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Materia, memoria, identità

di Massimo Schinco

In questo breve scritto vorrei proporre alcune riflessioni molto pratiche su situazioni di vita che accomunano tutti. Per introdurle, però, chiederò licenza ai lettori e mi allontanerò per un momento dalla pratica e dalla quotidianità, accennando a una piccola escursione nei regni della filosofia e dalla fisica teoretica. Nessuno si spaventi! Sarà un passaggio brevissimo e del tutto amichevole, come può farlo uno che non è né filosofo né fisico, ma psicologo psicoterapeuta.

Facciamo un salto indietro nel tempo, all’anno 1896. In quell’anno, il filosofo e matematico francese – e futuro premio Nobel – Henri Bergson pubblica un saggio che si intitola Materia e memoria. Sono gli anni in cui sta nascendo la psicologia moderna. Nel suo saggio, Bergson si oppone al positivismo e al riduzionismo materialista allora imperanti, sostenendo che non è il cervello a creare memoria e coscienza, dal momento che la materia in sé (e il cervello è un organo materiale) non è in grado di esprimere né l’una l’altra. Con ciò, il cervello e la materia hanno funzioni importantissime sia per la coscienza che per la memoria. Bergson definisce il cervello come “l’organo dell’attenzione alla vita”, il cui funzionamento è indispensabile affinché la coscienza possa focalizzarsi su un’area circoscritta e realizzare azioni pratiche. Azioni di cui, nella sua maturità, un soggetto è responsabile. Per questo è necessario che sulla memoria assoluta (che ha natura spirituale) siano compiute operazioni di selezione e ordinamento, sicché la memoria possa diventare (se vogliamo usare una terminologia neuropsicologica contemporanea) “memoria di lavoro”. Nel lavori successivi, come L’Evoluzione Creatrice del 1907 la posizione di Bergson a proposito della materia e del suo rapporto con le dimensioni spirituali dell’esistenza si chiarirà ulteriormente. La realtà per Bergson è vita, anzi “slancio vitale”. La materia è come la traccia del passaggio di questo slancio che incessantemente è rivolto avanti nella sua evoluzione. Si può dire che la materia non può produrre memoria perché essa stessa è memoria di un passaggio già avvenuto, così come la dura pietra è memoria della colata lavica che l’ha generata e dei processi di erosione che l’hanno modellata. Memoria che quindi non va perduta, ma costantemente è riutilizzata nei domini fisici, biologici, psicologici, culturali e sociali.

Come tutte le posizioni filosofiche, quelle di Bergson sono state discusse, criticate, accettate o rifiutate a seconda degli autori, delle correnti e delle circostanze. Ora però muoviamoci nel tempo e approdiamo in età contemporanea, precisamente all’anno 2006, centodieci anni dopo Materia e Memoria. Tanti anni non sono passati invano. La classica opposizione tra fisica (volendo semplificare, il materialismo) e metafisica (sempre semplificando molto, lo spiritualismo) ha incontrato realtà nuove che, al di là delle conclusioni a cui si vuole arrivare, costringono tutti a ridiscutere le proprie posizioni. Nel dopoguerra sono nate la cibernetica e la teoria dei sistemi. La scienza della computazione, con le sue applicazioni tecnologiche su vasta scala, rivoluziona la vita quotidiana di tutti. Ma forse il ruolo più destabilizzante, in questa trasformazione della discussione, è svolto dalla fisica quantistica, ormai giunta a maturità sul piano teoretico, sperimentale, applicativo e anche su quello della riflessione filosofica sulla natura del reale. In questa sede, non ci azzarderemo nemmeno a dare un’occhiatina a tale difficilissima e vasta disciplina. Ci basti sapere che essa rimette in discussione tutto: il senso del tempo (inteso come procedere dal passato, attraverso il presente, verso il futuro), quello dello spazio (inteso come separazione tra luoghi caratterizzata da distanze), il senso della differenza tra ciò che è materiale (ad es. una pietra, o un frutto) e ciò che non lo è (ad es. un’idea, un sentimento, un ricordo). In questa ridiscussione generale avviene una curiosa ibridazione tra fisica generale e psicologia generale. A domande tipicamente psicologiche come: “che cos’è la coscienza? Come funziona l’apprendimento? Che cos’è la memoria?” sempre più spesso sono i fisici a ipotizzare risposte, a volte in collaborazione con i neuroscienziati e a volte in totale autonomia, magari con proposte che, fino a pochi anni fa, sarebbero suonate come piuttosto sconcertanti.

È questo il caso di Efstratios Manousakis, docente e ricercatore della Florida State University, che nel 2006 pubblica un articolo[1] in cui, in sostanza, propone un’inversione di rotta. In poche parole, Manousakis ci dice che dobbiamo smetterla di cercare di rispondere a domande come “che cos’è la coscienza” appoggiandosi alle leggi della fisica quantistica. Anzi dobbiamo procedere in direzione inversa. È infatti il funzionamento della coscienza che ci rende ragione della fisica quantistica e delle sue apparenti stranezze. In sostanza il suo invito è: “studiamo il funzionamento della coscienza e così capiremo anche la fisica”. Manousakis, che è un fisico e non un filosofo, non si addentra nell’esame di implicazioni antropologiche, epistemologiche e così via. Da buon fisico, propone un modello da mettere alla prova. In questo modello, ci parla anche della materia collegandola sostanzialmente alla memoria. Perché noi possiamo percepire qualcosa come dotato di proprietà materiali, ci dice Manousakis, è necessaria la memoria. È necessario cioè che la coscienza si rivolga su operazioni che ha già svolto. Questa affermazione è straordinariamente coerente come acquisizioni consolidate della psicologia moderna (si pensi al costruttivismo di Piaget, a tutto il lavoro svolto da quella scuola a proposito della “costruzione psicologica dell’oggetto). Insomma, nella visione di Manousakis c’è una coscienza che è immediata, priva di aspetti materiali, e c’è un percepire che è frutto di un lavoro sul passato, che quindi è già memoria. Parafrasando Bergson, memoria diventa materia, “materia E’ memoria”.

Cari lettori che avete avuto la pazienza di seguirmi fino qui, facciamoci alcune domande insieme. Dove sono ora, alle prese con questo bizzarro articoletto? Sono alla tastiera del mio portatile, sto leggendo dal mio tablet? Sono seduto nella cucina di casa mia, sorseggiando un buon caffè, o sto tentando di ammazzare il tempo in qualche stazione, alle prese con l’ennesimo ritardo ferroviario? Sono solo? Sono in compagnia? Dovunque io sia, non solo sono in un luogo materiale, ma ancor più immediatamente sono nella materialità del mio corpo. E se ciò che ho letto non ha suscitato in me un rifiuto, ne concluderò che quindi sono immerso nella memoria. La materia-memoria che costituisce il mio corpo, quella che dà forma al luogo che mi ospita e in cui mi muovo. Quella della fisicità dei miei sentimenti … sentimenti che mutano se il mio stomaco è vuoto, se ho preso un caffè caldo, se ho sorseggiato un buon calice di vino, o se il raffreddore mi tormenta.

In tutta questa materialità e in questa memoria potrò sentirmi a mio agio, oppure smarrito, impaurito o viceversa euforico. Perché questa memoria è anche identità. Il mio corpo, che conosco e riconosco, i luoghi che riconosco e in cui so orientarmi, oppure quelli che mi disorientano nella loro novità, perché non appartengono alla mia identità, alla mia memoria. Identità che è fatta certo non solo, ma comunque tanto, di memoria in cui riconosco o non riconosco me stesso, memoria che se viene a mancare può sorprendermi piacevolmente ma anche gettarmi nell’angoscia e nell’impotenza.

Ecco la riflessione che vorrei proporre ai lettori. Stiamo vivendo un tempo in cui il tema dell’identità e delle radici (cioè la memoria) è vissuto e dibattuto come non mai: nei saggi e negli articoli, nelle aule universitarie, nei parlamenti, nei comizi elettorali, nei bar, nei tram, sui social network. E molto spesso in modo pesantemente conflittuale. Ora se è vero che quando si parla di identità si parla – può o meno estesamente - di memoria; e se è vero che se parliamo di memoria parliamo di materia … allora forse la riflessione e il dibattito risulterebbero più proficui se accompagnati da azioni giuste. La materia, infatti, richiede un amore che inizia dal rispetto e dal riconoscimento. Non posso trattare la pietra come se fosse legno. Non posso trattare la carne come se fosse pietra. Non posso trattare il corpo di un bambino come quello di un adulto. Qualsiasi corpo, nella sua materialità, richiede riconoscimento, rispetto. Il chirurgo nell’operare è cruento con la carne, ma lo fa in modo rispettoso se la sua azione è giustificata e guidata da scienza e coscienza. La sua azione materiale, sarà viceversa un’azione violenta se ingiustificata, strumentale o scarsamente professionale.

Ogni mamma sa che l’amore passa attraverso il suo corpo e le sue mani, mani che manipolando amorosamente il bimbo partecipano alla costruzione della sua memoria e della sua identità. E analogamente gli amanti sinceri sanno che nell’espressione fisica del loro amore producono memoria e costruiscono identità.

Se quindi il tema dell’identità ci sta a cuore, come è giusto e opportuno che sia, oltre che a pronunciare giuste parole, impegniamoci per quanto possibile a compiere giuste azioni nei confronti delle condizioni materiali e concrete di vita nostre e dei nostri vicini. Tutto, infatti, diventerà memoria e identità.

[1] Manousakis E.: Founding Quantum Theory on the Basis of Consciousness. Foundations of Physics, Vol. 36, No. 6, June 2006 

Analisi di Massimo Schinco, psicologo psicoterapeuta

12 giugno 2018

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