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Neda

editoriale di Vittorio Emanuele Parsi

Neda era una ragazza di 26 anni, con tutta la vita davanti, come tante altre sue coetanee. È diventata un’icona suo malgrado, il simbolo delle donne e dei giovani derubati della loro vita e dei loro sogni da un regime oppressivo, che si serve del nome di Dio per opprimere i suoi figli e le sue figlie. Neda avrebbe probabilmente preferito vivere, come tutti, come qualunque persona a cui questo diritto sia riconosciuto. Avrebbe voluto vivere la propria vita come meglio credeva, inseguire le passioni, i desideri, le speranze “ordinarie” come è diritto di ogni essere vivente. Ma perché una vita normale nella libertà le è stata pervicacemente negata, in maniera subdola e violenta, Neda aveva scelto di provare a conquistarsela una vita libera. E per farlo, questa vita, l’unica che possedeva, l’ha lasciata sul campo. L’ha donata agli altri, ma non l’ha perduta. Fin tanto che ricorderemo il suo sacrificio, il suo bel viso e i suoi occhi profondi e determinati, la sua vita non sarà stata perduta. 

Neda però vale in quanto Neda, guai a trasformarla in una figura piatta, un poster che arredi le stanze dei nostri giovani o una mera icona su Facebook. La grandezza straordinaria del suo gesto, sta nel fatto che ogni singola vita è un fatto unico e irripetibile, una chance che non tornerà, che si perderà nello spazio e nel tempo infiniti, fin quando tempo e spazio non lasceranno campo al nulla o a un grande “peau être”, come osservò il filosofo Pascal sul letto di morte. È questa vita, unica e irripetibile, che costituisce il legato di Neda per noi e che rende straordinario il suo gesto. La mostruosità del crimine di chi ha spento deliberatamente la luce dei suoi occhi è tutta qui. Ha ucciso questa Neda, e nessun’altra ne potrà prendere il posto. Chissà quali osceni pensieri devono aver attraversato la mente di quel cecchino prezzolato, che l’ha inquadrata nel mirino, incrociandone lo sguardo, prima di spegnerlo per sempre.Ogni vita è una vita, e nessuna può essere rimpiazzata. Ma una vita spezzata può costituire un monito: dar forza a chi non ne ha abbastanza, scuotere gli indifferenti e gli indecisi. Molti altri giovani, molte altre donne, in Iran e fuori dell’Iran, hanno così iniziato a lasciarsi ispirare dal suo eroismo, a ricordarne la figura, a seguire l’esempio del tranquillo coraggio di Neda: di quella ragazza che non voleva certo morire, ma che era pronta a rischiare tutto, pur di potere vivere la propria vita, e non quella che altri avevano deciso per lei.

Questo non potrà certo ridare vita a Neda o riportarla al calore dei suoi affetti, e nulla potrà mai confortare il dolore assoluto di quei genitori che sono stati condannati a sopravvivere alla morte di chi avevano generato, e di chi la amava di un amore diverso, pieno di futuro e di dolci promesse spezzate. Ma altre Neda, altre diverse fanciulle e altri giovani, altre donne e uomini amanti della libertà, hanno già occupato il posto lasciato vuoto da lei, nelle fila di chi non intende più sopportare questo regime brutale e tartufesco, laidamente assassino e vigliacco. La ragazza dagli occhi grandi e profondi – che amava la musica e viaggiare, che studiava il turco e lavorava nell’agenzia di viaggi di famiglia – sognava di poter accompagnare turisti iraniani in Turchia, magari coltivando la speranza che un giorno anche il suo Paese potesse cercare quella conciliazione tra fede religiosa e libertà politica che è una possibilità, ma che non scende dal cielo, e deve invece essere conquistata e tutelata giorno dopo giorno, preservata per le giovani generazioni del futuro.

Chissà quante volte, quei giovani che parteciparono alla rivoluzione che portò alla caduta dello scià e della dinastia Pahlevi, chissà quante volte, con le teste ormai incanutite, guardando i propri figli e le proprie figlie, si saranno trovati a formulare un pensiero amaro: “perdonami figlia mia, scusami figlio mio, per non avere protetto quella liberta che avevo conquistato anche per te”. Neda ci ha ricordato che i figli e le figlie spesso prendono il posto dei padri e delle madri, per finire il lavoro incompiuto o per cominciare daccapo, quando i padri e le madri non sono stati abbastanza accorti o coraggiosi.

Salutiamo Neda e rendiamole omaggio: perché arrivi quel giorno in cui non sia più necessario versare il sangue dei giovani per alimentare l’albero della libertà; perché fin quando la ricorderemo, come persona unica, di carne, ossa, sangue, lacrime, sogni, paure e speranze, lei vivrà, e noi sapremo essere uomini e donne migliori.

Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali dell'Università Cattolica di Milano

Analisi di Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali dell'Università Cattolica di Milano

6 aprile 2010

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