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Nel Giardino dei Giusti due alberi per celebrare Simone Veil e István Bibó

di Antonio Ferrari

Simone Veil

Simone Veil

Riportiamo di seguito il commento di Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera, comparso su Corriere il 3 dicembre 2018

In questa fase drammatica di crisi europea, nella quale sembrano smarriti i valori fondativi dell’Unione, nata dalla tragedia delle guerre mondiali e cementata dalla volontà di creare un sentimento identitario, è importante e doveroso riconoscere e ricordare. Anche celebrare chi ha contribuito a sostenere l’ideale di una convivenza in qualche caso difficile, ma necessaria per cementare la pace.

È davvero nobile la decisione di Gariwo di dedicare sul Monte Stella di Milano il 6 marzo prossimo, Giornata europea dei Giusti, un albero a Simone Veil, figlia di ebrei parigini, deportata ad Auschwitz insieme alla famiglia nel marzo del ’44. Salva, ma costretta a lavorare duramente nel campo di sterminio, grazie ad una bugia. Si era dichiarata diciottenne e aveva nascosto i suoi reali sedici anni, che l’avrebbero condannata al gas e al forno. 
Da sopravvissuta ha dedicato la vita agli ideali di convivenza e di libertà. Sposata, madre di tre figli, impegnata nella società civile, diventerà segretario generale del Consiglio superiore della magistratura francese, ministro della Sanità nel governo di Valery Giscard d’Estaing e, nel 1979, primo presidente — e prima presidente donna — del Parlamento europeo. 

Gariwo, acronimo della foresta dei Giusti, la ricorderà sul Monte Stella assieme a István Bibó, ungherese nato da una famiglia calvinista, che lottò contro il comunismo e contro i carri armati sovietici, schierandosi a fianco del capo del governo, il ribelle Imre Nagy. Anche a Bibó, che fu scarcerato in seguito a un’amnistia, verrà dedicato un albero a Monte Stella. Infatti, il Giusto magiaro può essere considerato, per impegno, rigore e coraggio, il vero oppositore morale dell’uomo che guida i destini dell’Ungheria di oggi, il discusso leader nazionalista e sovranista Viktor Orbán.

3 dicembre 2018

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