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Morire d'islam

editoriale di Carolina Figini

Una ragazza di 14 anni, Hena Begum, è morta dissanguata dopo sei giorni di agonia in seguito alle frustate comminatele dal Consiglio degli anziani del suo villaggio per aver avuto rapporti con un cugino più in là negli anni. È successo in Bangladesh, un Paese che ha abolito la Sharia un anno fa, ma che, come molti altri Stati asiatici e mediorientali, lotta ancora per affermare il primato del diritto contro la barbarie dell’integralismo religioso.
Hena è stata sepolta il 31 gennaio. Di lei restano il ricordo dei familiari, che la consideravano innocente, e un corpo sottoposto a esame autoptico dalle autorità di Dhaka. I giudici dell’Alta Corte bengalese infatti ora intendono perseguire il cugino per stupro e omicidio, nel caso in cui le indagini confermino che la sua condotta ha determinato indirettamente la morte di Hena. È la seconda volta che in Bangladesh viene denunciato un caso di morte in seguito alla fustigazione islamica. Il primo caso è stato quello di una quarantenne accusata di avere avuto rapporti sessuali con il figliastro. Certamente però la minore età di Hena suscita il bisogno di una più profonda riflessione. La punizione dei minorenni non è solo prerogativa dei totalitarismi e dei fanatismi. 

Ha fatto scalpore di recente la fotografia di un bambino trascinato in un tribunale americano con le catene ai piedi. È molto vivo, negli USA come in Germania, il dibattito su come contrastare il fenomeno delle baby gang, e le proposte in merito sono talvolta incivili, come nel caso del Governatore della Sassonia dimessosi per aver suggerito che gli adolescenti violenti andassero a imparare la solidarietà in appositi campi siberiani. Hena però non aveva commesso alcun crimine ed è stata punita in quanto giovane donna, da pretese autorità che in realtà agivano contro la legge. Paradossalmente la corte islamica aveva condannato nello stesso tempo la ragazzina per avere subito violenza e suo cugino per averla commessa. Poi il maggiorenne, come prevedibile d’altronde, era fuggito e lei si era trovata sola davanti alla giustizia sommaria. Perché questo conflitto tra legge islamica e Stato di diritto? Lo studioso Alessandro Bausani ha scritto: “[per l’Islam la religione] è qualcosa che abbraccia sia la religione sia la politica, è regola di vita, legge, mentre mancano le connotazioni sacerdotali-ritualistiche essenziali nella nozione di religione in senso cristiano”. Anche il senso di tale “legge” cambia nell’Islam: per i musulmani il diritto si applica alle persone, indipendentemente dal luogo dove si trovano (vale a dire a Dhaka come a New York) e regolando ogni aspetto della vita. Va detto che l’Islam originariamente si opponeva alla solidarietà tribale esistente nei villaggi come quello della povera Hena, in nome di una solidarietà più elevata che ruotava intorno all’accoglienza della Rivelazione di Maometto, ma non è mai riuscito a superare lo spirito di clan e a volte si trova addirittura incorporato in queste realtà locali. Come è accaduto anche al Cristianesimo nei secoli, possiamo dire che l’Islam è diventato un mezzo di oppressione usato da chi detiene il potere, in questo caso un Consiglio di anziani. Non a caso oggi il Bangladesh oltre che per le fustigazioni è famigerato anche per le minacce a donne come Taslima Nasreen, scrittrice che ha denunciato con forza il fondamentalismo, e per il fenomeno dell’acidificazione del volto delle ragazze “ree” di non conformarsi agli usi islamici o addirittura anche solo di non gradire la corte di qualche maschio. Allo Stato liberale tocca oggi preservare la laicità e con essa la libertà e l’eguaglianza degli individui, in particolare minorenni. Possibilmente agendo con tempestività, prima che la Sharia mieta nuove, giovani vittime.

Carolina Figini, redazione Gariwo - la foresta dei Giusti

Analisi di Carolina Figini, redazione Gariwo - la foresta dei Giusti

10 febbraio 2011

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