipende dalla nostra capacità di pensare e parlare con chiarezza e in libertà. E anche vivere e discutere collettivamente.

Il nemico principale delle democrazie è il risentimento e il linguaggio di odio che lo accompagna e rafforza. Come notava María Zambrano, in L’agonia dell’Europa (Buenos Aires 1945; poi: Mondadori España, 1988; trad. it. Marsilio, 1999), ciò che rende terribile il risentimento è il fatto che si ritorca sempre contro ciò che potrebbe salvarlo: “La creatura risentita distrugge l’unica cosa alla quale potrebbe attaccarsi, si leva contro i suoi princìpi, che seppure odiati rimangono tali; princìpi appunto che potrebbero sostenere lo spirito disperato. (…) Colui che è risentito manca essenzialmente di fermezza, di lealtà verso di sé e verso tutti”. Il risentimento e l’odio gridano perché sono un’afasia dell’intelligenza e del linguaggio.

Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. Scrittori come il già citato Georges Orwell o Ray Bradbury (Fahrenheit 451) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole.

I totalitarismi, come abbiamo visto, usano la lingua come arma di potere. Ma, occorre precisare, il potere totalitario non si presenta necessariamente con le sembianze di un omone baffuto: talvolta appare come un’intersezione di interessi, una sovrapposizione tra potere politico ed economico che depreda il comune cittadino dei suoi diritti e di un giusto governo. Già diversi paesi (come l’Ungheria e la Polonia, la Turchia e il Brasile), nonostante i governanti siano andati al potere con le elezioni, sono diventate “democrazie totalitarie”: con il controllo quasi totale dei mezzi di comunicazione e la trasformazione e asservimento, attraverso decreti, delle istituzioni (come, ad esempio, le Corti costituzionali) fondamentali per gli equilibri del sistema) o la scuola.

Come era accaduto nei totalitarismi, che avevano fatto dell’odio e della menzogna una delle loro colonne, oggi nella gran parte dei sistemi politici si assiste allo strangolamento della Verità e a un conflitto verbale generalizzato. Tutto è uguale perché un malinteso senso della democrazia dà il diritto a ciascuno di considerarsi nel vero e di poterlo dire impunemente. Nel linguaggio non esistono più gerarchie: “La mia parola vale quanto la tua, anche se tu hai studiato anni l’argomento sul quale stiamo discutendo”.

Il linguaggio si è immiserito ed è diventato più fragile e vuoto, anche nelle sue forme. Ha scritto Christophe Clavé (già docente di Strategia e Politiche dell’Impresa all’ École des Hautes Études Commerciales di Parigi) che l’intelligenza media dei terrestri d’Occidente, sempre in crescita dal secondo dopoguerra, è dalla fine degli anni Novanta sempre in calo. Se ne discutono le ragioni, una delle quali potrebbe essere l’impoverimento del linguaggio, vale a dire la diminuzione della conoscenza lessicale: “Non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso. La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di ‘colpi mortali’ alla precisione e alla varietà dell’espressione. Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole. Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale? Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro? Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto?” (Il quoziente di intelligenza, che era sempre in crescita, ora sta diminuendo, in: “ItaliaOggi”, 11/XI/2020).

Alla base della rovina del linguaggio, e della portata di verità e significato che esso deve avere, sta la paranoia sociale. Gran parte dei paesi del mondo, in primis il nostro, sono sempre più contagiati da una venatura paranoica. La diffidenza, il sospetto, la rissosità che permeano e inquinano i rapporti tra le persone, le accuse che acriticamente e in modo stereotipato uno schieramento rivolge all’altro, la negazione della possibilità di un dialogo che non si traduca in un alterco o in un pubblico dileggio, accompagnati dalla proiezione sistematica sull’altro delle responsabilità di programmi disattesi, dimostrano quanto gli aspetti paranoicali siano operanti nel tessuto sociale attuale. Una massa incolta e impoverita culla il risentimento e la paranoia che lo predispongono a reazioni di stampo tribale.

I social media sono diventati il megafono della paranoia di massa e lo strumento della sua crescita, dando spazio all’ignoranza e al linguaggio violento e vuoto. Per Karl Popper, le teorie del complotto non sono altro che una secolarizzazione delle favole religiose, dove gli “oscuri potentati” prendono il posto degli dèi. I social media amplificano tutto questo. Un esempio recente: Padre Livio Fanzaga, di “Radio Maria” ha sostenuto che il Covid è figlio di una congiura con a capo Satana. Fu Umberto Eco (Discorso per la Laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media, Università di Torino, 10/VI/ 2015) a sostenere che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. E aggiunse: “Il Web non ha inventato gli imbecilli, ma ha dato loro, semplicemente, lo stesso pubblico che hanno i premi Nobel. E non l'ha fatto per caso. Perché da sempre i media lusingano l’uomo della strada, per manipolarlo meglio”. I media non creano, ma coltivano e promuovono e gratificano l'imbecillità: perché fa vendere e fa votare. Il Web da visibilità agli imbecilli che, sostenne ironicamente Eco, "prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società".

Umberto Eco è stato tra i primi ad avvisarci di questo pericolo e non solo. Nel libro Il fascismo eterno (La Nave di Teseo, 2018; precedentemente: Cinque scritti morali Bompiani, 1997), che riporta una lezione del 1995 alla “New York Review of Books”, Eco individuava una correlazione tra dittatura e cultura di massa: le sue caratteristiche ricorrenti sono il culto dell’azione per l’azione, il disaccordo come tradimento, la paura delle differenze, l’appello alle classi medie frustrate, il populismo qualitativo e altre ancora, tutte forme smascherate nel loro riprodursi da sempre.

Poco dopo l'inizio dell'escalation dei deliri post-sconfitta da parte di Donald Trump, a un certo punto, i network televisivi hanno interrotto la messa in onda delle sue dichiarazioni. Sono false, non vanno trasmesse: questa è stata la valutazione di molte emittenti. Questo passaggio rappresenta un fatto molto importante, prima di tutto per il giornalismo (pur con i limiti che la specifica vicenda rappresenta). C’è da chiedersi perché non è stato fatto prima. Perché si è dovuto attendere che Trump fosse con un piede fuori dalla Casa Bianca prima di decidere di assolvere, di fatto, a una funzione storica del giornalismo? Perché per quattro anni si è deciso di mettere il microfono sotto la bocca del presidente e di non toglierglielo (salvo poche ma qualificate eccezioni) quando era evidente che dicesse cose inaccettabili o completamente false (come sulla pandemia e l’uso delle mascherine)?

Il giornalismo non deve essere il rappresentante equidistante di tutte le voci. Questo approccio va bene se siamo nel campo delle opinioni, non se siamo nel campo dei fatti: organizzare un talk show, o un articolo di giornale, e dare lo stesso spazio a un esperto di vaccini e a un no-vax non è diritto di cronaca ma distorsione della realtà. Fare giornalismo vuol dire anche scegliere. Scegliere sulla base dei fatti è quasi sempre la strategia migliore per servire il pubblico.

Il critico letterario ed ex direttore della celebre rivista “Granta”, John Freeman, ci ha dato recentemente un interessante Dizionario della dissoluzione (Dictionary of the Undoing, 2019; trad. it. Edizioni Black Cofee, 2020) che costituisce una sofferta e trionfale rinascita delle parole che il rumore e l’incuria del nostro tempo hanno logorato. Un tentativo di ricostruire un lessico dell’impegno e del significato in un’epoca storica e di informazione che l’ha reso oggetto di scherno, sostiene Freeman, “in un’epoca che ha risvegliato le tenebre annidate in ciascuno di noi”.

Questi sono i termini che ridefinisce (elencati secondo la traduzione dall’inglese):

Agitare; Corpo; Decoro; Ambiente; Giusto; Dare; Speranza, Io; Giustizia; Uccidere; Amore; Monumento; Norme; Ottimismo; Polizia; Domande; Rabbia; Spirito; Insegnanti; Usurpare; Voto; Donne; Anonimo; Tu; Zigote.

Freeman sostiene che serva un radicale cambiamento di prospettiva: “È necessario rivendicare uno strumento che viene vandalizzato ogni giorno dinanzi ai nostri occhi, il linguaggio, e ridefinire che cosa significhi essere cittadini dal punto di vista etico nell’epoca in cui viviamo. (…) Dobbiamo impadronirci di parole ricche di possibilità e cominciare a riutilizzarle da capo (…) usare l’intero spettro del loro significato e questo all’inizio potrà sembrarci un mero esercizio mentale, ma alla fine ci porterà ad agire”. Gli strumenti che ci serviranno per farlo giacciono ovunque, dimenticati, intorno a noi: “Brandelli arrugginiti di linguaggio caduti in disuso ma ancora esistenti, parole distrutte e ridotte alle loro componenti più semplici, private della loro complessità”.

Grande importanza Freeman dà alla voce Insegnanti perché “quello che serve è un ritorno al tempo dei princìpi, per non ricadere nel baratro dell’odio (…). Le società hanno bisogno di cittadini informati e istruiti per funzionare in modo sano, altrimenti si espongono a poteri di stampo tribale e corrotti da criminalità organizzata”.

È ovvio che l’importanza e la responsabilità della scuola per combattere questo fenomeno, è enorme. Si deve contrastare la crisi di un sistema formativo che accentua le differenze sociali e marginalizza intere fasce di giovani, non riuscendo a contrastare il crescente abbandono scolastico e la diffusione dell’ignoranza. Un gran numero di adulti infatti sono sempre meno adatti a porsi come un modello positivo: spesso si dimostrano immaturi e arretrati, parlano una lingua povera, infarcita di gerghi mutuati da slogan televisivi, sgrammaticata. Quando si indebolisce l’educazione famigliare, è compito della scuola educare a parlare bene e alla democrazia, al rispetto e alla tolleranza. Una scuola che però deve rinnovarsi radicalmente nella lingua, nei programmi e nei metodi, proponendo un sano spirito critico e valori credibili da opporre all’imbarbarimento del linguaggio e della società.

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

Analisi di

25 novembre 2020

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