Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

English version | Cerca nel sito:

L’estrema destra tedesca e il nazismo

di Simone Zoppellaro

Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa a Berlino

Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa a Berlino

DA STOCCARDA – La Germania rappresenta un baluardo di civiltà nell’Europa di oggi. Mentre imperversano in tutto il continente recrudescenze nazionalistiche e xenofobia - dall’Austria alla Polonia, dalla Francia all’Ungheria, per limitarsi solo a alcuni esempi più noti - lo Stato tedesco si dimostra in larga parte non solo un’eccezione, ma anche un modello che varrebbe la pena studiare e approfondire, al di là di stereotipi e pregiudizi, anche in Italia. 

L’europeismo è un sentimento diffuso in ampi strati della società tedesca, insieme alla ferma convinzione che un eventuale fallimento dell’esperienza comunitaria rappresenti un pericolo da non sottovalutare, al pari del razzismo. Il potente antidoto rappresentato dalla memoria diffusa della Shoah e degli orrori compiuti dal nazifascismo rappresenta, in tal senso, un elemento ancora determinante. Eppure, anche qui non mancano fratture e contraddizioni profonde. La più significativa è senza dubbio quella rappresentata dall’affermazione del partito Alternativa per la Germania, nota anche con l’acronimo tedesco AfD. Ma, anche in questo caso, è giusto ricordare come, al di là di semplificazioni e titoli gridati, si tratti di un fenomeno assai più composito e complesso di quanto lo si rappresenti di solito. 

Bollare i politici dell’AfD o i suoi elettori – come si è fatto sovente, anche in Italia – come dei neonazisti, significa non aver compreso la natura di questo movimento e, in fin dei conti, fare loro un enorme regalo. Dico questo perché si tratta di uno dei punti cardine della propaganda, e in parte del successo, di questa formazione politica, che denuncia simili definizioni sommarie come un tentativo - da parte dei partiti dell’establishment e dei media tedeschi - di isolarla, e di mettere quindi a tacere istanze popolari diffuse, come la paura e il senso d'insicurezza accentuati in molte persone dalla crisi dei rifugiati. Non sono rari, al contrario, i casi in cui sono gli stessi membri dell’AfD a dare dei nazisti ai loro colleghi di altri partiti, proprio in ragione di simili tentativi di “censura”.

Così è avvenuto ad esempio a ottobre quando, nel Bundestag appena insediato, il capogruppo dell’AfD Bernd Baumann ha paragonato – compiendo peraltro un errore storico – la mozione che ha impedito a uno dei loro parlamentari (il più anziano del consesso, come da tradizione) di tenere il discorso di apertura a quanto avrebbe fatto Hermann Göring nel 1933 con la deputata comunista Clara Zetkin. E poco importa, in questa "amnesia elevata a sistema", che il futuro leader nazista avesse in realtà messo a tacere - in quell’occasione - un membro del suo stesso partito, come prontamente ribattuto dall’agenzia DPA. Il tutto mentre 12.000 tedeschi protestavano fuori dal Parlamento per questa nuova, inquietante presenza (93 parlamentari, dopo che alle elezioni del 24 settembre l’AfD si è dimostrata la terza forza a livello nazionale sfiorando il 13% dei voti), del tutto inedita nel panorama politico tedesco del dopoguerra.

Ciò a cui mira l’AfD semmai, a ben vedere, non è una rivalutazione del passato nazista, bensì la sua rimozione, in particolare in riferimento alla responsabilità e alla colpa della Germania nei confronti di quella pagina oscura della nostra storia. Non si tratta di un gruppo compatto e dai tratti ideologici definiti, anzi per molti versi si fa voce di istanze contraddittorie e di contenuti assai labili, al pari di molti movimenti sorti negli ultimi anni in tutto il continente. 

Tuttavia, comune alla larga parte dei suoi militanti e sostenitori è la ferma volontà di rompere con i tabù del passato, in particolare per quel che riguarda il fronte comune - finora inviolato - che aveva tenuto fuori dal Bundestag ogni retorica anche solo lontanamente xenofoba o razzista. Altro elemento centrale, e in piena discontinuità con il passato, è il recupero di istanze nazionalistiche, in un Paese che, in ragione proprio della sua storia, e della sua potente lezione, ha ancora forti inibizioni nei confronti di ogni simbolo che rimandi alla pubblica esibizione di un orgoglio patriottico. Andrà poi tenuto ben presente il nuovo corso intrapreso dall’AfD - movimento per sua stessa natura mobile e liquido - in seguito alla crisi dei rifugiati, in discontinuità con la sua origine meno connotata a destra e più genericamente anti-europeista, populista e protestataria.

Una lettura del programma di partito (intitolato ‘Manifesto per la Germania’) stilato in occasione del congresso di Stoccarda fra aprile e maggio 2017, è in tal senso assai significativa. I richiami al passato nazista sono del tutto assenti, e ciò che domina semmai è una sistematica rimozione, in un’amnesia volontaria, di ogni possibile riferimento storico. Il richiamo ai valori della tradizione e della famiglia, o la riaffermazione della lingua e della cultura tedesca come centrali nella società, appaiono così come affermazioni generiche, non problematizzate, meramente appiattite sul nostro presente

L’insistenza con cui si liquida da più parti l’AfD fa in realtà dimenticare tutta la modernità del movimento, la sua capacità di rompere tabù e riempire uno spazio di opposizione al sistema lasciato vuoto dalla crisi della sinistra tedesca, oltre alla sua enorme capacità – superiore a quella dei partiti tradizionali – di muoversi con agilità sui social media e su internet. Questo movimento, se ci liberiamo da slogan e pregiudizi, è legato più alla fine del socialismo reale e alla perdurante crisi d'identità - comunicativa e di consenso - delle formazioni e dei movimenti che si richiamano ancora in vario modo all’eredità socialista e comunista.

Non a caso, il bacino fondamentale dei suoi voti risiede proprio nei territori dell’ex-DDR, dove peraltro la presenza di rifugiati è assai inferiore che nel resto della Germania. Le analisi dimostrano come il travaso di voti dalla sinistra radicale all’AfD sia non meno importante del passaggio fra destra e estrema destra. Più esatto è allora dire che questa formazione è, da un lato, un fenomeno legato alla nuova destra populista e non ideologica che avanza compatta in Europa e negli Stati Uniti; dall’altro, figlia del fallimento morale e culturale dell’esperienza comunista della DDR, incapace sia di creare gli anticorpi contro il passato nazista, troppo rapidamente rimosso, che di formare una coscienza politica in una popolazione cresciuta - spesso in modo del tutto indifferente e acritico - seguendo i dogmi e i dettami del marxismo-leninismo.

Con tutto questo non voglio certo sostenere che l’AfD non rappresenti un rischio per la Germania e per l’Europa. Tutt’altro. La questione è più sottile e, in ultima analisi, forse non meno insidiosa. Se è indubbio che il partito vira oggi sempre di più a destra, dopo la defezione dell’ex-leader Frauke Petry - la faccia “presentabile” del partito - e l’ultimo congresso di dicembre a Hannover - con la scelta di una nuova leadership più radicale - i pericoli più concreti non risiedono certo in una improbabile restaurazione di un regime fascista, di cui sono davvero in pochi ad avere nostalgia in Germania, anche fra le fila della destra. Il rischio più contingente risiede semmai in un’amnesia generalizzata, in un appiattimento di valori, nell’abbandonarsi a una frustrazione cieca e famelica di nemici – dagli immigrati, ai giornalisti, a un establishment visto erroneamente come monolitico, fra fantasie cospirative e teorie del complotto sempre più diffuse – che potrebbe aprire pagine inedite e inquietanti per il futuro del Paese e delle istituzioni europee.

Non un tuffo nel passato, insomma, ma un’avventura in un mare magnum presente e futuro – quello che parte dai social media e dalla rete, ma anche da un disagio politico, sociale ed economico reale e diffuso – dai tratti ancora incerti, che rischia di inondare e di svuotare di senso le conquiste democratiche avvenute dal dopoguerra ad oggi

In ultimo non sottovalutiamo la tenuta della Germania, e soprattutto smettiamola di usare categorie del passato per un Paese che, assai più del nostro, ha avuto il coraggio di fare i conti con le pagine più oscure della propria storia. E proprio dalla memoria, dal suo farsi ancora oggi materia vivente, segno che interroga il presente e gli uomini, parte una sfida che la Germania, più di ogni altra nazione, ha tutte le carte in regola per vincere. Vorrei – e non posso – poter dire la stessa cosa del nostro Paese. Vorrei poter dire la stessa cosa dell’Europa. 

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

8 gennaio 2018

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Scopri tra gli Editoriali