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Memorial, un baluardo di Memoria da difendere

fatto di storie e persone

Memorial nasce a Mosca a metà degli anni ’80 - il primo nucleo si costituisce nell’87 guidato dall’intellettuale dissidente Arsenij Borisovič Roginskij - in un momento in cui l’URSS di Gorbačëv stava cercando di riformarsi dal punto di vista sociale e politico; in quegli anni, per la prima volta, si iniziava a parlare pubblicamente della tragedia del Gulag e dei crimini dello stalinismo. Fu un momento intenso, nel quale dopo decenni di silenzi forzati cominciarono a circolare testimonianze, fotografie, racconti di quello che fu il sistema Gulag.

Per gli anni della sua attività fino ad oggi, Memorial è stato il più grande archivio della storia dei gulag sovietici e delle sue vittime, ma anche un luogo di studio e ricordo, un centro per i diritti umani, una biblioteca, un museo dove sono conservati oggetti, scritti, opere d’arte e letterarie che raccontano il periodo sovietico e post-sovietico e testimoniano le storie delle vittime della violenza stalinista. Inoltre, l’associazione ha lavorato attivamente per promuovere la riabilitazione morale e giuridica delle persone sottoposte a repressioni politiche.

Memorial è un baluardo della Memoria per la Russia e per tutto il mondo, un patrimonio vastissimo di vite raccontate che entra a pieno titolo in quel complesso lavoro di conoscenza volto alla prevenzione di future atrocità. Partendo dall’esperienza di Mosca, altre sedi sono nate negli anni, quella di San Pietroburgo, ma anche quella italiana, tedesca, belga, ceca…

Oggi siamo di fronte alla chiusura di Memorial Internazionale e del suo centro per i diritti umani decretata la scorso 28 dicembre dalla Corte Suprema della Federazione Russa a causa di presunte violazioni della “legge sugli agenti stranieri”. Dietro all’appellativo di “agente straniero”, che da diverso tempo ormai colpisce il pensiero libero nel Paese, c’è però un intento ben preciso - espresso dall’ufficio del procuratore generale quando ha affermato che “Memorial crea una falsa immagine dell’URSS raffigurandola come Stato terrorista” -, quello di silenziare qualsiasi voce che possa minare l’idea di una grande Unione Sovietica liberatrice senza macchia. L’archeologo russo membro di Memorial Jurij Dmitriev, per esempio, ha visto la conferma della sua condanna a 15 anni di detenzione, motivata da accuse di pedofilia giudicate infondate da tutti gli esperti, probabilmente perché il suo lavoro sul sito di Sandormoch (luogo nelle foreste della Carelia dove nel ‘37 sono state uccise 7000 persone di più di 60 nazionalità) non è gradito. Si sta infatti indagando per volontà di Putin l’ipotesi (nuovamente infondata), che a Sandormoch non ci fossero soltanto vittime dello stalinismo ma membri dell’Armata Rossa, uccisi dai finlandesi durante la Guerra di Continuazione seguente a quella d’Inverno. Quindi, non “cittadini innocenti uccisi da un regime sanguinario" ma “eroi sovietici uccisi da un nemico straniero”. (abbiamo raccontato la storia di Dmitriev in questa intervista ad Andrea Gullotta, presidente di Memorial Italia, ndr).

Questo tentativo di cancellare la parte oscura della storia è una minaccia che riguarda tutti. Così come sosteneva il giurista ebreo-polacco Raphael Lemkin riferendosi al crimine di genocidio dopo la tragedia della Shoah, anche le atrocità compiute durante lo stalinismo colpiscono ovunque gli interessi vitali di tutti i popoli, non possono essere né isolate né localizzate, ma devono costituire un monito per tutti. Non difendere questa memoria significherebbe deturparne i contorni, renderla via via più ammissibile e vulnerabile alle manipolazioni e, così, permettere che simili meccanismi si ripresentino… 

Tra i fondatori e le più grandi personalità che hanno fatto parte della storia Memorial, ci sono persone la cui volontà di ricerca della verità si univa ad un bagaglio culturale e identitario comune, quello ebraico, che tra tutti poteva vedere più chiaramente l’importanza della preservazione della memoria. Erano Arsenij Borisovič Roginskij, figlio di un ingegnere di origine ebraica, co-fondatore di Memorial che disse: “La memoria storica della Russia è frammentaria, lacunosa e contraddittoria. È una memoria soltanto di vittime, perché non riusciamo a identificare i carnefici.”; Helena Georgievna Bonner Sacharova, figlia di un armeno e di un ebrea, che, con Andrej Sacharov e dopo la sua morte, fu una delle anime di Memorial e difese il suo diritto ad esistere; Lev Emmanuilovic Razgon, nato in Bielorussia da una famiglia ebraica, che partecipò alla fondazione di Memorial dopo aver vissuto in prima persona il Gulag descritto nel suo libro La nuda verità con queste parole: “Io non ho dimenticato e non voglio dimenticare. Infatti questo non è un libro su di me, ma su quanti, come me sono stati rinchiusi e che ora non ci sono più e nessuno ricorda. Verso di loro avevo un debito morale.”

Oggi anche noi abbiamo un debito morale verso coloro che hanno rischiato molto e stanno ancora rischiando per consegnarci le memorie di quello che accadde, dobbiamo raccontare le loro storie e mobilitarci per difendere Memorial e il suo inestimabile patrimonio storico in pericolo.

Analisi di

20 gennaio 2022

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