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Moshe Bejski Giusto ad Agrigento

Ulianova Radice ricorda l'uomo che creò il Giardino dei Giusti

Il Giardino dei Giusti di Agrigento

Il Giardino dei Giusti di Agrigento

Pubblichiamo di seguito l'intervento del direttore di Gariwo Ulianova Radice in occasione della dedica di un albero del Giardino dei Giusti di Agrigento a Moshe Bejski, il promotore del Giardino dei Giusti di Yad Vashem. 

Quando abbiamo deciso di fondare Gariwo, la foresta dei Giusti, avevamo in mente una frase della filosofa Hannah Arendt, che poi abbiamo scelto come prima parte del titolo del convegno che abbiamo organizzato a Padova nel dicembre 2000: “Si può sempre dire un sì o un no” parlando di Giusti per gli ebrei e per gli armeni.

I Giusti incarnano proprio questa capacità di scelta.

L’esempio da cui abbiamo preso le mosse è il Giardino dei Giusti di Gerusalemme, presso il Mausoleo di Yad Vashem. In particolare la speciale visione che ne aveva Moshe Bejski.

Nel libro Il Tribunale del Bene. La storia di Moshe Bejski, l’uomo che creò il Giardino dei Giusti, uscito in Italia nel gennaio 2003, Gabriele Nissim racconta la vicenda umana e i dilemmi dell'uomo che per 25 anni ha presieduto a Gerusalemme la Commissione dei Giusti di Yad Vashem.
Ripercorrere gli snodi salienti della sua vita ci permette di capire l’enorme eredità che ci ha lasciato. Riprendiamo quindi gran parte della sua biografia, raccolta nel sito Gariwo.net, per evidenziarne questi snodi.

L’infanzia, la Shoah e l’incontro con Schindler

Moshe Bejski nasce in Polonia, nei pressi di Cracovia, il 29 dicembre del 1920. Cresciuto nell’ambiente ebraico, sente fortemente il peso dell’antisemitismo polacco e, ancora adolescente, aderisce a un movimento sionista che organizza il trasferimento in Palestina dei giovani ebrei polacchi per la costruzione di una nuova patria nella terra promessa. Poco prima dell’invasione tedesca del 1939 deve rinunciare al suo sogno sionista a causa di una grave malattia al cuore, che gli impedisce di partire insieme ai suoi compagni. Un passaggio che segnerà per sempre la sua vita.

Nel 1942 tutti gli ebrei vengono internati. La famiglia Bejski è smembrata: Moshe, insieme ai fratelli Uri e Dov, finisce nel campo di lavoro di Plaszow, reso tristemente famoso nel film di Steven Spielberg Schindler’s List per il suo comandante sadico, Amon Goeth, che si divertiva a usare i prigionieri come bersagli di un allucinante tiro a segno dalla finestra della sua camera da letto. I genitori e la sorella, invece, vengono fucilati sul posto. Moshe riesce ad eludere la sorveglianza delle guardie durante un turno di lavoro fuori dal campo e cerca invano rifugio presso i vicini di casa polacchi, i cui figli sono stati, fino al giorno prima, suoi compagni di scuola e di giochi. Solo un fattorino, suo collega di lavoro in una ditta di Cracovia, gli offre ospitalità, pur in condizioni molto disagiate e rischiose, ma anche in questo caso la curiosità malevola dei vicini vanifica l’unico gesto di generosità di un polacco verso un ebreo che Moshe abbia conosciuto.

In questo modo il giovane Moshe vive direttamente sulla propria pelle il contrasto tra INDIFFERENZA e RESPONSABILITÀ, tra OSTILITÀ e GRATITUDINE. Parole che ritorneranno in modo prepotente nella seconda metà della sua vita.

Costretto a ritornare “spontaneamente” nel campo di Plaszow, dove ritrova Uri e Dov, ottiene fortunosamente di essere inserito con loro nella famosa lista della fabbrica di Oskar Schindler. In questo modo i tre fratelli Bejski riescono a salvarsi e sono liberati dall’Armata Rossa nel maggio del 1945. Scoprono la tragica sorte dei genitori e della sorella e decidono di emigrare in Israele: la Polonia, ormai, non è più la terra a cui ritornare, ma solo il Paese dell’antisemitismo e della persecuzione del loro popolo.

Moshe inizia una nuova vita nel luogo dei sogni che non aveva potuto raggiungere da ragazzo.
Ma il sogno sionista si infrange subito contro la dura realtà: suo fratello Uri viene ucciso da un cecchino palestinese il giorno del riconoscimento ONU dello Stato ebraico.
Ancora una volta Moshe si sente circondato dall’ODIO verso gli ebrei. Sente la DISPERAZIONE per la quale era fuggito dalla Polonia.

Il sogno di diventare ingegnere si scontra invece con le necessità della vita quotidiana. Moshe è costretto a scegliere una facoltà che gli permetta di lavorare per mantenersi agli studi e con molti sacrifici si laurea in giurisprudenza, diventando uno dei più stimati avvocati di Tel Aviv. Sente tuttavia il dovere di sostenere lo Stato d’Israele appena nato e sceglie la carriera di giudice, fino ad occupare, alla fine degli anni Cinquanta, l’incarico più prestigioso, di membro della Corte Costituzionale. 

Ancora una volta risuona la parola RESPONSABILITA’.


I
l processo Eichmann e la Commissione dei Giusti

Moshe Bejski ha lasciato alle spalle il passato in Polonia, di cui non vuole più parlare. Nessuno conosce la sua storia drammatica e tutti lo considerano un sionista giunto in Palestina prima della persecuzione nazista, se non addirittura nato in quella terra.

Solo nel 1961, durante il processo Eichmann, i suoi amici ne scoprono la vera origine. Chiamato dal pubblico ministero Hausner a testimoniare sul campo di Plaszow, Bejski fornisce un racconto sconvolgente di quell’esperienza e trasmette al Tribunale la sensazione drammatica dell’impossibilità di comunicare il senso di disperazione e di impotenza dei prigionieri in quelle circostanze.

Per la prima volta in Israele viene alla luce il profondo disagio dei profughi dell’Europa sopravvissuti alla Shoah, incapaci di inserirsi e di farsi accettare da una popolazione che li considera con sufficienza e li accusa, tra le righe, di vigliaccheria o di non essersi saputi ribellare ai nazisti. Si apre un grande dibattito nel Paese e finalmente si affrontano i problemi legati alla storia degli ebrei nell’Europa del Novecento.

Ecco emergere dunque con gli anni '60 il tema della MEMORIA, quale memoria, come ricordare le vittime.

Acquisisce la giusta notorietà il Mausoleo di Yad Vashem, eretto a Gerusalemme a perenne ricordo delle vittime della Shoah e viene finalmente messo in pratica il punto 9 della sua legge istitutiva del 1953, con il quale lo Stato d’Israele di impegnava a rendere omaggio ai non ebrei che avevano salvato delle vite ebraiche, concedendo loro la sua onorificenza più alta, il titolo di Giusto tra le Nazioni.

Viene istituita la Commissione dei Giusti, con il compito di condurre le inchieste per accertare gli atti di salvataggio e stabilire a chi assegnare il riconoscimento. Ne diventa presidente il più famoso giudice d’Israele, Moshe Landau, che aveva diretto il processo Eichmann, redigendone la sentenza di condanna a morte. Landau tuttavia lascia presto l’incarico e propone la candidatura di Bejski, che lo sostituirà nel 1970, mantenendo la presidenza fino al 1995, quando darà le dimissioni. Nel frattempo, quasi diciottomila giusti sono stati insigniti e hanno piantato un albero nel viale a loro dedicato a Yad Vashem per ricordarne il gesto. Dopo la pensione, Moshe Bejski ha vissuto a Tel Aviv occupandosi dell’educazione dei ragazzi, a cui trasmettere la conoscenza della storia della Shoah e le riflessioni che la sua esperienza gli aveva suggerito. Ci ha lasciti il 6 marzo 2007.

Bejski ha sempre ammonito dal concedere facili perdoni. Ha ricordato che nessuno ha il diritto di sostituirsi ai milioni di vittime della Shoah. Anche su questo punto ha sentito una forte responsabilità e ha tenuto la barra dritta, contro ogni tentativo di edulcorare il passato, di ridimensionare le colpe dei carnefici con la scusa di inquadrarle storicamente se non addirittura nel tentativo di negarle.

Con i Giusti, invece, Bejski ha l'atteggiamento opposto, eppure ugualmente fermo. Scardina i pilastri troppo rigidi ed "eroici" dell'art. 9 della legge sui Giusti. Come si fa a non dare l'onorificenza a un grande amico degli ebrei come Jan Karski, l'emissario della resistenza polacca che ha rischiato più volte la vita per portare al mondo l'appello, l'invocazione di aiuto degli ebrei ai Grandi leader della terra? Eppure Karski non è riuscito a salvare nessuno, e questo sarà il maggior tormento della sua vita dopo la guerra.

E come si fa a non considerare Giusto Paul Gruninger, il funzionario della polizia svizzera di frontiera che voltava la testa dall'altra parte quando passavano gli ebrei per entrare nel territorio della salvezza? Che ha sigillato con timbri retrodatati i loro certificati, perché potessero ottenere il salvacondotto? Un funzionario "distratto" ma molto concentrato sui gesti di umanità. Eppure Gruninger nel fare ciò non ha rischiato la vita. Ha subito l'emarginazione sociale, la tirannia statale che gli ha tolto pensione e dignità. Ma non era certo nelle condizioni di pericolo di chi avesse osato salvare un ebreo in Polonia, dove sarebbe stato fucilato all'istante. 

Bejski - come Primo Levi - ricorda allora cosa significasse per un prigioniero del lager un pezzo di pane teso di soppiatto sotto la linea del filo spinato. O una maglia di lana, a volte perfino solo uno sguardo benevolo. La cicca della sigaretta, fumata solo poche boccate, che volutamente Schindler lasciava nel portacenere del suo ufficio perché il suo segretario ebreo potesse goderne, regalandogli qualche attimo di gioia. 

Dunque, che senso ha stilare le graduatorie dei Giusti? Il principio di umanità non è sezionabile, o si manifesta nelle azioni concrete, di qualsiasi tipo, oppure non è dato. Senza graduatorie tra eroi e martiri da una parte, e "aiutanti" di serie B come sottospecie minore.

Con queste posizioni Bejski ha stravolto l'impostazione di Landau nella direzione della Commissione. E vi ha polemizzato per il resto della vita. Landau non poteva apprezzare il valore universale e profondo di un semplice gesto di aiuto perché non aveva attraversato la Shoah. Bejski sì, e lo metteva a frutto, operando una profondo rivolgimento culturale.


L’eredità

Con il suo lavoro e la testimonianza della sua stessa vita - come dicevamo all’inizio - Moshe Bejski ci lascia una preziosa eredità.
La sua ricerca dei giusti interroga la nostra quotidianità. Ci ha insegnato che non esistono barriere, né di etnia, né di religione, né di credo ideologico o politico, quando si mette l’uomo al centro del proprio universo di valori. E ci ha dimostrato che il modo migliore per salvaguardare l’esempio dei giusti è di sentirci noi tutti, in prima persona, responsabili verso di loro, come loro si sono sentiti responsabili verso degli altri esseri umani.

Ecco ripresentarsi nuovamente le due parole incontrate all'inizio: RESPONSABILITÀ e GRATITUDINE. Queste due parole riassumono il senso stesso della vita di Bejski e la dimensione enorme della sua eredità per noi.

Raccoglierla significa ripercorrere la sua strada.

Sotto la sua guida, il Giardino dei Giusti di Yad Vashem è diventato il luogo più emblematico al mondo in cui si ricorda il Bene accanto al Male.

E per questo a Milano, nel 2003, abbiamo creato il primo Giardino dei Giusti di tutto il mondo, in memoria di chi ha saputo assumersi una responsabilità dovunque e ogni volta che siano stati perpetrati dei genocidi o altri crimini contro l’Umanità. E per questo pochi mesi fa abbiamo lanciato proprio una Carta delle Responsabilità.

Molti hanno seguito il nostro esempio, soprattutto dopo che Gariwo nel 2012 ha ottenuto dal Parlamento europeo la proclamazione di una Giornata dedicata ai Giusti. La data non è casuale: infatti il 6 marzo è l’anniversario della morte di Moshe Bejski.

Così sono nati Giardini, Muri della memoria, altri luoghi simbolici, sono stati piantati singoli alberi o aiuole, dedicati premi, stele, monumenti nelle scuole, nelle piazze, nelle vie di tante città e villaggi nel mondo, come in Armenia, in Bosnia, in Polonia, negli Stati Uniti, in Tunisia, l’ultimo in Giordania pochi giorni fa.

In Italia sono nati ormai 70 giardini, che proprio il 16 novembre abbiamo raccolto nel network di Gariwo, per dare loro forza e continuità, insieme allo stimolo per crearne di nuovi. Quello di Agrigento, inaugurato due anni fa grazie all'infaticabile impegno, passione e determinazione della prof. Assunta Gallo, con la sua Accademia di Studi Mediterranei, è quello più simbolico e straordinario, che maggiormente rappresenta l'incontro tra la cura delle vestigia del passato, la memoria della civiltà umana nelle sue varie declinazioni, e le nostre responsabilità nel presente. Il ricordo dei grandi miti greci si unisce, in una bellezza estrema, ai grandi uomini che raccolgono le sfide dell'oggi. Per questo voglio esprimere qui, pubblicamente, la nostra gratitudine, il profondo apprezzamento per l'opera di Assuntina Gallo, per la grande risorsa che questa donna rappresenta nel curare, difendere e far crescere  nella Valle dei Templi il più bel Giardino dei Giusti d'Italia.

Ma raccogliere l' eredità di Moshe Bejski significa anche farsi carico del dolore degli altri, assumersi una responsabilità personale nella nostra vita quotidiana. Significa accogliere la sue parole chiave per declinarle nel nostro tempo.

Nella legge israeliana del 1953 che istituisce Yad Vashem, l’articolo 9 dedicato ai Giusti si ispira alla ormai famosa frase del Talmud: “chi salva una vita salva il mondo intero”. Questa frase ci ricorda che per salvare il mondo dobbiamo prima di tutto pensare a salvare l’umanità che c’è in noi, dobbiamo riconoscere l’altro, il prossimo, il diverso da noi, come nostro simile, come essere umano. E con quello che sta succedendo oggi alle porte dellì’Europa, nel nostro Mediterraneo, non possiamo esimerci dal farlo.

Moshe Bejski ce lo ha ricordato in ogni giorno della sua vita. Questa è la sua più preziosa eredità.

Ultima annotazione: solo i Giusti hanno permesso a Bejski di trovare la forza di tornare in Polonia. Solo i loro gesti favoriscono la riconciliazione tra il campo delle vittime e quello dei carnefici. E così avviene in ogni parte del mondo. 

I Giusti salvano l’onore di un popolo, di una nazione e dimostrano che si può essere umani, sempre.


Oggi insieme a Bejski verrà onorato Giovanni Falcone e i suoi angeli custodi, insieme a Boris Giuliano, Pasquale Pistorio e gli altri Giusti che ci accingiamo a ricordare nel Giardino lungo la Via Sacra.

Ebbene, questi uomini hanno salvato il nostro onore. L’onore della Sicilia e l’onore dell’Italia. Di più, possiamo dire che come tutti i Giusti hanno salvato l’onore della stirpe umana. Possiamo solo dire loro GRAZIE!!!


Analisi di Ulianova Radice, direttore di Gariwo

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