Gariwo: la foresta dei Giusti

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​“Ma non hanno preso di mira minoranze etniche”: la pallottola (spuntata) del negazionismo

di Vincenzo Pinto

Gariwo ha lanciato recentemente il progetto di Carta dei valori che, ispirandosi all’analogo progetto di Václav Havel di quarant’anni fa, “possa ispirare un codice di comportamento etico per persone di diversa appartenenza politica, religiosa culturale, nella crisi morale che rischia di distruggere l’Europa”. L’iniziativa è lodevole e merita il massimo rispetto, soprattutto perché è l’opera di un’associazione e di una persona (Gabriele Nissim) che hanno sempre coerentemente perseguito l’ideale umanitario che si sono prefisse. Com’è noto, il progetto originario di Havel (Charta 77) criticava la mancata attuazione da parte del governo cecoslovacco degli impegni sottoscritti in materia di diritti umani. La reazione del governo socialista fu repressiva: i leader del movimento furono perseguitati in vario modo e a vario titolo per attività sovversiva antisocialista, antistatale, imperialista ecc.. Charta 77, pur rappresentando una “luce di giustizia” in mezzo all’oscurità del regime autoritario, dovette però attendere il logoramento e l’indebolimento degli Stati socialisti di fine anni Ottanta (la “rivoluzione di velluto”) per vedere realizzato il proprio sogno: una democrazia pluralista rispettosa della libertà d’espressione.

È lecito interrogarsi non tanto sulla bontà degli ideali incarnati dalle “magne carte” di Havel e di Nissim, quanto sulla loro efficacia concreta nello scenario politico attuale. I dubbi ci sono, e sono molti. C’è il rischio che l’iniziativa resti confinata a poche personalità dall’alto profilo morale e intellettuale, che non riesca, in altre parole, a far breccia nel cuore delle masse (e, quindi, dei politici che cercano di “cavalcarle”). C’è il rischio di trovarsi di fronte a un’ennesima iniziativa di “santi laici” disposti a fungere da capro espiatorio nella spirale persecuzione-sacrificio già descritta sapientemente dal compianto René Girard alcuni anni or sono. Certo, oggi non avremmo più il capro espiatorio, semmai l’agnello di Dio: alla persecuzione seguirebbe il senso della vergogna (quantomeno nelle culture protestanti). Ma tutto ciò può bastare? Elogiare i giusti, cioè coloro che promuovono il dialogo e la condivisione dell’altro, è l’unica via per sconfiggere l’odio generalizzato? L’odio di cui tanto si parla, cos’è in realtà? È qualcosa di quantificabile nella materialità quotidiana?

La frase che abbiamo citato nel titolo è stata utilizzata alcuni anni fa da un portavoce della commissaria UE alla Giustizia a giustificazione della mancata equiparazione fra i crimini perpetrati dai regimi socialisti nei paesi dell’Europa orientale (nell’Unione sovietica, in special modo) e quelli compiuti in precedenza dai regimi nazifascisti durante la Seconda guerra mondiale. Come sappiamo, la mancata equiparazione deriva in realtà dal timore (peraltro fondato) che si passi dalla padella alla brace, cioè che si “affermi un crimine negandone un altro” e dal timore di condannare tout court l’esperienza del comunismo (anche nella sua variante democratica e sindacale). Insomma, i due totalitarismi hanno punti teorici e attuativi di convergenza (e fin qui, da Hannah Arendt in poi, nulla da eccepire), ma sono e restano diversi: il nazifascismo fu il male senza remissione, il comunismo invece fu preda di alcuni eccessi (il nazionalismo stalinista, l’antisemitismo di alcuni, ecc.). L’uno ha cercato di uccidere tutti i diversi senza apportare nulla di buono all’umanità, il secondo ha cercato di migliorare l’uomo esportando alcune “escrescenze”.

Abbiamo volutamente fatto questa digressione di “bassa cucina politica” per cercare di mostrare quanto il dibattito sui Giusti rischi di incagliarsi in una dimensione privatistica e intimistica che perda di vista il quadro più generale delle cose. Il quadro generale è piuttosto chiaro: l’Europa è un continente economicamente e socialmente in grave crisi perché, al di là del problema congiunturale monetarista (per essere sintetici), non riesce a darsi una memoria comune, condivisa e costruttiva. Contemporaneamente, si trova a dover fronteggiare la peggior crisi umanitaria della sua storia e non ha gli strumenti politici in grado di affrontarla (al di là di palliativi roboanti dalla dubbia validità). Gli ideali umanitari delle sinistre tradizionali sono inermi di fronte alle masse di disperati che cercano di insinuarsi nel vecchio continente. Le classi dirigenti tengono alto il vessillo dei valori imperituri, ignorando però le ricadute concrete della crisi sulle spalle dei ceti più deboli europei. Ed ecco spuntare i populisti, cioè coloro che parlano alla “sacra pancia” della gente, incolpando le élite dei peggiori mali di questo mondo. Dobbiamo aggrapparci ai giusti delle nazioni oppure al regno dei cieli?

Il progetto che intendiamo lanciare sulle pagine di Gariwo è paradossalmente “visionario”: intende semplicemente muovere dalla realtà esistente per cercare di valorizzare i punti in comune alle diverse posizioni e sensibilità politiche in campo. Quali sono questi fantomatici “punti in comune”? Si è tanto parlato di radici ebraico-cristiane, di illuminismo, ecc. per trovare un minimo comune denominatore alla realtà europea. Tutte belle parole, giuste anche in teoria, che tuttavia sono lontane anni luce dal comune sentire delle persone (che, fino a prova contraria, votano). Se c’è qualcosa che ha accomunato il continente europeo nella storia recente e che ha prodotto indelebili ferite è stata indubbiamente l’esperienza totalitaria del secolo passato. Quando parlo di esperienza totalitaria non mi riferisco solo e soltanto all’assassinio burocraticamente organizzato di milioni di persone “diverse” e “colpevoli” di contaminare la “purezza comunitaria” o di “sabotare” la “rivoluzione del proletariato”. Penso soprattutto alla privazione delle libertà fondamentali quali quelle di parola, di movimento, ecc. Si può quindi sostenere che il “mito fondante” della nuova Europa può e deve essere la lotta contro l’esperienza totalitaria. Per poter affrontare in maniera costruttiva le sfide esterne, bisogna prima “lavare i propri panni sporchi” interni. Ma come, si dirà?

Ogni paese ha una storia diversa e ha valutato diversamente l’esperienza totalitaria. Basta andare nei paesi dell’Europa orientale per rendersi conto quanto sia ancora forte il ricordo del quarantennio sovietico. Le democrazie europee, con buona pace dei padri fondatori, non si reggono ancora su una “base comune” (come afferma Giuseppe Veltri, uno dei principali ebraisti europei), cioè non hanno metabolizzato una serie di valori condivisi capaci di non far incagliare o, peggio ancora, affondare la barca durante la tempesta. Parlo ovviamente di valori profondi, “emotivi”, che vadano al di là delle alte sfere istituzionali e che coinvolgono tutti i cittadini. Se la storia divide, la memoria può anche unire. Quest’unione non deve consistere però nella forzatura di legami o nell’imposizione di punti di vista differenti per via di meccanismi più o meno istituzionali e politici, che finirebbero per creare maggiori problemi di quanti non ve ne siano già. Deve trattarsi qualcosa di “strano” e paradossale: di una “convergenza parallela”. In altre parole, proseguire il proprio cammino insieme, ma autonomamente. Dare tempo alla storia di essere “utile” alla vita. Può essere un palliativo, a prima vista, ma può essere potenzialmente l’unico modo per avvicinare concretamente storie e sentimenti così diversi e così contrastanti.

Sarebbe quindi opera di grande saggezza politica in un momento di grave travaglio interiore per un intero continente, che percepisce la propria debolezza e la propria senescenza di fronte a un mondo in via di trasformazione, evitare di percorrere vecchie strade che difficilmente potranno portare a un cambiamento reale. È meglio pensare a un giorno dedicato alle vittime dei totalitarismi (No-Tot-Day), che non sia fissato in un’unica data, ma che piuttosto si concentri in due diverse date del calendario da stabilire . Questo consentirebbe alle diverse memorie di unirsi – a loro modo – nella lotta contro l’avversario comune del totalitarismo, che non è altro che una versione degenerata della democrazia. Il totalitarismo è sì un concetto e un’esperienza storica ben precisa (e ormai conclusa, fortunatamente), ma ha lasciato diversi segni e ferite nelle realtà locali. Senza prendere atto di tutto ciò, si continuerà a emettere fiumi di parole completamente inutili.

Si tratterebbe di un cambiamento “rivoluzionario”, ma di una rivoluzione fatta nella conservazione delle rispettive identità: valorizzare al massimo i diversi patrimoni culturali, senza imposizioni di sorta, ma lasciando libera scelta ai parlamenti nazionali se e come attuare le diverse giornate della memoria fissate a livello europeo. Una data potrebbe valere per le vittime del totalitarismo di destra e un’altra per quelle del totalitarismo di sinistra. Ogni paese potrebbe decidere se e come attuare questa rimembranza, senza imposizioni dall’alto. In questo modo si riuscirebbe, forse, a ricucire lo strappo ormai palese fra i portatori di valori e le persone comuni, costrette a combattere quotidianamente per la propria esistenza e per quella dei propri cari, ma lontane anni luce dalle roboanti espressioni delle alte sfere.

Non sarebbe la quadratura del cerchio, indubbiamente. Ma non è necessario che tutto si aggiusti, almeno in un primo momento. Forse questo sarebbe un modo per disinnescare le tanto vituperate azioni dei negazionisti dell’una e dell’altra sponda (evitando legislazioni liberticide o pedagogismi inutili). Ciascuno avrebbe il suo e, forse, un domani, le singole storie nazionali potrebbero abbandonare la geometria iperbolica e riscoprire il criticato quinto postulato di Euclide, cioè che due rette (cioè due diritti) possono e, anzi, devono potersi incontrare. Ma su un altro piano e in un altro punto.

Analisi di Vincenzo Pinto

31 gennaio 2017

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