Gariwo: la foresta dei Giusti

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L’Europa è necessaria, ma non è detto che sia possibile

di Massimo Cacciari

Massimo Cacciari al Teatro Franco Parenti

Massimo Cacciari al Teatro Franco Parenti

Pubblichiamo di seguito la trascrizione dell'intervento di Massimo Cacciari, filosofo, durante il terzo dei quattro incontri del ciclo "La crisi dell'Europa e i Giusti del nostro tempo", organizzato da Gariwo in collaborazione con il Teatro Franco Parenti di Milano

Viviamo una contraddizione, che ne siamo consapevoli o meno. Come sosteneva Ferruccio de Bortoli, da un lato “se non emoziona l’idea di Europa, chi ci seguirà in questo arduo cammino?”, e dall’altro “bisogna essere molto pragmatici”. Io non ho mai visto nessun pragmatico entusiasmare, ma questa non è una critica a Ferruccio, è la realtà in cui ci troviamo. Questo oscillare continuo tra una vaga richiesta di valori e una evidente necessità di ricorrere a mezzi e strumenti anche molto tecnici per far passare questo periodo di evidentissima citisi - che non è assolutamente oscurabile - dell’Europa, della costruzione politica europea. Siamo in questa condizione e dobbiamo esserne consapevoli, non possiamo esprimere paradossi e contraddizioni senza insieme dichiararlo, perché prima dimensione della nostra arte è la diagnosi spietata. Non esiste politica di nessun genere se non è realista: anche la Repubblica di Platone è perfetto realismo politico.

Non c’è grande politica - e la costruzione unitaria europea è grande politica - che non sia anche accompagnata da miti. Non si è mai visto nella storia, e non si vedrà mai. La grande politica ha bisogno realmente, strutturalmente, di grandi narrazioni, che attingono al passato di un popolo - indipendentemente dal come. Tutti i grandi popoli si sono narrati, attingendo alle proprie radici, e sulla base di questo si sono infuturati in qualche modo.
Tutte le grandi decisioni politiche hanno quindi avuto i loro miti, dove mito significa letteralmente racconto, narrazione. Lo Stato di Israele ha un grandissimo mito, senza il quale non ci sarebbe mai stato lo Stato di Israele.
L’Europa denuncia fin dalle origini questa debolezza enorme. Senza fare retoriche sulla pace - come potevano degli Stati usciti massacrati dalla Seconda guerra mondiale riprendere la guerra tra di loro? - è chiaro che la Francia, la Germania, l’Italia non potevano continuare a farsi la guerra. Per che cosa, con quali obiettivi? La guerra si fa per l’egemonia.

La grande idea, attorno a cui si dividevano i grandi uomini politici europei, è quindi un’altra: era chiaro che vivevamo in un’epoca di crisi dello Stato nazionale. Erano usciti due titani dalla Seconda guerra mondiale, e il destino che si prefigurava era un destino imperiale. I piccoli Stati o si aggregavano - e se volevano un’autonomia rispetto ai due titani avrebbero dovuto costruire prima un’area economica, poiché il realismo voleva questo, ma comunque in una prospettiva di unità politica -, altrimenti sarebbero stati schiacciati tra l’incudine dei grandi imperi (e ancora non c’era la Cina) e il martello della rinascita dei nazionalismi, perché questo è ciò che comporta la disgregazione degli imperi.
E questo sta comportando, in piccolo, da noi, dove la crisi dell’unità politica di questo possibile spazio imperiale provoca reazioni populistiche e nazionalistiche.

Questa grande idea politica tuttavia non si poteva narrare in termini soltanto economici, in un mix tra il mito del benessere e della sua continua crescita, necessario ma fondato su una promessa - che non poteva essere mantenuta, poiché basata su uno squilibrio nella distribuzione delle ricchezze a livello mondiale assolutamente a favore dei Paesi occidentali e dell’Europa, e soprattutto su di un monopolio sul mercato delle materie prime - più che su un vero patto tra élite politiche e cittadini, e i valori.

Ma i valori sono tali quando valgono, non c’è nessun valore astratto. Questo economico ha funzionato, ma quando è venuto meno ecco che ha cominciato a disgregarsi tutto. Quale poteva quindi essere l’altro mito fondativo? Il problema era che quei grandi statisti avevano in mente un’idea della costruzione europea sul modello dello Stato nazionale. La politica, il mito politico era la costruzione di uno Stato Europa. Questo era l’elemento vecchio del loro ragionamento.
Il mito economico è un mito necessario e un valore perché ha funzionato, fintantoché poteva funzionare. Il mito politico, riattingendo a una linfa potente nella storia e nella cultura europea - che veniva ignorata, perché si pensava a un modello statalista, centralista, burocratico nel senso buono del termine - era l’unione della nazioni. 
Un’Europa quindi che nascesse squinternando l’assetto statuale che aveva prodotto due guerre mondiali. Un’Europa che ritornasse all’idea della nazione - che non ha niente a che fare con il mito stato di Cassirer, che ha portato alle guerre mondiali -, alle lingue, alle culture, alle religioni europee. 
Da lì si doveva partire, non dall’estrapolazione del modello statuale centralizzato. Quello è stato l’errore di fondo, ma è sbagliato dire che è stato un errore, perché è stato il prodotto di quello che chi ha fatto l’Europa aveva nella testa. Non potevano esserci prodotti diversi.
Ora non serve andare a fare i pellegrinaggi a Ventotene, perché l’Europa si è costruita all’opposto di quello che c’era in quel Manifesto.
Da lì occorreva partire, verso una vera confederazione europea.

Questo era il simbolo, a cui si doveva accompagnare quello che è sotto certi aspetti nel Dna dell’Europa. Come fa l’Europa a immaginarsi come uno spazio fisico determinato? Chi sa dire dove finisce l’Europa? Europa era una signora che stava nella Fenicia, che è stata rapita da Zeus. Europa non è un nome indoeuropeo, non ha niente a che fare con il greco o il latino. Non siamo forse stati i trasgressori di tutto noi europei? Quale confine abbiamo rispettato? Nelle bandiere di Carlo V non c’era scritto Sempre oltre? Come facciamo adesso noi europei a dire dove alziamo i nostri muri? È un cambio di Dna spaventoso. Stiamo vivendo una situazione in cui l’Europa sta smentendo i suoi caratteri, i suoi demoni fondamentali. Il soggetto che ha trasgredito tutto, che ha attraversato il confine, che non si sa dire dove termina, si dice chiuso. È impossibile, o meglio, è il segno della sua fine.
Da qui occorre ripartire. Abbiamo la forza di dire che l’Europa è questa cosa qui, e che adesso questo nostro oltrepassare non potrà essere un oltrepassare che conquista altri, ma all’interno di questo spazio comune è interscambio, accoglienza, riconoscimento, Anerkennung? È solo questo il valore che può valere. Il valore economico resta, cercheremo di mantenere il nostro benessere. Possiamo ancora fare questa promessa - vent’anni fa erano tutti europei perché erano certi di quella narrazione che diceva “con l’Europa staremo meglio e continueremo a stare meglio”. Questo è un discorso di verità, pragmatico.
E poi sbaracchiamo questi ministeri, questo centralismo statuale, muoviamoci nel senso della vera confederazione, a partire dal significato di nazioni, di città, dalle diverse identità - che sono identità europee, e cioè accoglienti, trasgressive. Partiamo da lì, e vediamo se può ancora funzionare questo discorso.

L’Europa dovrebbe anche sempre considerare con giustizia la propria storia. L’Europa è la terra della grande tecnica, della scienza che ha cambiato il mondo, di quel grande prodotto dello spirito europeo che è lo Stato moderno, di diritto. Certo l’Europa ha fatto tutto questo, ma l’Europa è stata anche fascismo e nazismo.
E a maggior ragione di come sono europei quelli che adesso sono antieuropei, quelli erano quintessenzialmente europei, cioè rappresentavano quell’istanza demoniaca che è presente nel genio europeo, per cui l’Europa deve essere uno e non un luogo dove molti custodiscono il proprio nome, la propria lingua, le proprie tradizioni e si confrontano tra di loro.

Questa idea egemonica è europea, e l’Europa molte volte l’ha trasferita altrove, nei suoi rapporti con le altre civiltà, con gli altri Paesi. L’Europa deve denunciare questo atteggiamento e guarirne profondamente, ma non dimostra di essere guarita laddove la sua idea dell’unità politica europea è un’idea statalistica.
L’Europa è questo, questa volontà di egemonia che tutto interra, tutto ingloba, tutto omologa, fino al male assoluto. L’Europa è stata anche questo, che non è un’aberrazione, quanto piuttosto qualcosa che è giunto a punti estremi, a punti ultimi, si è manifestato nella storia europea come apocalisse di un male che è nella nostra storia, e che dobbiamo guarire alla radice non soltanto denunciandone l’epifenomeno estremo, senza mai vedere che de nobis fabula narratur.

La costruzione del valore non avviene soltanto inventandosi concetti a tavolino, ma avviene ricordando criticamente la propria storia, la genesi del proprio presente.
I valori sono qualcosa che vale perché sono effettuali nella vita di ciascuno. Se questa situazione che attraversiamo potesse servire a discutere di tutto questo con forza critica, credo che si potrà riavviare un processo europeo, perché non abbiamo alternative. Non potremo mai competere come singoli Stati per affrontare i problemi che abbiamo di fronte. L’Europa attuale non ha nulla a che fare con quella della belle époque, che aveva il 50% del prodotto interno lordo mondiale, il 28% della popolazione, in cui 5 potenze erano realisticamente in grado di competere per l’egemonia mondiale.
Adesso non vi sono alternative al dare vita a un’unità politica. L’Europa è quindi necessaria, ma non è detto che sia possibile. Spetta non alla mia generazione, che ha fallito, ma ai più giovani che la ritengono necessaria, il compito di rendere l’Europa anche possibile.

Analisi di Massimo Cacciari, filosofo

30 marzo 2017

La crisi dell'Europa

terzo incontro al Teatro Franco Parenti

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