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Minimizzare il genocidio di Srebrenica è un crimine

di Tatjana Dordevic Simic

All’inizio di dicembre dell’anno scorso, Željka Cvijanović, presidente della Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba in Bosnia ed Erzegovina, si è recata in visita in Israele. Durante quella visita, Cvijanović è andata al Memoriale dello Yad Vashem e ha deposto una corona sulla tomba di Theodor Herzl, fondatore del sionismo politico. In questa occasione, la presidente ha espresso la volontà di far tornare le spoglie dei nonni di Herzl, che rimasero nel piccolo cimitero di Zemun, alla periferia della capitale serba di Belgrado, in Israele. 

La presidente della Repubblica Srpska ha incontrato alti funzionari israeliani, tra cui il ministro delle finanze Avigdor Lieberman e il ministro dell'edilizia e degli alloggi Zeev Elkin. Cvijanović ha anche incontrato i giornalisti del quotidiano israeliano Haaretz, affrontando alcune delle questioni politiche più urgenti che ultimamente fanno notizia nei Balcani occidentali. In una lunga intervista, Cvijanović ha esplicitamente negato la minimizzazione del massacro a Srebrenica accaduto nel 1995, quando ottomila musulmani bosniaci furono massacrati dalle squadre serbe guidate dal criminale di guerra, il generale Ratko Mladić. In quell’intervista, la presidente della Repubblica Srpska ha inoltre respinto le accuse secondo cui lei e i suoi alleati negano il genocidio di Srebrenica e distorcono la Storia. "Non c'è nessuna negazione del genocidio.", ha affermato più volte Cvijanović, aggiungendo che le attuali discussioni sui crimini di guerra stanno impedendo al suo Paese di andare avanti. D'altra parte, Cvijanović ha dichiarato che esiste l'opposizione alla legge sulla negazione del genocidio, ma che deriva dal fatto che questa legge è stata imposta da un rappresentante internazionale.

L'ex alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, Valentin Inzko, lo scorso luglio del 2021 prima di lasciare il suo mandato lungo 12 anni, ha infatti stabilito che la negazione del genocidio di Srebrenica sarà vietata in base al diritto penale bosniaco. Gli emendamenti alla legge voluti da Inzko prevedono anche il carcere per un periodo fino a cinque anni per coloro che glorificano i criminali di guerra serbo bosniaci.

A questa decisione, l’ex presidente della Repubblica Srpska, Milorad Dodik, oggi membro serbo della Presidenza tripartita bosniaca, ha immediatamente reagito respingendo le modifiche imposte dall'Alto rappresentante e confermando la sua posizione sul massacro di Srebrenica. "A Srebrenica non è avvenuto un genocidio", ha detto Dodik aprendo così una crisi politica e persino annunciando l'indipendenza della Republika Srpska. 

Nei mesi a seguire, Dodik ha ripetuto più volte che all'epoca sia stato commesso un terribile crimine, negando però la qualifica di genocidio. Lo stesso pensano i suoi alleati, i leader serbo-bosniaci, come pure le autorità di Belgrado, con il presidente Aleksandar Vučić. Al fianco di Dodik, c’è sempre la presidente attuale della Repubblica Srpska, che ultimamente si è trattenuta dall’esprimere opinioni pubbliche ma non bisogna dimenticare la sua reazione dopo la condanna del generale Ratko Mladić...

Il tribunale dell’Aja lo scorso giugno 2021 ha infatti confermato l’ergastolo per il suo ruolo nella strage di Srebrenica. Questa sentenza ha provocato reazioni forti ed opposte tra élite politiche. La prima a commentare fu proprio la presidente della Repubblica Srpska, Željka Cvijanović, che ha dichiarato che il Tribunale dell’Aja, confermando quella sentenza, ha dimostrato ancora una volta di essere un tribunale anti-serbo che tende ad accertare la colpevolezza per crimini di guerra non sulla base di prove, bensì sulla base dell’appartenenza etnica degli imputati.

In Serbia, invece, si è dimostrato ancora una volta che non c’è alcuna sincera volontà di fare i conti con il passato e con le conseguenze e le proporzioni del massacro di Srebrenica. A determinare tale atteggiamento, è stata innanzitutto la leadership al potere che sostiene che Il Tribunale dell'Aja abbia condannato soprattutto i serbi, complessivamente a 1138 anni di reclusione, mentre nessun croato o bosniaco è stato condannato per i crimini commessi contro i serbi.

Per onorare il generale Mladić, qualche giorno dopo la sentenza, nel centro di Belgrado è apparso Il murale che ritrae questo criminale di guerra, che per i gruppi di estrema destra resta un eroe che si è opposto alla pressione delle popolazioni musulmane nei Balcani. Per gli altri, invece, l’ex generale è un criminale di guerra che non dovrebbe certamente essere ricordato nel centro di Belgrado ed essere ritratto sui muri della città. Nonostante gli scontri che sono avvenuti più volte tra gli attivisti che vogliono rimuovere il murale e gli esponenti di destra che lo difendono, il murale sta ancora lì, sul muro di un palazzo residenziale, nel quartiere Vračar, uno dei più belli nel centro di Belgrado.

Nello stesso tempo, in Bosnia si fa strada una nuova iniziativa, partita da due partiti, l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Snsd) e l’Unione cristiano-democratica (Hdz), che hanno formato un’alleanza nel Parlamento allo scopo di depenalizzare la negazione dei massacri avvenuti a Srebrenica. A tale proposito, la ministra degli Esteri bosniaca, Bisera Turković, recentemente ha inviato una lettera al ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, per chiedergli di aiutarla a fermare quella pericolosa e inaccettabile iniziativa. Nella sua lettera, Turković ha sottolineato che un'eventuale rimozione del divieto del negazionismo del genocidio costituirebbe un precedente preoccupante dalle gravi conseguenze. “Il tribunale militare internazionale ha proibito nel 1945 qualsiasi negazionismo dell’Olocausto contro gli ebrei in ogni nazione europea”, scrive Turković, aggiungendo che bisogna unirsi e combattere insieme contro il revisionismo storico di entrambi i massacri.

Tutto sommato, a giudicare dalle reazioni, sembra che la condanna all’ergastolo di Mladić abbia provocato maggiore tensione tra i leader di etnie diverse, e che, dopo più di 25 anni dalla fine della guerra, i Paesi dei Balcani occidentali siano molto lontano da una reciproca comprensione e tolleranza.

Tatjana Đorđević Simić

Analisi di

4 gennaio 2022

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