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Lettera a ​Fouad Allam

un ricordo di Leila El Houssi

Khaled Fouad Allam

Khaled Fouad Allam

Caro Fouad,

sono passati quindici anni da quando ci siamo incontrati su quel treno che ci portava a Torino, dove avremmo tenuto insieme ad altri un incontro pubblico. Era il 2002 e l’incubo delle Torri gemelle continuava ad aleggiare. Salii a Padova e raggiunsi il mio posto, che era difronte al tuo. Dopo esserci salutati mentre parlavamo, ci accorgemmo dello sguardo insistente di quella donna. I nostri sguardi si incrociarono e il nostro umore cambiò. Restammo in silenzio per lungo tempo. Entrambi provavamo rammarico e nel contempo dolore perché lo sguardo di quella donna ci faceva sentire fragili – e, come tu hai scritto molto tempo dopo, “essere arabo diventava sentirsi addosso un continuo sospetto”.

Il treno percorreva la Pianura padana, che in quei giorni di febbraio era sommersa dalla nebbia -come lo era la nostra identità. L’attacco alle Twin Towers, in quel terribile 11 settembre dell’anno precedente, era stata un’esperienza tremenda “perché ti accorgi del tuo essere diverso”, e ti accorgi anche che nulla sarà come prima . Ci conoscevamo da molto tempo perché tu e mio padre eravate amici da sempre e avevate scelto l’Italia come Paese, anche se eravate arrivati in momenti diversi. Entrambi eravate instancabili portatori di quel dialogo tra le due rive di cui oggi sentiamo sempre più il bisogno.

In quel viaggio verso Torino, dopo quel lungo silenzio, ti sei rivolto a me dicendomi che questa sensazione di non appartenenza che provavo in quel momento era normale. Tutti noi che abbiamo un nome arabo ci sentivamo separati dagli altri. Ci era stato cucito addosso un vestito che non ci apparteneva e che eravamo costretti a indossare perché così era stato imposto dalla società che ci circondava.
Ricordo che ero confusa e non accettavo la direzione che stava prendendo il mondo. Prima, noi donne e uomini di origine araba, eravamo invisibili e ora ci costringevano a essere protagonisti nella commedia della vita. Scuotendo la testa, e abbozzando un sorriso, mi hai preso la mano come fossi mio padre e mi hai detto “È vero. Noi attraverso i nostri scrittori, i nostri poeti (come tuo padre), i nostri artisti siamo sempre stati ombre invisibili e parlano di noi solo quando il mondo trema, ma questo non significa che noi non dobbiamo continuare a urlare con la nostra voce.”

Nonostante il tuo tentativo di rassicurarmi, non riuscivo a capire in che modo potevamo far sentire la nostra voce, soprattutto la mia e quella dei giovani di seconda generazione, che vivono tra due culture. Perché tu sapevi benissimo che noi non siamo come gli altri. Come potevamo combattere l’islamofobia che stava pericolosamente avanzando? Ricordo, a questo proposito, l’articolo di Oriana Fallaci che uscì sulle pagine del Corriere della Sera e che poi diventò il saggio La rabbia e l’orgoglio. Su questo, qualche anno dopo, hai scritto che “il discorso islamofobico tenderà ad occultare la dimensione dell’Islam come civiltà e l’esistenza stessa dei tanti musulmani che si battono contro le derive politiche e terroristiche dell’Islam.”

Ed è vero, perché l’islamofobia viene vissuta sulla propria pelle, e sentire continuamente su di sè il sospetto, la diffidenza, crea angoscia, dolore e tristezza. Ma anche l’inquadrare i musulmani in una categoria che è quella dell’Islam moderato per distinguersi dai radicali e dagli integralisti non aiuta. Su questo mi hai confidato che “ogni evento storico trova nel linguaggio una riproduzione della realtà” e come hai scritto su un importante quotidiano nazionale un paio di anni dopo “l’espressione "Islam moderato" dunque, senza volerlo, avalla la tesi che esista accanto a esso un Islam violento, e che dunque l'Islam sia problematico in sé. Utilizzando quei qualificativi, si occulta tutta la dimensione politica della crisi in atto all'interno dell'Islam; poiché tutte le battaglie - per la democrazia, per la libertà, per i diritti - che sono in atto nel mondo musulmano sono battaglie politiche. Oggi nell'Islam non è il religioso che si investe nella storia, ma è la storia che si investe nelle dinamiche religiose; se avvenisse il contrario, gli esseri umani rimarrebbero prigionieri di prigioni da loro stessi inventate”.

In questi anni l’islamofobia continua tuttavia a crescere e la percezione per molti musulmani è quella di non sentirsi parte della società nella quale vivono ma una società a parte. A questo proposito, in un tuo volume hai affermato che “i musulmani hanno bisogno d´esser considerati cittadini come gli altri, hanno bisogno di sentirsi dire che, anche per loro, la democrazia è possibile, che non è un lusso per popoli privilegiati”. Eri perfettamente consapevole che il “paradigma del mondo cambiava” anche quando, con le Tawhra (rivolte o rivoluzioni) iniziate nel 2010, si è chiuso un ciclo della storia del mondo arabo. E allora caro Fouad, forse l’unico modo per uscire dalla nebbia della nostra identità, come tu hai scritto qualche tempo fa è quella di entrare in una nuova fase quella di una Rivoluzione che è un "tempo nel tempo" e che “non può emergere senza la consapevolezza di se stessi, della propria identità, della propria cultura, della propria civiltà”.

Analisi di Leila El Houssi

22 febbraio 2017

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algerina, ministro della Comunicazione e della Cultura nel 2001